Giustizia apparente, verità sospesa, magistrati che per coprire il Comune dell’epoca, sentenziano che il monumento è di privati. Gratteri chiamato in campo attraverso l’esposto alla Procura che denuncia gravi anomalie nel procedimento
La Galleria Umberto di Napoli, come da codice Pisanelli, è bene comunale e come tale dal Comune andava manutenuta nei suoi spazi pubblici. Così non è avvenuto e nel 2014 il crollo di un fregio ha ucciso un ragazzo. La magistratura è corsa in soccorso dell’allora Sindaco (ed ex magistrato), che, secondo la legge Severino, da indagato avrebbe dovuto dimettersi, scegliendo come capri espiatori (ultraottantenni) l’amministratore e il direttore dei lavori che, nel lontano 2009, avevano manutenuto il palazzo accanto. Inutile dire che l’appello ha confermato il primo grado e così anche la Cassazione.
Nell’udienza di Cassazione del 13 febbraio 2026, l’avvocato Sergio Pisani, difensore della famiglia di Salvatore Giordano morto in seguito al ferimento causato dalla caduta del fregio della Galleria Umberto, ha ribadito ciò che i Giordano sostengono da sempre: la responsabilità è unicamente del Comune di Napoli. “Accusate di gravi reati ci sono persone – ha ricordato in aula– che hanno rinunciato alla prescrizione”, non solo per ottenere giustizia per se stesse, ma anche per affermare un principio di responsabilità e di giustizia per l’intera comunità.
Pisani ha inoltre ricordato che il crollo del 5 luglio 2014 era stato preceduto da almeno nove cedimenti (tutti tra gennaio e giugno 2014), tutti segnalati agli organi competenti. Una morte annunciata.
La quarta sezione di Cassazione non ha accettato i ricorsi presentati dagli imputati contro la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello di Napoli nei confronti di Mariano Bruno ed Elio Notarbartolo, rispettivamente amministratore e tecnico del condominio di Piazzetta Matilde Serao, incaricati dei lavori nel 2009, ben cinque anni prima della tragedia. I due avevano già rinunciato alla prescrizione, spinti da una profonda fiducia in una giustizia equa e dal desiderio di fare piena chiarezza sull’accaduto, mentre Giovanni Spagnuolo, dirigente del Comune di Napoli, aveva chiesto la prescrizione per alcuni dei reati imputatigli.
Anche l’avvocato Carlo Spina, difensore di Notarbartolo, ha richiamato l’articolo 9 della Costituzione, che impone allo Stato la tutela dei beni culturali. Un obbligo che vincola tutte le istituzioni, dal Parlamento ai Comuni.
“La Corte di Cassazione è una corte di legittimità – ha dichiarato Spina– e proprio per questo dovrebbe interessarsi alla nostra legge madre, la Costituzione, che all’articolo 9 afferma che la Repubblica ha l’obbligo e il dovere di tutelare i beni culturali.”.
Il nodo centrale, secondo la difesa, resta quello della proprietà del monumento. La Galleria Umberto è regolata da una convenzione pubblica e la Legge Speciale per Napoli stabilisce che tutto ciò che non è abitabile rimane di proprietà dello Stato: un principio talmente chiaro che nessuno si sognerebbe di ipotecare il Colosseo o la Fontana di Trevi. Eppure, solo nel 2022 – otto anni dopo la tragedia – Prefettura, Soprintendenza e Comune di Napoli si sono riuniti per firmare un protocollo di manutenzione della Galleria, riconoscendo implicitamente una responsabilità pubblica che per anni era stata negata o rimbalzata altrove.
“Notarbartolo non poteva intervenire su un bene pubblico, essendo un ingegnere di un condominio privato, e non un architetto del Comune, come gli avevano ribadito anche dall’ufficio tecnico comunale a cui aveva chiesto parere. La Costituzione chiede che il mio assistito sia assolto”- Ha concluso Spina.
L’avvocato Bruno, difensore di Mariano Bruno, ha insistito sulla questione della proprietà e sulle condizioni dell’edificio nel 2009: all’epoca dei lavori, lo stato dei luoghi non presentava il degrado riscontrato nel 2014, dopo anni di agenti atmosferici e oltre cinquemila scosse di terremoto registrate. Nessuna nota segnalava urgenze. Eppure, il successivo amministratore è stato assolto, mentre Bruno e Notarbartolo – che non ricoprivano più incarichi nel 2014 – sono stati condannati.
LA PROPRIETA’ DELLA GALLERIA UMBERTO I DI NAPOLI
Il cuore del processo resta la proprietà del monumento ottocentesco. Una questione che, ancora oggi, appare come un gigantesco scaricabarile istituzionale.
Determinante è stata la testimonianza del professor Nicola Augenti, consulente della Procura e figura di rilievo anche nel processo sul ponte Morandi. Davanti al giudice di primo grado, Augenti ha affermato senza esitazioni che il frontone da cui si staccò l’intonaco assassino è di proprietà pubblica, sia per ragioni architettoniche che funzionali.
Durante il processo è emersa anche una manutenzione lacunosa, più volte segnalata dai condomìni confinanti all’Amministrazione comunale. I vigili del fuoco, intervenuti mesi prima della tragedia, avevano segnalato il pericolo. Nulla fu fatto.
“Nove crolli hanno preceduto la tragedia da gennaio a maggio 2014”, è stato ricordato in Appello. La Galleria Umberto è un monumento di rilevanza storica e culturale: il Comune aveva l’obbligo di intervenire. Non solo: un’interrogazione consiliare del 3 marzo 2014, indirizzata al sindaco e all’assessore competente, segnalava già un crollo di calcinacci sul lato di via Toledo. Il Regolamento comunale consente interventi di somma urgenza. Ma nessuno intervenne. Solo dopo la tragedia, il 10 luglio 2014, il sindaco De Magistris firmò l’ordinanza n. 931 per lavori in danno. “Se fosse partita prima – hanno ricordato amici e familiari – Salvatore sarebbe ancora vivo”.
ESPOSTO ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA
Intanto resta, per ora, senza riscontro l’esposto depositato mesi fa, dallo stesso Notarbartolo, presso la Procura della Repubblica di Napoli, presieduta da Nicola Gratteri, per assenza di terzietà dei magistrati in merito al caso del crollo del monumento napoletano.
Il documento contro la magistratura è stato consegnato anche nelle mani del Procuratore Generale Aldo Policastro, per quella che appare una grave lesione del Diritto Penale e della cosiddetta “Terzietà” che la Magistratura deve sempre osservare nell’espletamento delle sue funzioni. Nel documento si fa riferimento ai diversi momenti del processo. Nel corso delle udienze del secondo grado sono state dimostrate, con perizie tecniche, professionali e legali, le pertinenze e proprietà della parte del monumento storico interessata dal crollo. Come certificato dal CTU della stessa pubblica accusa, si tratta di pertinenze essenziali della proprietà del Comune.
In un dramma che sembrava chiaro già dal primo grado, oggi non si trova un filo logico, coerente e giusto.
“La legge è uguale per tutti”, si legge nelle aule dei tribunali.
È davvero così, o i magistrati sono più uguali degli altri?
Visto che in Italia non è stato possibile ottenere giustizia, il procedimento continua presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

















