NAPOLI (Di Anna Calì) – Ci sono vicende che sconvolgono una famiglia e che, al tempo stesso, costringono un’intera comunità a interrogarsi sull’importanza dell’ascolto, della fiducia e della protezione dei più giovani.
In queste ore, mentre gli accertamenti delle autorità proseguono e si attende che la giustizia faccia il proprio corso, una madre, Maria, ha deciso di raccontare il difficile percorso che suo figlio sta affrontando, trasformando il dolore in un messaggio rivolto a tutte le famiglie.
A raggiungerla telefonicamente è la redattrice Anna Calì, e dall’altro lato non c’è una donna sopraffatta dalla rabbia. La sua voce è calma, pacata, quasi misurata. Parla lentamente, scegliendo con attenzione ogni parola. Eppure, dietro quella compostezza, si percepisce tutto il peso di una vicenda che ha profondamente segnato la sua famiglia.
Non ci sono urla, non ci sono accuse. C’è invece la determinazione di una madre che, pur trovandosi ad affrontare uno dei momenti più difficili della propria vita, ha deciso di mettere al centro il benessere del figlio e l’importanza dell’ascolto.
Come sta oggi vostro figlio?
“È ancora molto provato. Alterna momenti di iperattività a momenti di tranquillità, quindi si trova in una fase molto delicata, comprensibilmente legata a quanto accaduto.
Sta manifestando alcuni comportamenti che, secondo gli esperti che lo stanno seguendo, sono normali in casi come il suo. Ad esempio, tende a lavarsi molto spesso, soprattutto nelle parti intime. Inoltre si è molto affezionato a un plaid, che è diventato una sorta di “coperta di Linus”. Anche quando fuori fa molto caldo, a volte sente il bisogno di coprirsi con quel plaid perché per lui rappresenta una forma di protezione. Noi rispettiamo questa esigenza e gli permettiamo di fare tutto ciò che può aiutarlo a sentirsi al sicuro.
Come genitori stiamo facendo tutto il possibile per sostenerlo. Sappiamo che questi atteggiamenti fanno parte del percorso che sta affrontando e ci affidiamo agli specialisti per accompagnarlo nel modo migliore”.
Le indagini sono ancora in corso. Cosa vi aspettate adesso?
“Ci auguriamo che le autorità possano fare il loro lavoro nel più breve tempo possibile e che venga fatta piena chiarezza su quanto accaduto. È quello che desideriamo più di ogni altra cosa”.
Quando vi ha fatto il nome della persona coinvolta, qual è stata la vostra reazione?
“In realtà ne ha parlato inizialmente con suo padre. Tra loro c’è sempre stato un rapporto molto aperto e, trovandosi in una fase adolescenziale, probabilmente si è sentito più a suo agio a confidarsi con lui.
Ha raccontato tutto quella stessa sera, a circa un’ora e mezza dall’accaduto. La cosa che ci ha colpito di più è stato il modo in cui lo ha fatto. La prima cosa che ha detto al padre è stata: “Papà, mi prometti che non ti arrabbi?”
Questa frase ci ha fatto capire quanto fosse consapevole della gravità di ciò che era successo. Era preoccupato della nostra reazione, aveva paura di come avremmo reagito. Ha raccontato tutto con grande delicatezza e con molta lucidità.
Per noi, però, la cosa più importante è stata proprio il fatto che abbia parlato. Ci sono bambini che tendono a chiudersi, che non raccontano per vergogna o per paura. Noi abbiamo avuto la fortuna che nostro figlio abbia trovato il coraggio di confidarsi e questo ci ha permesso di intervenire subito e fare ciò che era giusto fare”.
Pensa che questo sia stato possibile grazie al rapporto che avete costruito con i vostri figli?
“Sì, credo di sì. Io e mio marito abbiamo sempre cercato di essere genitori aperti al dialogo. Naturalmente insegniamo ai nostri figli cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma soprattutto abbiamo sempre detto loro che, qualunque cosa accada, noi ci saremo sempre.
Che abbiano 15, 40 o 50 anni, per qualsiasi problema o difficoltà potranno sempre contare su di noi. Credo che il fatto che ne abbia parlato sia stato possibile proprio perché è cresciuto sapendo che può raccontarci tutto, senza paura di essere giudicato.
Noi siamo sempre in ascolto, giorno e notte, per qualsiasi necessità dei nostri figli”.
Si parla di una possibile costituzione spontanea della persona coinvolta. Voi cosa farete adesso? Avete mai pensato di lasciare il paese?
“Assolutamente no. Mio figlio deve diventare la voce di tutti quei bambini e ragazzi che si trovano o potrebbero trovarsi in situazioni simili.
Noi resteremo qui perché questa è casa nostra. Non dobbiamo essere noi a vergognarci o ad avere paura del futuro. Questa è la nostra comunità, il paese in cui sono nata e in cui i miei figli sono cresciuti.
La vergogna, se c’è, deve appartenere a chi ha commesso determinati atti, non certamente a una vittima o alla sua famiglia”.
Durante il corso della chiacchierata con la cronista, è saltato fuori che il carnefice conosciuto molto nella zona è stato per anni a lavorare anche nel sociale, nei teatri e a contatto con bambini disabili.
Mamma Maria prosegue dichiarando: “Quello che posso dire è che mi spaventa molto pensare che questa persona abbia lavorato a lungo nel sociale, nei teatri e a stretto contatto con bambini, compresi minori con disabilità.
L’idea che possano esserci stati altri episodi mi provoca un profondo senso di orrore, soprattutto pensando a quei bambini che magari non sono in grado di raccontare ciò che vivono.
Chi opera nel sociale dovrebbe essere una figura di riferimento, capace di empatia e di protezione.
Se emergessero responsabilità di questo tipo, sarebbe una sconfitta enorme non solo per le famiglie coinvolte, ma anche per tutto il mondo del sociale. Sarà compito della magistratura verificare eventuali precedenti o altre situazioni riconducibili a questa vicenda. Come cittadina non posso permettermi di affermare nulla che non sia stato accertato”.
Una testimonianza questa, che va oltre il singolo episodio e che richiama un principio fondamentale: ascoltare i ragazzi, costruire con loro un rapporto di fiducia e far sapere che non saranno mai soli può fare la differenza nei momenti più complessi della loro vita.
La famiglia della vittima viene seguita dal legale Francesco Petruzzi che non appena ha saputo dell’accaduto, d’accordo col suo medico legale ha dato l’ok per recarsi al Santobono dove hanno tenuto il piccolo in osservazione e hanno sequestrato gli indumenti che ora sono al vaglio degli inquirenti.

















