vomero

NAPOLI – Cala l’ombra del racket nel quartiere Vomero di Napoli. L’ultimo di una serie di episodi intimidatori l’altra mattina in via San Giacomo di Capri dove il proprietario di un supermercato, all’orario di apertura, ha trovato della benzina sparsa sulla saracinesca.Non solo “pizzo”. Alcuni commercianti sono anche nella morsa dell’usura.

Così c’è chi chiede l’intervento deciso delle istituzioni.E’ altissimo il prezzo che le imprese devono pagare all’usura e al caro credito: sono 396 (dati maggio 2026) le imprese che ogni giorno chiudono le saracinesche, dopo essere state messe in ginocchio dagli usurai e dalle rigide norme bancarie.“L’usura è un dramma estremamente attuale – spiega Vincenzo Perrotta, della giunta nazionale di ConfimpreseItalia, con delega alla lotta all’usura e al caro credito, che ha organizzato il confronto alla Camera dei Deputati con la Fondazione Moscati, l’Associazione Favor Debitoris e Finetica Onlus – in quanto incide sulla crisi e sulla distruzione dei profili di credito: in pratica un cane che si morde la coda. Infatti, con le banche che applicano in modo restrittivo i criteri di Basilea 3, questa situazione genera l’inesigibilità dei crediti bancari con spese che nell’80 per cento dei casi sono irreali e insopportabili per le imprese. Il risultato di questo atteggiamento vessatorio da parte degli Istituti di credito è la perdita della bancabilità delle stesse aziende”.La situazione, a Napoli e in Campania, è più grave del 10 per cento rispetto a quella nazionale. Il tessuto produttivo meridionale, infatti, è formato prevalentemente da piccole e micro imprese che non hanno un conto corrente, e molti conti sono ormai a rischio chiusura.La risposta, nel Mezzogiorno, è tipicamente locale, e si fa ricorso al credito all’interno della famiglia. Una situazione che ci riporta indietro agli anni ’50, dove l’accesso al credito era riservato a pochi. Con l’ampliamento della fascia della clientela, nasce, negli anni del boom industriale, la classe media.“Esaurito questo percorso, ultima ratio del credito – prosegue Perrotta – si passa all’usuraio, oggi figura professionalizzata, collaborata da stuoli di colletti bianchi che tendono a rivestire di legalità gli atti estorsivi. Oggi, infatti, quasi a voler giustificare interessi considerevoli, l’usurato è costretto a firmare, antecedentemente alla contrazione del debito, un atto in bianco di finta cessazione di attività nel caso di impossibilità di pagamento”.Nel ventennale della legge antiusura 108/96, nata dal forte impegno di Padre Massimo Rastrelli, ConfimpreseItalia, Fondazione Moscati, Favor Debitoris e Finetica Onlus chiedono ai politici un ver e proprio tagliando alla normativa antiusura, che apporti quelle modifiche finalizzate ad aiutare concretamente quelle imprese che hanno già varcato l’oltretomba dell’economia.“L’innovazione che chiediamo – conclude Perrotta – sta prima di tutto in una forma reale di prevenzione del sistema usuraio, poi nel finanziamento di quelle imprese alle quali le banche rifiutano il credito, per restituire loro la dignità e reimmetterle nel circuito dinamico del mercato. Infine sono necessarie modifiche alla legge bancaria per quanto riguarda le Centrali rischi e le CRIFF, che diventano delle vere e proprie pistole alla tempia degli imprenditori”.

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