Casandrino, il comandante D’Ambrosio rompe il silenzio dopo l’incendio dell’auto

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NAPOLI (Di Anna Calì) – Nessun messaggio anonimo, nessuna minaccia velata e nessun avvertimento preliminare: direttamente il fuoco.

È questo il dato che più inquieta nell’incendio che un paio di notti fa ha distrutto l’automobile del comandante D’Ambrosio: la brutalità del modus operandi, l’immediatezza di un gesto che sembra raccontare un’escalation pericolosa e sempre più sfacciata.

Perché oggi, in territori già complessi, si passa con una facilità disarmante dalla rabbia per un controllo o per un verbale a un atto incendiario sotto casa di un rappresentante delle istituzioni. Un salto gravissimo, che non può e non deve essere derubricato a semplice “episodio isolato”.

Ed è proprio questo aspetto che D’Ambrosio sottolinea con amarezza e lucidità con un’intervista concessa alla nostra redattrice Anna Calì

“Sono quattordici anni che faccio questo lavoro e negli anni mi è capitato anche di ricevere fotografie che mi ritraevano. Di idee me ne sono fatte tante: si può andare dalla cosa più futile, come un verbale, fino a questioni molto più importanti come sequestri e controlli. Il problema è che oggi, anche per una semplice multa, c’è chi è pronto a tutto”.

Parole pesanti, che fotografano il clima con cui spesso sono costretti a convivere uomini e donne impegnati quotidianamente nei controlli sul territorio.

“Quello che mi colpisce maggiormente, racconta il comandante,  è che non c’è stato alcun avvertimento prima. Nessuno step intermedio. Sono passati direttamente a una cosa così grave. Forse ho toccato qualche nervo scoperto senza rendermene conto”.

Negli ultimi mesi, infatti, le attività di controllo e i sequestri effettuati sul territorio di Casandrino sono stati numerosi. Proprio questo rende difficile, secondo D’Ambrosio, individuare una pista precisa.

“Abbiamo fatto diversi sequestri e interventi importanti, quindi risulta veramente complicato capire cosa possa aver dato fastidio. L’unico collegamento che mi viene da fare è con quanto accaduto a Pomigliano, quando vennero incendiate tre auto della Polizia locale insieme a quella del comandante Maiello, ma ovviamente è soltanto una mia idea”.

Ed è proprio in casi come questi che chi indossa una divisa finisce inevitabilmente per fare collegamenti con altri episodi di cronaca nera avvenuti sul territorio. Quando un gesto intimidatorio colpisce direttamente un rappresentante delle istituzioni, diventa quasi naturale cercare analogie, possibili fili conduttori e precedenti simili, soprattutto in contesti dove le tensioni legate ai controlli e alla lotta all’illegalità restano particolarmente delicate.

Il comandante esclude invece qualsiasi matrice politica.

“Non penso assolutamente che sia legato a dinamiche politiche. Non ho interessi né legami con quel mondo e, soprattutto, ho sempre evitato di esercitare la mia professione nel posto dove vivo”.

Nonostante la gravità dell’accaduto, D’Ambrosio non arretra.

“Io credo fortemente in quello che faccio e non entrerò in politica. Sicuramente resterò a Casandrino almeno fino alla fine del mese, poi vedremo quale sarà l’evolversi della situazione”.

Ma accanto all’episodio criminale emerge con forza anche un altro problema: quello della videosorveglianza praticamente assente o inefficace proprio nella zona in cui si è verificato l’incendio.

Secondo quanto emerso, le telecamere presenti nell’androne del palazzo sarebbero finte, mentre quelle installate presso una vicina pizzeria non avrebbero ripreso elementi utili. Gli investigatori ipotizzano quindi che i responsabili non siano transitati lungo Corso Emanuele, scegliendo probabilmente una strada alternativa.

Ancora più grave la situazione degli impianti comunali: le telecamere pubbliche della zona, infatti, sarebbero fuori uso da tempo.

Un dettaglio che apre interrogativi enormi sulla gestione della sicurezza urbana. In particolare, lungo la strada dove abita il comandante, il sistema sarebbe andato in avaria dopo l’inaugurazione del Parco Pino Daniele, quando il guasto di una centralina avrebbe compromesso l’intero impianto. Da allora, però, nessuno avrebbe realmente risolto il problema.

E allora la domanda diventa inevitabile: com’è possibile che un Comune lasci inattivo per così tanto tempo un sistema di videosorveglianza in un territorio delicato? Come si può parlare di sicurezza, controllo e prevenzione se le telecamere pubbliche restano spente proprio nei punti più sensibili?

Perché la sicurezza non si garantisce soltanto con slogan o inaugurazioni. Si garantisce con strumenti funzionanti, manutenzione costante e presenza concreta dello Stato sul territorio.

D’Ambrosio, intanto, resta fiducioso nel lavoro degli investigatori: “Sono curioso e fiducioso che li prenderemo anche perché voglio capire il vero motivo e soprattutto chi possa esserci dietro”.

Poi aggiunge una riflessione che rende ancora più evidente la gravità dell’atto.

“Chi appicca un incendio può perdere facilmente il controllo delle fiamme. Queste persone sono state anche fortunate perché sarebbe potuto succedere qualcosa di molto peggiore”.

L’episodio riaccende inevitabilmente il dibattito sulla tutela di chi combatte l’illegalità. E i recenti episodi che hanno coinvolto i comandanti Maiello e Chiariello dimostrano quanto il tema non possa più essere sottovalutato.

Perché quando a finire nel mirino sono uomini dello Stato, il rischio più grande è l’assuefazione. E accettare tutto questo come normale sarebbe la sconfitta più grave per un intero territorio.

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