Caso Francesca Tucci, parla il chirurgo Stefano Capasso

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NAPOLI (Di Anna Calì) – La morte di Francesca Tucci, deceduta all’ospedale Cardarelli dopo un intervento chirurgico per il trattamento della sindrome del compasso aorto-mesenterico, ha acceso il dibattito sulla gestione delle complicanze post-operatorie e sulle criticità della sanità campana.

Mentre la magistratura è al lavoro per accertare eventuali responsabilità, il chirurgo e gastroenterologo Stefano Capasso spiega in questa intervista che cos’è questa rara patologia, come viene diagnosticata e quale intervento rappresenta oggi il trattamento di riferimento.

Il medico affronta inoltre il tema delle possibili complicanze chirurgiche, sottolineando che saranno gli accertamenti a chiarire quanto accaduto alla giovane paziente, e lancia un appello sulla necessità di ridurre le liste d’attesa e garantire percorsi prioritari per i malati più fragili.

Dottore, innanzitutto ci spiega che cos’è la sindrome del compasso aorto-mesenterico?

“La cosiddetta sindrome del compasso ha un nome scientifico ben preciso: sindrome del compasso aorto-mesenterico. Si tratta di una patologia rara provocata dalla compressione della terza porzione del duodeno da parte dell’arteria mesenterica superiore.

L’arteria mesenterica superiore è uno dei principali vasi sanguigni che irrorano gran parte dell’intestino tenue, circa sei-sette metri di intestino. È quindi un’arteria fondamentale.

Normalmente questa arteria decorre sopra il duodeno, separata da un cuscinetto di tessuto adiposo che impedisce qualsiasi compressione.

Quando però una persona subisce un importante dimagrimento, quel cuscinetto di grasso si riduce e l’arteria può schiacciare il duodeno, ostacolando il passaggio del cibo proveniente dallo stomaco.

Il risultato è che, durante la digestione, il cibo incontra una sorta di ostacolo meccanico.

Il duodeno cerca di spingere il contenuto alimentare oltre la compressione, provocando dolori addominali, senso di pienezza, gonfiore e, nei casi più gravi, nausea e vomito dovuti al ristagno del cibo nello stomaco”.

Quali sono le cause principali di questa sindrome?

“Può essere congenita, quindi presente fin dalla nascita per una particolare conformazione anatomica, ma nella maggior parte dei casi compare dopo un importante calo ponderale.

Non conosco nel dettaglio la storia clinica della paziente, ma è molto probabile che abbia avuto un dimagrimento significativo, circostanza che rappresenta la causa più frequente di questa patologia”.

Come si arriva alla diagnosi?

È una diagnosi di esclusione. Inizialmente si prendono in considerazione molte altre patologie gastrointestinali. Successivamente, attraverso una TAC con mezzo di contrasto, si evidenzia la particolare conformazione anatomica che consente di diagnosticare la sindrome del compasso aorto-mesenterico”.

Una volta diagnosticata, qual è il trattamento?

“Quando la sintomatologia è importante, il trattamento è chirurgico.

Nella maggior parte dei casi la malattia provoca soprattutto dolore dopo i pasti. È una patologia benigna e raramente rappresenta un pericolo imminente per la vita del paziente, ma può compromettere in modo significativo la qualità della vita.

L’intervento più eseguito è la duodeno-digiunostomia, considerata il gold standard per questa patologia.

In pratica si realizza un bypass tra il duodeno e il digiuno, cioè un tratto successivo dell’intestino tenue. Si crea una nuova comunicazione che permette al cibo di superare la zona compressa senza attraversare l’ostacolo.

È un intervento eseguito in laparoscopia o con tecnica robotica, quindi con approccio mini-invasivo.

Esiste anche una seconda tecnica chirurgica, meno utilizzata, che consiste nella sezione del legamento di Treitz, così da mobilizzare il duodeno e ridurre la compressione esercitata dall’arteria mesenterica superiore.

