Undici minuti di follia armata nel cuore di Napoli, a pochi passi dalla Prefettura e da piazza del Plebiscito, nel pieno della movida cittadina. È quanto accaduto nella notte tra l’11 e il 12 dicembre scorso, quando due gruppi contrapposti di giovanissimi hanno dato vita a una doppia azione di fuoco tra piazza Carolina, via Chiaia e i vicoli dei Quartieri Spagnoli.
Secondo la ricostruzione investigativa, quattro ragazzi – con il volto travisato e armati di pistole – partono dai Quartieri Spagnoli e raggiungono piazza Carolina passando per via Chiaia, aprendo il fuoco contro un gruppo rivale che stazionava sulle panchine della piazza. Dopo il primo agguato, i responsabili si danno alla fuga. La risposta è immediata: il gruppo colpito si arma a sua volta e si sposta nei Quartieri Spagnoli, dove viene esplosa una seconda raffica di colpi in vico Caricatoio. Due raid incrociati, due “stese”, in uno dei luoghi simbolo della città.
A meno di un mese da quella notte, è arrivata la svolta investigativa. La Squadra Mobile di Napoli, guidata dal primo dirigente Giovanni Leuci, grazie alle immagini dei sistemi di videosorveglianza ha identificato i responsabili. Sono quattro i fermati: tre minorenni, raggiunti da un provvedimento disposto dal pm della Procura per i minorenni Ugo Miraglia del Giudice, sotto il coordinamento della procuratrice Patrizia Imperato, e un maggiorenne, per il quale procede la Procura ordinaria con il pm Celeste Carrano e l’aggiunto Sergio Amato.
A vario titolo vengono contestati i reati di detenzione e uso di armi, “stesa” e tentato omicidio; per il maggiorenne è stata inoltre riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso. Gli inquirenti non escludono il coinvolgimento di altri giovanissimi e ritengono che l’episodio sia legato a dissidi territoriali per il controllo di micro-spazi di potere: panchine, punti di ritrovo, zone di movida dove ruotano piccoli traffici di droga e alcol.
Il commento di Francesco Emilio Borrelli, deputato di alleanza Verdi-Sinistra:
«Quello delle babygang è oggi il fenomeno criminale più pericoloso in assoluto – dichiara– perché è privo di qualsiasi strategia criminale strutturata. Non c’è una logica di controllo stabile del territorio, ma solo impulsività, desiderio di emulare i “grandi”, voglia di affermarsi con la violenza e di conquistare porzioni sempre più ampie di città dove manca una reale sovranità criminale».
«Siamo di fronte a gruppi di giovanissimi – prosegue Borrelli – che agiscono senza paura, anche perché la minore età comporta pene più lievi. In molti casi queste bande vengono addirittura tollerate, se non direttamente spalleggiate, da alcuni clan: il caos che generano serve a tenere sotto scacco quartieri interi. Un tempo, quando in ogni zona c’era un “comandante”, l’interesse era anche quello di tenere sotto controllo la microcriminalità per mantenere il consenso dei cittadini. Oggi, con una frammentazione estrema dei gruppi camorristici, questo equilibrio è saltato: non potendo governare il territorio, si punta sul disordine».
«Con i vecchi boss in carcere e i vuoti di potere aperti – conclude – si inseriscono nuove paranze, spesso composte da minorenni, che alimentano una guerra continua e totale. È un fenomeno che riguarda molte metropoli italiane ed europee, ma a Napoli è legato a doppio filo alla camorra, che continua a permeare ogni livello della criminalità. Servono risposte immediate, repressione efficace e soprattutto una presenza dello Stato costante nei territori abbandonati».















