NAPOLI (di Raffaele De Lucia) – Come quel 4 gennaio 2015, quando si diffuse per le case di Napoli la notizia della morte di Pino Daniele, anche stasera i napoletani si sono ritrovati senza nessun appuntamento in strada.

Ma non in un luogo qualunque, bensì lì, al San Paolo dove tutto ebbe inizio quel caldo pomeriggio d’estate del 5 luglio 1984.

Un gesto spontaneo, istintivo. Quello stesso luogo dove si festeggiavano gli scudetti e le coppe, dove si esultava e si giova, oggi è buio, silenzioso, triste.

Questa volta non ci si può abbracciare, maledetto Covid, ma si può piangere insieme, si può ricordare un gol, la punizione a Tacconi, il passaggio a Careca nella finale di Coppa Uefa, si può accendere un lumino e intonare quel coro che era una sentenza della Cassazione: “Maradona è meglio e Pelè!”

Una notte triste per Napoli, ognuno ha un ricordo, un aneddoto, una foto, una maglietta da indossare col numero 10, c’è chi quel nome lo tiene stampato sulla carta d’identità e pensa ancora oggi che sia il nome più bello del mondo.

“Adda passà a nuttata” diceva Eduardo, ma per Napoli questa sarà una notte che difficilmente passerà presto.

Intitolare lo Stadio al Maradona è solo uno dei tanti palliativi per alleviare il dolore per sentirlo ancora vicino. C’è bisogno di tempo, per tramutare le lacrime in un sorriso.

Diego meritava un’altra vita, meritava quella passerella al San Paolo che non ha mai avuto e che respirò solo nella serata di addio al calcio di Ciro Ferrara, quando rubò la scena al suo fido numero 2.

Domani sera, in un San Paolo vuoto Diego sarà ricordato da un minuto di silenzio e da un volto proiettato sui maxischermo, poco troppo poco per onorarlo, ma il Covid è riuscito tra le altre cose, a portare via a Napoli anche l’ultimo saluto.

Quell’addio che Diego meritava e che purtroppo non avrà nell’immediato ma siamo sicuri che appena sarà possibile ogni in strada, piazza, via, vicolo e basso sarà tributato come merita.

Un uomo vissuto a Napoli come una divinità al pari di San Gennaro e forse un pizzico in più al punto da far scrivere a Luciano de Crescenzo quella immortale poesia che recita così: “San Genna’, non ti crucciare tu lo sai, ti voglio bene, ma ‘na finta ‘e Maradona squaglie ‘o sang rint’ ‘e vene!”

E chest’è! Grazie Diego!

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