E se Domenico avesse avuto quel cuore artificiale? Le domande che oggi fanno ancora più male

-

NAPOLI (Di Anna Calì) – Ci sono domande che arrivano quando ormai non possono più cambiare il destino di nessuno. Restano lì, però. Sedimentano negli atti, nelle cartelle cliniche, nelle perizie, nei ricordi di una famiglia. E più passano i mesi, più diventano pesanti.

E se Domenico avesse avuto il Berlin Heart?

E se quel dispositivo fosse stato preso in considerazione davvero, studiato, valutato e preparato quando ancora c’era tempo?

E se quel piccolo cuore artificiale avesse potuto accompagnarlo fino a un nuovo trapianto?

Sono ipotesi, certo. Ma sono ipotesi che oggi fanno ancora più male perché non nascono soltanto dal dolore di una famiglia che ha perso un bambino. Nascono da una documentazione medico-legale che mette nero su bianco una serie di interrogativi sulla strada terapeutica seguita per Domenico Caliendo.

Domenico è morto il 22 febbraio 2026, dopo il fallimento del trapianto di cuore. Aveva poco più di due anni.

Il suo cuore nuovo non aveva retto e per settimane era rimasto collegato all’ECMO, un sistema pensato come supporto temporaneo.

Nel frattempo, però, secondo il parere dei consulenti della famiglia, esisteva un’altra possibilità: il Berlin Heart EXCOR, un dispositivo di supporto ventricolare meccanico durevole, utilizzato proprio nei bambini che devono essere mantenuti in condizioni compatibili con un nuovo trapianto.

Il punto è tutto qui.

Non nella certezza che Domenico sarebbe vissuto. Quella certezza non esiste e sarebbe scorretto inventarla oggi, davanti alla morte di un bambino. Il punto è un altro: perché quella possibilità non sarebbe stata percorsa fino in fondo?

Il parere medico-legale depositato nel procedimento penale sostiene che, per il profilo di Domenico, il Berlin Heart fosse compatibile e clinicamente appropriato.

I consulenti evidenziano che il bambino, alla data del trapianto del 23 dicembre 2025, aveva un peso di 11,2 chilogrammi e una superficie corporea di circa 0,5 metri quadrati, compatibile con una configurazione Berlin Heart anche biventricolare.

E c’è un altro elemento che pesa: dalla documentazione analizzata dai consulenti non emergerebbero controindicazioni assolute o relative di significativa entità all’impianto del dispositivo.

Ma, soprattutto, non risulterebbero eseguiti diversi degli accertamenti che, secondo lo standard internazionale ricostruito nel parere, sono necessari per arrivare a una valutazione strutturata della candidabilità: tra questi neuroimaging, risonanza magnetica cardiaca, cateterismo cardiaco destro, biopsia endomiocardica e altri esami specifici.

Come si può decidere che una strada non è percorribile se quella strada non viene prima valutata attraverso tutti gli accertamenti necessari?

È questa una delle questioni più delicate sollevate dal documento.

Nel fascicolo clinico, secondo i consulenti, il riferimento al Berlin Heart comparirebbe per la prima volta il 13 febbraio 2026, 52 giorni dopo il trapianto.

In quella sede sarebbe stata riferita una valutazione negativa dell’opzione già “a fine dicembre”. Tuttavia, tra il 23 dicembre e il 13 febbraio, secondo la ricostruzione del parere, non ci sarebbe stata documentazione di quella valutazione né degli accertamenti necessari a sostenerla.

Nel frattempo Domenico continuava a vivere attaccato a un supporto che, secondo la letteratura scientifica richiamata dai consulenti, aveva una finestra di utilità clinica molto più breve rispetto al tempo necessario per aspettare un altro cuore. L’ECMO V-A viene indicata nel parere come un supporto temporaneo, con una finestra di utilità nell’ordine di 7-14 giorni.

Il Berlin Heart, invece, è un dispositivo durevole, pensato per accompagnare il paziente per periodi molto più lunghi, proprio nella prospettiva del trapianto.

