NAPOLI (Di Anna Calì) – Il caso di Domenico Caliendo ha scosso profondamente l’opinione pubblica, ma oggi si affaccia una vicenda che, nelle parole e nei racconti delle famiglie coinvolte, sembra ripercorrerne inquietantemente le stesse dinamiche.
A cambiare sono i nomi dei bambini e alcuni dettagli clinici, ma il cuore dell’accusa resta lo stesso: tempi di intervento, decisioni cliniche accentrate e una gestione che, secondo i familiari, avrebbe inciso in modo decisivo sull’esito finale.
Sullo sfondo, un elemento che pesa come un macigno: il presunto rinvio degli interventi durante il periodo del Ponte di San Gennaro, con la motivazione che in quei giorni non si opererebbe se non in casi di estrema emergenza, a causa dell’assenza dei cardiochirurghi all’interno del presidio ospedaliero dei Colli.
A raccontare questa nuova vicenda è Patrizia, mamma di Gioia, neonata affetta da una grave cardiopatia congenita e deceduta dopo settimane di ricovero all’ospedale Monaldi.
Ma Patrizia non è la sola: anche la madre di Domenico si chiama Patrizia; due donne, due storie diverse ma che oggi si intrecciano nello stesso filo di domande, sospetti e dolore.
Secondo quanto riferito dalla famiglia di Gioia, la diagnosi arriva già durante la gravidanza quando la donna era al quinto mese: una cardiopatia truncus, complessa per la quale, al momento delle consulenze, viene prospettata anche una possibilità di eseguire un intervento chirurgico.
La bambina nasce il 5 settembre al Policlinico I e viene subito trasferita al Monaldi.
Nei primi giorni le condizioni appaiono stabili, tanto che viene temporaneamente sospeso anche il supporto ventilatorio.
Ma con il passare del tempo il quadro clinico cambia: compaiono aritmie già a partire dopo una settimana di vita, cresce l’affaticamento al tal punto che la mamma deve interrompere l’allattamento al seno perché la piccola si affatica troppo, si accumulano liquidi ai polmoni e la terapia farmacologica con il Lasix perde efficacia.
È in questa fase, racconta la madre, che la famiglia inizia a chiedere con insistenza un confronto diretto con il cardiochirurgo. Un confronto che, secondo il loro racconto, non avverrà mai.
Le risposte ricevute, riferiscono, sarebbero state sempre le stesse: la decisione su quando operare spettava esclusivamente al chirurgo responsabile dei casi di cardiopatia neonatale, nonché il dott. Oppido.
Poi arriva il punto più controverso del racconto familiare: nei giorni in cui le condizioni della bambina peggiorano, viene comunicato che in ospedale non si effettuano interventi chirurgici non classificati come emergenza a causa del periodo del Ponte di San Gennaro.
Un elemento che oggi assume un peso centrale nella ricostruzione, perché solleva una domanda precisa: come viene definita l’urgenza in casi pediatrici complessi e progressivamente instabili, e quale margine di valutazione clinica esiste quando il tempo, più che un dettaglio organizzativo, diventa un fattore determinante per la sopravvivenza.
Ed è proprio su questo punto che si concentra una delle domande più forti sollevate dalla famiglia: come può, in un contesto ospedaliero specializzato, un periodo festivo incidere fino al punto di rimandare interventi su pazienti pediatrici in condizioni in evoluzione?
E soprattutto, quali criteri vengono applicati nel distinguere tra ciò che è “emergenza” e ciò che non lo è, quando il quadro clinico, secondo la ricostruzione familiare, mostra un peggioramento progressivo e documentato, come si evince dalla cartella clinica.
È una questione che apre un interrogativo più ampio sull’organizzazione interna e sulla gestione delle priorità cliniche: se e in che misura il calendario ospedaliero possa influire sui tempi di intervento in patologie tempo-dipendenti, dove anche poche ore possono modificare radicalmente l’esito.
L’intervento arriverà solo dopo la fine del Ponte legato a San Gennaro. Il 21 settembre la famiglia di Gioia viene informata che l’indomani la piccola subirà l’intervento, ma ormai, le condizioni della paziente risultano gravemente compromesse.
Come già emerso nel caso di Domenico Caliendo, anche Gioia viene mantenuta con lo sterno aperto, chiuso soltanto da una membrana.