Nel caso della ragazza, da quanto mi risulta, è stata eseguita una duodeno-digiunostomia laparoscopica”.

È normale morire dopo un intervento laparoscopico di questo tipo?

“Ogni intervento chirurgico comporta dei rischi, anche il più semplice. Nessuna operazione è completamente priva di complicanze.

Da quello che emerge, la paziente non è deceduta durante l’intervento chirurgico, ma successivamente. Questo fa ipotizzare che si sia verificata una complicanza post-operatoria.

Naturalmente saranno gli accertamenti a chiarire cosa sia realmente accaduto.

In chirurgia la differenza la fa soprattutto la capacità di riconoscere tempestivamente una complicanza e intervenire nel minor tempo possibile”.

Quali complicanze possono verificarsi dopo questo tipo di intervento?

“Una delle possibili complicanze riguarda la tenuta dell’anastomosi, cioè della sutura che collega il duodeno al digiuno.

Può accadere, anche se raramente, che la sutura meccanica non tenga perfettamente.

In questo caso si può verificare una fistola anastomotica, con fuoriuscita di contenuto intestinale o biliare nella cavità addominale, provocando una peritonite.

Naturalmente non sappiamo se sia questo il caso della paziente. Saranno le indagini della magistratura e gli accertamenti medico-legali ad accertarlo.

Quello che posso dire è che, se una complicanza viene riconosciuta precocemente e trattata rapidamente, le probabilità di successo aumentano sensibilmente”.

Secondo quanto riferito dalla famiglia, dopo l’intervento Francesca ha iniziato ad accusare forti dolori, vomito e avrebbe avuto anche un blocco renale. Successivamente è stata riportata in sala operatoria.

“Il fatto stesso che sia stata sottoposta a un secondo intervento fa pensare che i sanitari abbiano riscontrato una complicanza chirurgica.

Sarà fondamentale ricostruire la tempistica con cui questa complicanza è stata riconosciuta e trattata”.

Il padre della ragazza ha dichiarato di aver pagato oltre 10 mila euro per l’intervento. Qual è oggi, secondo lei, lo stato della sanità campana?

“È un tema che mi sta molto a cuore.

Da quello che so, l’intervento sarebbe stato eseguito in orario serale, intorno alle 20 o alle 21. Personalmente ritengo che programmare un intervento di questo tipo dopo un’intera giornata di attività chirurgica sia una situazione che merita una riflessione.

Il vero problema, però, è più ampio e riguarda le lunghissime liste d’attesa della sanità pubblica.

Molti pazienti finiscono per ricorrere all’attività libero-professionale intramoenia perché non possono attendere mesi per un intervento.

Noi chirurghi avremmo le competenze, il personale e le strutture per operare un numero maggiore di pazienti, ma servirebbero investimenti e maggiori risorse da parte della Regione”.

Quindi il problema riguarda anche gli esami diagnostici?

“Assolutamente sì, e in alcuni casi la situazione è persino più grave.

Penso ai pazienti oncologici che devono eseguire una TAC con mezzo di contrasto per programmare la terapia o monitorare la malattia.

Spesso si ritrovano in lista d’attesa come tutti gli altri pazienti, senza un percorso prioritario.

Chi ha un tumore dovrebbe avere accesso immediato agli esami indispensabili per la prosecuzione delle cure”.

Anche per gli interventi oncologici esistono criticità?

“Purtroppo sì.

Accade che pazienti con una diagnosi di tumore si rivolgano ai centri di riferimento regionali e trovino liste d’attesa incompatibili con la necessità di intervenire rapidamente.

In alcuni casi scelgono quindi di sostenere privatamente costi molto elevati pur di non aspettare.

Credo che la Regione dovrebbe creare una vera rete tra ospedali pubblici e strutture accreditate, così da distribuire meglio i pazienti quando un centro è saturo”.

 

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