Domenico rimase in ECMO per circa sessanta giorni.

E se fosse stato valutato il Berlin Heart quando Domenico aveva ancora condizioni cliniche migliori?

E se fosse stato possibile mantenere quel bambino in condizioni di trapiantabilità più a lungo?

E se il cuore compatibile offerto il 17 febbraio fosse arrivato in una fase diversa della sua storia clinica?

Sono domande controfattuali, ma non sono domande prive di fondamento.

Il parere riferisce infatti che il 17 febbraio 2026 a Domenico sarebbe stato offerto un organo compatibile e che quell’offerta non venne accettata; il giorno successivo il collegio nazionale lo avrebbe declassificato come “non trapiantabile”. Quattro giorni dopo, Domenico sarebbe morto.

E allora c’è una domanda ancora più grande, quella che una cronista non può evitare di porre quando ricostruisce una vicenda simile: perché?

Perché non si è riusciti, o non si è scelto, di costruire per Domenico un percorso alternativo che gli permettesse di aspettare?

Perché il cuore artificiale non è diventato, per tempo, una possibilità concreta da verificare?

Perché gli accertamenti necessari a stabilire la sua candidabilità, secondo quanto ricostruito dai consulenti, non risultano documentati per oltre sei settimane?

E soprattutto: che cosa ha determinato quelle decisioni?

Sono interrogativi che oggi non possono essere sostituiti da una sentenza già scritta.

Toccherà alla magistratura stabilire eventuali responsabilità.

Ma il diritto alla verità di una famiglia passa anche dalla possibilità di capire perché una determinata strada sia stata scelta e un’altra abbandonata, soprattutto quando quella seconda strada, secondo il parere tecnico, avrebbe potuto mantenere il bambino in condizioni di trapiantabilità.

C’è poi una parola che, davanti alla morte di un bambino, pesa più delle altre: dovere.

Il dovere di curare. Il dovere di valutare ogni possibilità ragionevole. Il dovere di non lasciare che il tempo diventi un nemico quando la medicina dispone di strumenti per guadagnarne altro.

E viene spontaneo pensare anche al giuramento di Ippocrate. Non come a una formula da utilizzare per emettere una sentenza morale anticipata, ma come al simbolo di una professione fondata sulla tutela della vita e sulla responsabilità verso il paziente.

È stato fatto tutto ciò che era possibile fare per Domenico?

E, se il Berlin Heart era una strada clinicamente appropriata, perché quella strada non è stata percorsa?

Il parere dei consulenti della famiglia arriva a una conclusione particolarmente netta: l’impianto del Berlin Heart, al posto del prolungamento dell’ECMO oltre la finestra di utilità clinica documentata, avrebbe verosimilmente potuto preservare Domenico in condizioni di trapiantabilità anche nella fase in cui, il 17 febbraio, risulta documentata l’offerta di un organo compatibile.

Perché dietro quelle parole rimane un bambino che non c’è più e rimane una famiglia costretta a vivere con una delle domande più crudeli che possano esistere: se si fosse fatto diversamente, Domenico sarebbe ancora qui?

Oggi non abbiamo la risposta, ma abbiamo il dovere di cercarla.

Non per trasformare un procedimento giudiziario in un processo mediatico.

Ma perché, quando un bambino muore e dagli atti emerge l’esistenza di una possibile strada terapeutica che secondo i consulenti avrebbe potuto offrire una diversa prospettiva, il silenzio non è sufficiente.

E se avesse avuto quel cuore artificiale?, una domanda che lascia l’amaro in bocca e la consapevolezza che forse Domenico non sarebbe mai finito sulle prime pagine dei giornali.

Vuoi pubblicare i contenuti di NapoliVillage.com sul tuo sito web o vuoi promuovere la tua attività sul nostro sito? Contattaci all'indirizzo redazione@napolivillage.com

Altri articoli dell'autore

0 Commenti
Vecchi
Più recenti Le più votate
- Sponsorizzato -
- Sponsorizzato -