Napoli ferita e la retorica della difesa: chi protegge davvero la città? (VIDEO)

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NAPOLI (Di Anna Calì) – Hanno sfondato il volto di una delle sfingi della fontana del Seguro in piazza Mercato. Un colpo violento, mirato, che ha quasi decapitato una scultura ottocentesca, simbolo silenzioso di un luogo che è storia viva della città. La notizia, racconta l’ennesimo atto vandalico contro il patrimonio artistico partenopeo. Ma la cronaca, da sola, non basta più.

Perché questa non è soltanto la storia di una statua danneggiata. È la fotografia di una città che assiste, troppo spesso impotente, alla devastazione dei propri simboli. È il segno di una deriva che non può essere archiviata come bravata o ragazzata. Quando si colpisce un monumento, si colpisce l’identità collettiva.

La sfinge di piazza Mercato non è un arredo urbano qualunque. È parte di un complesso monumentale che racconta secoli di stratificazioni storiche, di dominazioni, di rivolte popolari e di rinascite. Eppure oggi viene trattata come un bersaglio qualsiasi, come se non appartenesse a nessuno. O peggio: come se appartenesse a tutti, e quindi a nessuno.

Ed è qui che la cronaca si intreccia con una domanda scomoda.

Sugli spalti dello stadio, durante le partite migliaia di tifosi cantano a squarciagola: “Ed oggi come allora difendo la città”, ed è uno dei versi più evocativi del repertorio identitario azzurro. Un inno alla fierezza, alla resistenza, all’orgoglio napoletano contro ogni attacco esterno.

Ma cosa significa, oggi, “difendere la città”? Difenderla da chi? E soprattutto: difenderla come?

Perché se la difesa è solo un grido contro l’esterno, se è soltanto una rivendicazione di appartenenza quando la squadra segna o quando si sente un torto arbitrale, allora rischia di essere retorica vuota. La vera difesa di Napoli non si misura nei cori, ma nei comportamenti quotidiani. Si misura nel rispetto dei suoi monumenti, delle sue piazze e dei suoi quartieri.

Se una sfinge può essere quasi decapitata nel cuore della città, se piazza Mercato diventa teatro di degrado e vandalismo, se gruppi di giovanissimi, troppo spesso organizzati in baby gang senza controllo, trasformano gli spazi pubblici in territori di sfida e sopraffazione, allora la domanda diventa inevitabile: chi sta davvero difendendo Napoli?

Non basta indignarsi il giorno dopo. Non basta puntare il dito genericamente contro i ragazzi di oggi. C’è un problema evidente di controllo del territorio, di prevenzione, di educazione civica, di assunzione e di responsabilità collettiva. Ma c’è anche un problema culturale: l’idea distorta che l’amore per la città sia una bandiera da sventolare e non un impegno da praticare.

Difendere Napoli significa custodirla e intervenire quando qualcuno la sporca, la rompe e la umilia. Significa pretendere sanzioni certe per chi devasta il patrimonio comune, ma anche  investire in presìdi sociali, in alternative reali per quei ragazzi che oggi sembrano crescere senza argini, ma soprattutto, significa smettere di normalizzare l’inaccettabile.

È assurdo che nel 2026 si debba ancora raccontare di monumenti sfregiati come se fosse un destino inevitabile. Non lo è. È una scelta, o meglio una somma di scelte: di chi colpisce, di chi guarda altrove e di chi minimizza sull’accaduto.

Napoli è stanca. Stanca di essere ferita e poi celebrata. Stanca di essere amata a parole e tradita nei fatti. Se davvero oggi come allora qualcuno vuole difendere la città, cominci da qui: dal rispetto per una sfinge, per una fontana, per una piazza e per il decoro urbano.

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Stefano Parodi
16/02/2026 14:16

Evito ogni sentimentalismo anche se avrei tutti i motivi per non farlo. Monumenti storici di questa importanza e di questo valore potrebbero essere sistemati in luogo protetto lasciando all’aperto solo una copia.

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