È in questo contesto che i genitori raccontano uno dei momenti più traumatici dell’intera degenza: l’ingresso in terapia intensiva e il confronto con un’immagine che, dicono, non riescono più a ricondurre alla loro bambina.
“Quando sono entrata non l’ho riconosciuta”, racconta la madre Patrizia. “Sembrava una bambina di tre o quattro anni, era completamente gonfia, piena di liquidi e di macchinari. Non era più lei”.
Una condizione che, nel racconto familiare, segna uno spartiacque emotivo oltre che clinico, accompagnando i giorni successivi fino al progressivo peggioramento e all’esito finale.
Passano i giorni e la piccola Gioia dallo stato di prognosi riservata, dichiarato post intervento, non si sveglia.
Ed è per questo che la Dott.ssa Farina decide di attaccare la bimba all’ECMO: la circolazione extracorporea utilizzata nei casi più critici.
Le strade sono due: o l’ECMO aiuterà la piccola a riprendersi oppure sarà la fine.
Il giorno prima del decesso, Gioia avrà un’emorragia cerebrale, complicanza grave associata anche al trattamento extracorporeo.
Il decesso viene dichiarato il 7 ottobre.
Solo dopo la morte, e soprattutto dopo l’emersione del caso di Domenico, la famiglia decide di richiedere un’analisi approfondita della cartella clinica tramite l’avvocato Petruzzi e il medico legale Scognamiglio.
Ed è qui che, secondo quanto riferito, emerge un elemento centrale: l’intervento sarebbe potuto essere eseguito giorni prima, indicativamente intorno al 12 settembre, quando la bambina mostrava già segni evidenti di peggioramento e non tergiversare ancora di più.
Una tempistica che, nella ricostruzione dei familiari, si sovrappone proprio ai giorni del rinvio legato al periodo festivo.
È questo il nodo che oggi alimenta domande e richieste di chiarimento: se un intervento anticipato avrebbe potuto cambiare l’esito clinico, e perché, secondo la famiglia, si sia atteso fino a una fase ormai critica per procedere.
Una storia che si aggiunge a un’altra già al centro dell’attenzione, e che ora apre interrogativi più ampi su tempi di intervento, organizzazione interna e gestione delle urgenze in reparti altamente specialistici.
Domande che restano sospese, mentre il dolore delle famiglie continua a chiedere risposte chiare e definitive.
Mamma Patrizia durante l’intervista svolta con la nostra redattrice Anna Calì rivolge parole di affetto e gratitudine anche nei confronti del legale, ma soprattutto rivolge un pensiero a tutti i genitori
“Ci tenevo tantissimo a ringraziarli: la Fondazione, la mamma di Domenico e l’avvocato. Non hanno guardato alla professione, ma prima di tutto all’aspetto umano.
Non mi è stato chiesto nulla, nemmeno un euro. Mi hanno detto semplicemente che questo caso meritava attenzione e giustizia, e che avevo il diritto di avere risposte”, racconta.
“Il mio unico rimpianto è che forse avrei potuto muovermi prima, fare qualcosa prima. Ma in quel momento ero talmente rassegnata che non avevo più la forza di reagire. Avevo perso mia figlia, e con lei avevo perso tutto”.
Poi il pensiero si allarga ad altre famiglie, e al senso stesso della sua testimonianza: “Se il mio parlare può aiutare anche un solo genitore in futuro, magari a non aspettare che si arrivi all’emergenza, allora ne sarà valsa la pena. Io oggi sono contenta se la mia voce può servire a cambiare qualcosa”.
Un racconto che si intreccia anche con il tema della fiducia iniziale nel percorso clinico: “Noi ci siamo completamente affidati ai medici. Io cercavo informazioni, leggevo ovunque notizie positive, vedevo l’immagine di un’eccellenza. E quindi ero convinta che mia figlia sarebbe uscita e sarebbe tornata a casa”.
Una fiducia costruita anche attraverso ciò che la famiglia trovava online e nelle informazioni disponibili: “Tutti noi genitori ci aggrappiamo a quello che leggiamo e a quello che ci viene raccontato. In quel momento non hai gli strumenti per dubitare. Ti affidi completamente”.














