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Camorra, Francesco Schiavone “Sandokan” si pente

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Francesco Schiavone conosciuto come “Sandokan” boss dei Casalesi ha deciso di collaborare con la giustizia. La decisione sembrerebbe essere stata presa nelle ultime settimane, durante le quali sia la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e sia la Direzione distrettuale antimafia di Napoli hanno svolto un lavoro con la massima discrezione. Ed è così che dopo 26 anni ha deciso di diventare collaboratore di giustizia. I familiari sono entrati nel programma di protezione e, nel contempo hanno dovuto lasciare Casal di Principe. Sandokan si trovava al carcere duro e venne arrestato nel 1998 e condannato all’ergastolo nel maxiprocesso Sparcatus a causa di diversi delitti commessi. Il primo della famiglia a pentirsi e a voler collaborare con la giustizia è stato il figlio Nicola nel 2018. Dopo un paio di anni, nel 2021 anche il figlio Walter ha deciso di collaborare.

“La notizia del pentimento del boss dei Casalesi Francesco Schiavone è un segnale positivo nella lotta alla criminalità organizzata, non solo di quella casertana, ma in tutto lo stivale. Il clan dei Casalesi, va ricordato, ha avuto legami politici ed imprenditoriali chiari in diversi territori. Una metastasi che, grazie al lavoro delle forze dell’ordine, è stata arrestata. L’auspicio che faccio è che questo pentimento sia utile a far luce proprio sulle quelle connessioni, oltre che sui tanti crimini dei quali il clan dei Casalesi si è macchiato negli anni. Lo strumento del pentimento, quando reale, è un fatto assai importante, soprattutto ai fini giudiziari e di contrasto alla camorra, perché è grazie ai pentiti che possiamo scoprire fatti che altrimenti non sarebbero mai venuti a galla”. A dirlo il referente di Libera Campania, Mariano Di Palma.

“Il pentimento di Francesco Schiavone, detto Sandokan, già capo del clan dei Casalesi, è un segnale formidabile.  La mafia casalese, che è stata combattuta in maniera molto efficace a partire dagli inizi del 2000, non esiste più. E questo è frutto dei grandissimi risultati della stagione antimafia la cui prima importante fase è culminata con la cattura di Michele Zagaria, all’epoca capo indiscusso del clan e n 2 dei latitanti più ricercati d’Italia, dopo Matteo Messina Danaro, preso nel dicembre 2011 dopo 16 anni di latitanza. Quello straordinario gruppo di lavoro, fatto da personale amministrativo, forze di polizia e magistrati, ma anche da tantissima gente comune, cittadini perbene di quelle terre, ha sancito il declino inesorabile della mafia casalese. Quel sistema investigativo, definito modello Caserta, ha raggiunto in poco tempo risultati straordinari, mettendo fine alla latitanza dorata di più di cinquanta tra capi ed organi apicali del clan e sequestrando centinaia di milioni di euro di beni. La lotta alla criminalità organizzata resta, però, ancora una priorità assoluta e va condotta con determinazione e strategia, sia sul fronte giudiziario che su quello di prevenzione e di diffusione della cultura antimafia”. Così in una nota Catello Maresca consulente della Commissione Bicamerale per le questioni regionali che aggiunge: “Un ringraziamento particolare va  al Procuratore di Napoli, Dr Nicola Gratteri, capace in pochissimo tempo di lasciare il segno e di valorizzare anche in Campania la sua straordinaria esperienza antimafia. Dal canto nostro, continuiamo con l’associazione UNICA ( unione nazionale italiana della cultura antimafia) a dare il nostro contributo per contribuire a raggiungere importantissimi risultati in termini di prevenzione e di formazione scolastica. L’11 ottobre anche Napoli potrà festeggiare la sua prima giornata anticamorra, rivendicando un orgoglio fatto di legalità e giustizia. Queste notizie fanno ben sperare e tutti insieme possiamo sognare di raggiungere nel breve periodo un futuro senza mafie”.

“Il pentimento di un sanguinario capoclan è una splendida notizia e rappresenta la vittoria dello Stato sulla criminalità organizzata. Il capo dei Casalesi, una delle organizzazioni criminali più feroci d’Italia, Francesco Schiavone detto SandoKan, dopo ventisei anni di carcere duro ha deciso di vestire i panni del collaboratore di giustizia. Giunto all’età di settanta anni, malato di cancro, il boss Schiavone si pente. Il suo ravvedimento però sia concreto, riveli gli intrecci tra camorra, imprenditori, politici e amministratori corrotti. Consenta di fare luce sui tanti misteri che hanno insanguinato il Paese e la nostra regione in particolare; si conoscano i responsabili che hanno avvelenato la Terra dei Fuochi e i loro complici dentro e fuori le istituzioni. Renda al Paese e alla Campania, a chi ha combattuto e pagato con la vita la criminalità e alle tante vittime innocenti di camorra la possibilità di avere finalmente giustizia”. Lo ha dichiarato Francesco Emilio Borrelli, deputato di Alleanza Verdi – Sinistra.

