Cimitero delle Fontanelle: Napoli diventa città di serie A e serie B

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NAPOLI (Di Anna Calì) – Il Cimitero delle Fontanelle riapre e se vuoi entrare a visitarlo devi pagare. Napoletani inclusi.

Perché parliamo di un luogo che per anni è stato libero, aperto a tutti, parte viva della memoria popolare napoletana. Non un’attrazione qualsiasi, ma un simbolo.

Oggi invece si parte da 6 euro per entrare. E la domanda è inevitabile: era davvero questa l’unica strada?

Ma il punto più grave non è nemmeno il biglietto.

Il vero nodo è la distinzione tra cittadini: i residenti della II e III Municipalità entrano gratis, mentre tutti gli altri napoletani pagano.

E qui non si sta parlando di una semplice agevolazione tariffaria, ma di una linea di confine tracciata dentro la stessa città, come se Napoli non fosse un’unica comunità ma un insieme di territori separati per diritto d’accesso alla propria storia.

Ed è proprio qui che la questione diventa difficile da accettare, perché si introduce, anche solo simbolicamente, l’idea che esistano cittadini “più vicini” e quindi più meritevoli, e cittadini “più lontani” che invece devono contribuire economicamente per lo stesso identico diritto.

E qui scatta qualcosa che a Napoli conosciamo bene: “chi figli e chi figliastri”.

Una frase che non è solo un modo di dire, ma una lente attraverso cui leggere percezioni di disuguaglianza che, quando emergono nelle scelte amministrative, diventano ancora più sensibili.

Perché il rischio non è solo quello di creare una differenza economica, ma di alimentare una differenza di appartenenza, come se la città avesse più livelli di cittadinanza, e non una sola identità condivisa.

Perché un cittadino è più cittadino di un altro?

Perché chi vive a pochi chilometri di distanza, magari nello stesso comune, con la stessa storia culturale sulle spalle, dovrebbe essere considerato diversamente nel momento in cui si avvicina a un luogo che non è privato, non è settoriale, ma appartiene alla memoria collettiva?

E ancora: che senso ha stabilire un confine amministrativo così rigido proprio dentro uno spazio simbolico, dove la memoria dovrebbe unire e non separare?

La sensazione è che questa scelta finisca per spostare il problema su un piano sbagliato, ovvero, non più quello della valorizzazione del sito, che è un tema reale e legittimo, ma quello della selezione dei cittadini in base alla provenienza territoriale.

E questo, in una città già complessa e spesso frammentata nelle sue percezioni interne, rischia di diventare un precedente difficile da spiegare e ancora più difficile da accettare

E poi c’è l’aspetto pratico, che sfiora il paradosso.

Come si controllerà tutto questo?

Bisognerà presentarsi all’ingresso con carta d’identità, certificato di residenza, magari una bolletta per sicurezza? Si rischia di trasformare un luogo di memoria in uno sportello burocratico, dove l’accesso alla storia passa prima da un controllo amministrativo che da un momento di visita o di raccoglimento.

Una scena quasi grottesca: file, controlli, verifiche con la domanda “Lei da dove viene?”

Come se non bastasse, il confine non si ferma nemmeno ai quartieri, ma si allarga fino a sfiorare la provincia, con il risultato che chi arriva da pochi chilometri fuori Napoli diventa automaticamente “altro”, quasi un visitatore di serie diversa, pur trovandosi nello stesso territorio metropolitano, nello stesso tessuto urbano e culturale che ogni giorno si muove senza barriere reali.

E allora l’idea che un luogo come il Cimitero delle Fontanelle possa diventare teatro di distinguo così rigidi suona ancora più stridente.

Perché qui non si sta parlando di un museo qualunque o di un servizio privato, ma di un pezzo di identità collettiva che per sua natura supera i confini amministrativi.

E invece il rischio è quello di costruire una piccola frontiera all’ingresso, fatta di documenti e attestazioni, dentro una città che già nella quotidianità fatica a sentirsi davvero unita tra centro, periferie e area metropolitana.

Nel frattempo però la città resta ferma su problemi ben più concreti: trasporti pubblici in ritardo, servizi che arrancano e disagi quotidiani che i cittadini conoscono fin troppo bene.

E ancora una volta la soluzione sembra sempre la stessa: pagare. Sempre e comunque. Sempre i cittadini.

Eppure un’alternativa esisteva: si poteva pensare a un contributo simbolico uguale per tutti, a giornate gratuite per i residenti oppure a formule miste, senza creare differenze territoriali.

Soluzioni semplici, più eque e più rispettose.

Il Cimitero delle Fontanelle non è un sito qualunque.

È un pezzo di identità e l’identità non può essere divisa.

Non può avere corsie preferenziali e non può creare cittadini di serie A e cittadini di serie B sullo stesso territorio.

Davvero non si poteva trovare una soluzione che non dividesse Napoli?

Elena Coccia sul suo profilo facebook commenta così la scelta: “La privatizzazione della città procede a ritmo velocissimo! Il cimitero delle fontanelle, come tanti altri beni della città è diventato privato, chiarendo ancora di più che significa “valorizzazione” per il Comune di Napoli. Il cimitero delle fontanelle era un luogo dove le persone della città si recavano liberamente, anche per quel bisogno di spiritualità di cui abbiamo bisogno. Oggi “valorizzato” si paga! È facile per questa amministrazione fare beneficenza e creare falsi lavori con i nostri beni! Riprendiamoci la città!”

A gamba tesa contro questa decisione anche l’ex sindaco Luigi De Magistris: “A proposito del cimitero delle Fontanelle, luogo stupendo rimasto colpevolmente chiuso per troppo tempo, si conferma la linea del commissario governativo-sindaco Manfredi: non più cultura per tutti, città dei beni comuni ed inclusiva, ma città divisa sul censo, subalterna al profitto, per le privatizzazioni senza alcuna direzione pubblica. Non più un rapporto virtuoso pubblico-privato, ma lo sfruttamento dei beni di tutti per il profitto di pochi. Il tutto in linea con l’uomo che sarà ricordato, per fortuna per poco, come il responsabile delle mani sulla città del terzo millennio”.

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