NAPOLI (Di Anna Calì) – C’è una storia che, più di altre, costringe a fermarsi e a interrogarsi sul funzionamento di un sistema che dovrebbe essere infallibile. È quella del trapianto non andato a buon fine tra Bolzano e Napoli, una vicenda che ha rimesso in attesa un bambino di due anni e ha aperto una crepa profonda nella fiducia verso una delle procedure più regolamentate della sanità pubblica.
Il piccolo paziente è napoletano, in cura all’Ospedale Monaldi fin dai primi mesi di vita per una grave cardiomiopatia. Il suo cuore non regge più da solo. Da tempo, l’unica possibilità di sopravvivenza è un trapianto. A inizio anno, dopo settimane segnate dall’attesa e dalla speranza, arriva la notizia che può cambiare tutto: c’è un cuore compatibile. Proviene da un bambino di quattro anni deceduto in Val Venosta, la cui famiglia ha compiuto un gesto di straordinaria generosità scegliendo la donazione degli organi.
Da quel momento si attiva la macchina dei trapianti, una catena complessa, rigidamente normata, che non lascia spazio all’improvvisazione. Secondo le regole del Centro Nazionale Trapianti, è sempre l’équipe del centro trapianti ricevente a recarsi presso l’ospedale del donatore per effettuare il prelievo dell’organo, occupandosi anche della sua corretta conservazione e del trasporto fino alla sala operatoria.
In questo caso, dunque, l’équipe partita da Napoli.
È un punto cruciale, perché sposta il baricentro delle responsabilità. L’ospedale che ha in cura il donatore mette a disposizione le sale, le attrezzature e il supporto logistico, ma non interviene nella preparazione dell’organo né nelle modalità di conservazione. Tutto ciò avviene sotto il controllo diretto dei medici del centro che dovrà eseguire il trapianto.
Ed è proprio lungo questa filiera che qualcosa si è spezzato.
Quando il cuore arriva al Monaldi e viene esaminato prima dell’intervento, i chirurghi si rendono conto che l’organo è compromesso. Al posto del sistema di raffreddamento previsto dai protocolli, basato su soluzioni fisiologiche, involucri sterili e gel refrigerante, sarebbe stato utilizzato ghiaccio secco. Una sostanza che non solo non è prevista, ma è espressamente incompatibile con la conservazione di un organo destinato al trapianto.
Il risultato è devastante: il contatto con l’anidride carbonica allo stato solido provoca lesioni da congelamento, una sorta di ustione da freddo che rende il cuore inutilizzabile. Il trapianto viene annullato.
A questo punto, le domande diventano inevitabili. E scomode.
Com’è possibile che del ghiaccio secco sia entrato in una procedura tanto standardizzata?
Chi lo ha introdotto?
E soprattutto: com’è possibile che nessuno se ne sia accorto prima dell’arrivo in sala operatoria?
Se il ghiaccio secco era presente, qualcuno dell’équipe del centro ricevente deve averlo inserito, volontariamente o per errore, in una fase che resta ora sotto la lente degli inquirenti.
Resta poi da chiarire un altro nodo: quello delle tempistiche. Il piccolo donatore è deceduto a metà dicembre. È possibile che le procedure siano state rallentate da accertamenti giudiziari e da un’autopsia, vista l’indagine aperta sulla sua morte. Ma appare difficile immaginare uno slittamento di due mesi. E se il trapianto fosse stato programmato nelle prime settimane di gennaio?
Nel frattempo, sono state aperte tre inchieste: due penali, a Napoli e Bolzano, e una amministrativa interna all’Ospedale Monaldi. L’Azienda sanitaria dell’Alto Adige, con una nota ufficiale, ha ribadito che la responsabilità del prelievo, della conservazione e del trasporto dell’organo spetta all’équipe del centro trapianti ricevente, confermando quanto previsto dai protocolli nazionali.
Per il bambino e la sua famiglia, però, tutto questo ha un peso relativo. Ciò che resta è un’attesa che ricomincia da capo. Un bambino di due anni che continua a vivere attaccato alle macchine. Genitori che avevano iniziato a immaginare un dopo e che ora devono fare i conti con un nuovo vuoto, con la paura che il tempo non basti.
Errori di questo tipo non sono accettabili. Non lo sono perché non si tratta di un disservizio o di una svista burocratica, ma di una catena di decisioni, o di omissioni, che ha annullato un gesto di immenso valore come la donazione di un organo. Ogni donazione è un atto di fiducia verso il sistema sanitario. Tradirla significa incrinare quella fiducia, con conseguenze che vanno ben oltre questo singolo caso.
Oggi la priorità resta trovare un nuovo cuore per il piccolo paziente del Monaldi. Un ospedale che, negli ultimi anni, ha rilanciato con forza il proprio programma di trapianto cardiaco, tornando a essere uno dei punti di riferimento nazionali. I numeri parlano chiaro: l’attività di trapianto di cuore al Monaldi è cresciuta, passando dai 20 interventi del 2024 ai 24 del 2025, con tassi di sopravvivenza a un anno superiori alla media nazionale.
Ma il dato più significativo riguarda il contesto più ampio. Il 2025 ha segnato un cambio di passo per l’intero sistema trapianti della Campania. Per la prima volta sono state effettuate due donazioni a cuore fermo (DCD), entrambe incluse nel numero complessivo delle donazioni regionali: la prima all’Ospedale Cardarelli, la seconda presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II. Un traguardo importante, che testimonia una maturità organizzativa e clinica raggiunta dal sistema regionale.
Parallelamente, è stato potenziato il programma di donazione delle cornee grazie all’attività dei neo costituiti Coordinamenti Ospedalieri Procurement (COP). Questo ha permesso di incrementare il prelievo di tessuto corneale anche nei casi di decesso ospedaliero che non consentivano la donazione multiorgano, rispettando la volontà donativa espressa in vita dai pazienti.
Il confronto tra i dati del 2024 e quelli del 2025 mostra un incremento netto e trasversale. Le segnalazioni di potenziali donatori sono aumentate del 46%, passando da 113 a 165. I donatori effettivi sono saliti da 58 a 75, mentre le donazioni multi-organo sono cresciute da 38 a 50. Anche il numero totale di organi trapiantati è aumentato in tutte le principali tipologie: il fegato ha quasi raddoppiato gli interventi al Cardarelli, i trapianti di rene sono cresciuti sia a Napoli che a Salerno, così come l’attività di split epatico.
Numeri che raccontano un sistema in crescita, capace di generare donatori, trasformare le segnalazioni in trapianti effettivi e rispondere a una domanda di salute sempre più complessa. Proprio per questo, quanto accaduto assume un peso ancora maggiore.
Accanto all’urgenza clinica, infatti, c’è un’urgenza etica che non può essere elusa: capire con precisione cosa sia successo, assumersi le responsabilità e garantire che un errore simile non si ripeta mai più. Perché la forza di un sistema non si misura solo nei successi, ma anche nella capacità di riconoscere e correggere i propri fallimenti.
Un cuore donato non è solo un organo. È una promessa di vita. E quella promessa non può andare perduta per un errore che, semplicemente, non doveva esistere.














