Come noi pazienti, che viviamo il centro trapianti della Campania, abbiamo vissuto il Consiglio Regionale dell’8 aprile 2026. Come in una sala cinematografica, da uno schermo, inermi, mentre loro decidono del nostro destino.
Un crescendo di emozione, la percezione del rispetto per Domenico, la serietà di approccio del presidente della Giunta, il coraggio di pronunciare alcune verità. Alcuni interventi densi di significato. Poi, un pugno nello stomaco!
Il finale è probabilmente la parte più importante di un film perché ha l’onere e l’onore di tirare le somme dell’intera narrazione, diventando l’elemento che più rimane impresso nella mente dello spettatore
L’8 aprile: l’Impero colpisce ancora!
L’8 aprile 2026 il Consiglio regionale della Campania ha dedicato una seduta straordinaria al caso del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni morto dopo un trapianto di cuore eseguito al Monaldi.
In molti, dentro e fuori l’aula, avevano sperato che questo fosse il momento in cui il sistema sanitario regionale avrebbe finalmente guardato se stesso senza schermi, assumendo fino in fondo la natura sistemica di ciò che è accaduto.
Il presidente della Regione, nella sua lunga relazione, ha ricostruito con dovizia di dettagli la cronologia degli eventi, dalla notte del trapianto del 23 dicembre 2025 fino all’attivazione dell’ispezione straordinaria regionale e al trasferimento delle funzioni del Centro Regionale Trapianti alla Direzione Generale per la Tutela della Salute. È in quella ricostruzione che per la prima volta, in sede pubblica, compaiono parole pesanti: errori latenti, gerarchia informale che sostituisce quella formale, cultura organizzativa in cui la reputazione individuale e il potere personale prevalgono sulla sicurezza dei pazienti.
Il cuore del messaggio è chiaro: non siamo davanti solo alla “colpa di qualcuno in sala operatoria”, ma al fallimento di un assetto.
L’evento avverso non viene descritto come incidente isolato, ma come prodotto di un contesto dove formazione, comunicazione e supervisione dipendono da relazioni personali più che da procedure codificate e presidiate.
Questo è, paradossalmente, il momento più “rivoluzionario” dell’8 aprile: il riconoscimento, dal vertice politico, che la patologia principale non è il singolo errore del singolo medico, ma un modello di governance che ha tollerato per anni conflitti interni, cumulo di incarichi, flussi informativi inceppati tra azienda ospedaliera, Direzione Generale e Presidenza.
La cronistoria civica dei pazienti trapiantati ricorda che lo smantellamento del Centro Unico Trapianti e la concentrazione di funzioni su poche figure apicali sono stati processi lunghi, scanditi da delibere, note interne e sospensioni di lavori strutturali, non da fatalità.
Poi, però, la sceneggiatura cambia tono.
Dopo il lungo atto di accusa al “sistema organizzativo malato”, l’aula approva all’unanimità una risoluzione che mette al centro notizie accuratamente scelte che legittimano l’assetto di cui Domenico è stato vittima (e purtroppo non solo Domenico). Si parla di aumento dei donatori, di ottimi risultati del programma adulti (degli interventi chirurgici). Si ricordano gli investimenti strutturali, le campagne nelle scuole, la riduzione del tasso di opposizione alla donazione del 29% in un anno, dati reali che testimoniano un lavoro importante sul versante della donazione e della trapiantologia adulta, potenziamento della rete trapianti.
Dimenticando, ad esempio che NON ESISTE IN CAMPANIA UN PDTA CUORE.
Dimenticando, ad esempio, che il modello organizzativo è UNICO, adulti e pediatrici.
Dimenticando, ad esempio, che gli investimenti di cui parlano erano destinati ad un reparto UNICO trapianti che ora, a quanto detto dalla consigliera Raia, è destinato solo agli adulti.
La tragedia di Domenico diventa così il punto di partenza per un testo che, pur parlando di criticità, si concentra soprattutto sulle azioni già adottate, sugli impegni futuri, sull’immagine di una rete trapiantologica campana in espansione e miglioramento. La risoluzione impegna la Giunta a completare la riorganizzazione dell’offerta pediatrica, a rafforzare il supporto psicologico, a continuare le campagne di sensibilizzazione, a riferire periodicamente al Consiglio su tassi di donazione e stato della rete. Tutto giusto, tutto necessario.
Eppure, qualcosa manca. In quelle pagine, non c’è una parola chiara su ciò che per i pazienti rappresenta il vero “lato oscuro” della storia: l’abbandono del modello di Centro Unico Trapianti, validato da CNT, CRT e Regione, e la progressiva chiusura delle UOS dedicate, con cumulo di incarichi su pochi apicali e un ritorno a percorsi frammentati e meno trasparenti. Non c’è traccia della richiesta di un PDTA cuore regionale, né della distinzione tra ruoli clinici e ruoli di governo, che la comunità dei trapiantati indica da anni come condizione minima di sicurezza.
L’8 aprile, insomma, la Regione ha avuto il coraggio di nominare il problema – l’errore latente, il sistema personalistico, i flussi informativi rotti – ma non quello di scioglierlo nell’atto conclusivo che tutti hanno votato.
Il Consiglio ha scelto l’unità, ma a costo di tenere fuori dall’inquadratura proprio l’elemento più scomodo: la continuità di un modello organizzativo che concentra potere e responsabilità, mentre sul piano retorico si invoca una “stagione nuova” nei rapporti tra istituzioni e un cambio di cultura nella sanità.
Alla fine dell’episodio l’Impero è ancora lì, con la sua architettura intatta.
Le istituzioni regionali non possono accontentarsi di aver “fatto vedere il problema”
Se questa storia non vuole fermarsi a un bel dibattito e a una risoluzione unanimemente applaudita, servirà un altro episodio. Quello in cui, accanto ai numeri delle donazioni e ai tassi di sopravvivenza, la Regione metterà per iscritto una scelta netta: riportare il Centro Trapianti su un modello di governance trasparente, con processi e liste gestiti da strutture terze, limiti chiari al cumulo di incarichi, percorsi pediatrici e adulti distinti ma integrati, un PDTA cuore regionale che non lasci più i pazienti appesi alla buona volontà di pochi.
Fino a quel momento, l’8 aprile resterà una data importante, ma incompiuta. Il giorno in cui l’Impero ha riconosciuto, davanti a tutti, di essere parte del problema, ma ha scelto di non cambiare ancora davvero il proprio modo di comandare.
Comitato dei bambini trapiantati e trapiantati adulti
