IL COMMENTO DELLA GIORNALISTA MARILENA NATALE

“Francesco Schiavone dopo 26 anni decide di collaborare con la giustizia. Prima di lui si è pentito il figlio Nicola e un altro capo clan, Antonio Iovine, attualmente nessuna delle due collaborazioni precedenti ha portato inchieste giudiziarie significative. Eppure entrambi erano in libertà fino al 2010. Sandokan ci potrà raccontare di omicidi irrisolti e delle grandi coperture politiche, giudiziarie ed economiche, che ha avuto nel corso degli anni. Ma se immaginiamo una bilancia e da un lato mettiamo il sangue innocente sparso, i tanti bambini morti con il tumore a causa degli sversamenti illegali e quello che lui potrà dire, la bilancia pende sicuramente dal primo lato. Sandokan collabora, va bene, ma deve dire la verità! Troppi pentiti di comodo abbiamo visto e subito nell’ultimo decennio; nel momento della cattura Michele Zagaria disse “Lo Stato vince sempre”, io aggiungerei, lo Stato spesse volte viene raggirato…”.
Non va per il sottile Marilena Natale, autrice del libro “Io e Sandokan. Storia di una cronista di strada che ha sfidato la tigre”(Marlin Editore), che in pochi mesi è già alla terza ristampa. Un potente racconto di coraggio e denuncia, scritto da una cronista di strada, costretta a vivere sotto scorta dal 2017, proprio per aver combattuto la famiglia Schiavone, attraverso le sue inchieste. La giornalista ricostruisce nel libro, con uno spaccato inedito, le vicende dello spietato boss di Casal di Principe, Francesco Schiavone, della sua famiglia di camorristi e del suo lavoro di cronista nella “Terra dei Fuochi”; ma anche delle nuove leve criminali, che hanno imparato la “lezione”: meno si spara, più gli affari vanno a gonfie vele, grazie anche a delle crepe nel sistema giudiziario.
I proventi dei diritti d’autore del saggio saranno devoluti dalla scrittrice a favore dell’associazione “La Terra dei Cuori Onlus”, che si occupa di assistenza socio-sanitaria in campo oncologico infantile.
Una narrazione che lascia, però, anche spazio alla speranza, per la lotta coraggiosa di chi si oppone alla camorra: testimoni come don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, che nel libro racconta dell’agghiacciante incontro con il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone; Raffaele Gragnaniello, l’ispettore capo che coordinò il clamoroso arresto del re dei boss Francesco Schiavone, che rivela la caparbia di quegli incredibili mesi di indagini; Federico Cafiero De Raho, fino al 2022 Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, che firma l’introduzione. E con loro tanti altri “partigiani del bene”, nati dal seme del sangue di don Peppe Diana.
Ciò che rende assolutamente unico il lavoro della Natale, è che non si limita a scrivere sulla carta stampata o sul suo seguitissimo blog. La reporter, punto di riferimento stabile per i casalesi perbene, con le sue dirette social, seguite da centinaia di migliaia di follower, negli anni è diventata un pungolo potente contro i criminali; ai quali si rivolge personalmente, dando dettagli sui loro spostamenti, compagnie, malaffari. Una modalità sicuramente rischiosa la sua, ma che ha spronato tanti cittadini a trasformarla in una sorta di “ufficio denunce” (proprio come titola uno dei capitoli del suo saggio) e grazie ai suoi articoli, molti boss vengono anche arrestati.
La chiamano “Mamma Natale” quando aiuta a trovare una casa più grande ai suoi ragazzi (sono più di 90), in modo da fare vivere i piccoli pazienti oncologici, circondati dal calore dei fratelli e i genitori in un appartamento più grande, per evitare il contagio. Ed è proprio “Natale” anche quando trova, attraverso un’attività solidale capillare che dura tutto l’anno, il regalo da mettere sotto l’albero “perché potrebbe essere l’ultimo” Oppure quando porta i suoi ragazzi ad operarsi in costosi ospedali all’estero con la sua associazione “Terra dei cuori”, fondata nel 2015, per aiutare e proteggere i bambini, vittime della “Terra dei fuochi”. Attraverso la onlus organizza anche “viaggi della speranza”, in montagna e al mare, per i piccoli guerrieri e le relative famiglie.

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