NAPOLI (Di Anna Calì) – C’è una riga sottile, sottilissima, tra arte urbana e vandalismo. A Napoli quella riga è stata non solo superata, ma calpestata più e più volte. Ora corre lungo i marmi del Duomo, risale il colonnato di Piazza del Plebiscito, deturpato da svastiche e falli vergognosi, sfiora la statua di Vincenzo Bellini, lambisce chiese storiche come Sant’Eligio e San Pietro a Majella, fino ad arrivare alla ferita più fresca: la facciata restaurata di Sant’Angelo a Nilo, 200mila euro di fondi pubblici evaporati in pochi secondi di creatività incivile.
Il problema non è nuovo. Ma oggi, complice il turismo crescente e una città che prova a presentarsi in forma al resto del mondo, gli imbrattamenti sono diventati una piaga non più ignorabile. E così Palazzo San Giacomo, con un ritardo che non si può tacere, annuncia un “Piano organico per i monumenti” da avviare nel 2026.
Secondo quanto discusso al tavolo del decoro coordinato da Ciro Turiello, il piano prevede tre direttrici principali: un protocollo con la Sovrintendenza per velocizzare le autorizzazioni alla pulizia; videosorveglianza mirata nelle aree più a rischio, come la Galleria Umberto I; e un nuovo modello di appalto che potrebbe imporre alle ditte di restauro l’obbligo di intervenire anche sui graffiti.
Si parla persino di un fondo annuale da 200mila euro, cifra che appare quasi simbolica se confrontata con la dimensione del problema. In parallelo, si valuta il coinvolgimento di associazioni di volontariato e partecipate, sulla scia dei risultati dell’associazione “100x100Naples”, che negli ultimi mesi ha ripulito muri, scogliere, piazze e persino il Lido Mappatella, finanziando gran parte delle operazioni in maniera autonoma.
Perché poi il vero nodo è questo: cosa racconta una città ai suoi visitatori quando lascia che i suoi monumenti vengano vandalizzati impunemente? Che tipo di rispetto dimostra verso la propria storia, verso l’arte e verso chi la abita? E soprattutto: quanto può crescere una capitale culturale europea se non riesce a difendere neanche i suoi simboli?
Da un lato c’è la Napoli delle eccellenze artistiche: il barocco, il patrimonio Unesco, le chiese millenarie e la bellezza che fa restare senza fiato; dall’altro c’è una città che sembra incapace di proteggere tutto questo, che permette che il gesto di pochi incivili sporchi l’immagine di un’intera collettività.
Il Comune promette telecamere, multe, sanzioni. Ed è giusto. La repressione serve. Ma la storia insegna che, da sola, non risolve il problema. Perché l’imbrattamento non nasce dall’urgenza artistica, quella segue altri canali, altri linguaggi, bensì da una miscela di ignoranza, disinteresse e assenza di senso civico.
Ed è qui che la riflessione si fa più profonda.
Punire può frenare. Ripulire può rimediare. Ma prevenire? Prevenire richiede educazione, cultura e coinvolgimento: cose che qui attualmente mancano.
E allora la domanda che si impone è la stessa che chiude il dibattito istituzionale:
Quale iniziativa educativa o culturale potrebbe davvero parlare ai giovani e dissuaderli dal deturpare i monumenti della loro città?
Forse laboratori di street art legale, in cui trasformare i “writers” in autori e non in vandali. Ma anche andare ad integrare dei veri e propri percorsi scolastici che mostrino il valore dell’arte che si calpesta. O persino pensare a dei progetti di adozione per i monumenti da parte degli studenti, responsabilizzandoli.
La verità è che nessun piano, per quanto ben scritto, funzionerà senza un cambio culturale profondo, perché imbrattare un monumento è tradire la propria città.

















