I difensori della famiglia Tucci hanno letto il comunicato degli Ordini dei Medici della Campania. Ne condividono i principi: le responsabilità si accertano nelle sedi competenti, la presunzione di innocenza vale per tutti, il dolore non può diventare spettacolo.
Ma proprio perché quei principi valgono per tutti, occorre dirlo con altrettanta chiarezza: non si può chiedere a una famiglia distrutta dal dolore di sottacerlo, di chiedere scusa per averlo espresso, di considerare un atto di ostilità la domanda più antica e più legittima che esista — perché è morta mia figlia. La gogna mediatica non si combatte imponendo il silenzio alle vittime. E chi in questi giorni ha parlato di «caccia al medico» dovrebbe rileggere gli atti: questa famiglia non ha fatto nomi, non ha invocato colpevoli, non ha chiesto teste. Ha presentato una denuncia, nominato consulenti tecnici, chiesto di partecipare al contraddittorio peritale. Sono esattamente le «sedi competenti» che gli Ordini invocano. Chi le attiva non celebra un processo mediatico: lo previene. Trattare come un’aggressione l’esercizio di un diritto costituzionale è, quello sì, un modo di alimentare sfiducia — nella giustizia.
La famiglia Tucci non ha mai inteso, e non intende, attaccare la classe medica napoletana, né il Servizio sanitario nazionale, né l’Azienda ospedaliera Cardarelli nel suo complesso. Conosce e rispetta il lavoro di chi opera ogni giorno nelle corsie, spesso in condizioni difficili. Ma il rispetto per una professione non può tradursi nell’intangibilità dei singoli atti professionali. Nessuna categoria — nemmeno quella medica, nemmeno la nostra — può pretendere che le proprie scelte sfuggano alla verifica.
Sul piano dei fatti, due precisazioni, rese necessarie da ricostruzioni giornalistiche inesatte che nessun comunicato ordinistico si è premurato di correggere.
La prima riguarda il percorso che ha condotto all’intervento. Dalla documentazione clinica sinora esaminata risulta che la sintomatologia si era manifestata solo poche settimane prima del ricovero e che, in quel breve arco di tempo, gli specialisti consultati avevano espresso indicazioni univoche: approfondire, completare la diagnostica, affidarsi a una valutazione multidisciplinare. L’indicazione chirurgica è giunta soltanto dall’ultimo professionista al quale la famiglia si è rivolta — e da lì, in tempi rapidissimi, si è passati alla sala operatoria. Gli accertamenti dovranno stabilire se quella indicazione fosse sorretta dal quadro clinico, dalle linee guida e dal confronto con le alternative disponibili, e se il consenso della paziente sia stato raccolto su un’informazione completa. E dovranno consentire alla famiglia di escludere ciò che nessuno vorrebbe nemmeno dover contemplare: che nelle scelte compiute abbia avuto un qualunque peso una logica estranea all’atto medico — una logica di altra natura, che mai dovrebbe sfiorare decisioni di questa delicatezza, tanto meno sul corpo di una ragazza di ventiquattro anni. La famiglia vuole poterlo escludere. Ha il diritto di poterlo escludere.
La seconda riguarda ciò che è accaduto dopo. Ogni intervento chirurgico comporta un margine di rischio: nessuno lo ignora, e nessuno lo ha mai negato. Ma qui non si discute dell’esistenza del rischio: si discute della sua gestione. La complicanza che ha condotto al reintervento d’urgenza rientra tra quelle note e descritte per questo tipo di chirurgia. Non era un fulmine a ciel sereno: era un’evenienza prevista, che una struttura di primissimo livello — quale il Cardarelli legittimamente rivendica di essere — ha il dovere di saper riconoscere e trattare con tempestività. Se ciò sia avvenuto, lo diranno gli accertamenti. Ma non si invochi l’imponderabile là dove la letteratura descrive il ponderabile.
Su questi punti — e solo su questi — la famiglia chiede risposte. Non vendetta: risposte.
La verità sulla morte di Francesca non è contro la sanità pubblica. È l’unica cosa che può difenderla davvero: perché un sistema sanitario che teme la verifica è un sistema che ha già smesso di fidarsi di sé stesso.
Avv. Massimo Lanna — Avv. Massimo D’Errico — Avv. Francesco Petruzzi

















