Il caso di Domenico “Mimì” Manzo, l’operaio di 69 anni svanito nel nulla l’8 gennaio 2021 da Prata di Principato Ultra (Avellino), arriva a uno snodo fondamentale.
Oggi, 15 aprile 2026, si tiene l’udienza preliminare dopo il rinvio dello scorso dicembre, un passaggio cruciale che potrebbe portare a processo i tre principali sospettati.
A oltre cinque anni dalla scomparsa, il corpo di Mimì non è mai stato ritrovato, ma l’inchiesta della Procura di Avellino ha delineato uno scenario inquietante che va ben oltre l’allontanamento volontario, ipotizzando il sequestro di persona e l’omicidio.
Tutto ha inizio durante la festa per il 22esimo compleanno di Romina Manzo, figlia di Mimì. Secondo le ricostruzioni:
Mimì sarebbe uscito di casa dopo una discussione con la figlia, incamminandosi verso la stazione ferroviaria in disuso del paese.
Un ristorante della zona riprese l’uomo, ma quelle immagini — vitali per l’indagine — furono sovrascritte prima di essere acquisite.
Gli inquirenti hanno ipotizzato che le tensioni familiari fossero legate al consumo di sostanze stupefacenti all’interno del gruppo di giovani presenti alla festa.
La Procura ha chiuso il cerchio su tre profili principali, per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio nell’ottobre 2025:
Romina Manzo indagata per favoreggiamento e Loredana Scannelli e Alfonso Russo, gli amici di Romina, indagati per sequestro di persona in concorso.
Le prove tecniche si sono concentrate su un’auto a noleggio utilizzata quella sera.
Il titolare dell’autonoleggio riferì che il veicolo fu riconsegnato con danni al passaruota e sporco di fango.
All’interno, i Ris trovarono tracce ematiche, fango e fogliame: elementi che suggeriscono un occultamento del cadavere in zone boschive dell’Irpinia.
Dopo il rinvio tecnico dello scorso 17 dicembre (dovuto alla nomina di un curatore speciale), l’udienza di oggi è chiamata a stabilire se gli elementi raccolti siano sufficienti per un processo.
La famiglia di Mimì, rappresentata dal figlio Francesco, non ha mai smesso di lottare contro il muro di silenzio e reticenze che avvolge il paese. “Vogliamo solo la verità, vogliamo sapere dove è stato portato mio padre”, è l’appello straziante che risuona da anni in Irpinia.

















