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Oppido chiede le ferie mentre il piccolo Domenico muore: lo scandalo delle chat choc.

NAPOLI (Di Anna Calì) – Chiedere le ferie il giorno stesso in cui si consuma la tragedia, mentre un bambino era lì che lottava disperatamente tra la vita e la morte: è questa la mossa choc del dottor Oppido, primario di cardiochirurgia pediatrica all’Ospedale Monaldi, finita al centro dell’inchiesta della Procura sulla morte del piccolo Domenico Caliendo.

Un’assenza improvvisa e non programmata, stoppata solo dal muro della Direzione sanitaria che, di fronte al baratro clinico del piccolo paziente,  fu costretta a emettere un provvedimento d’urgenza per revocare le ferie e imporre la continuità assistenziale.

​A fare fede è il protocollo firmato dal Direttore f.f. della DMPO del Monaldi, la dottoressa Maria Cristina Boccia.

Alle ore 19:32 del 12 febbraio, mentre il piccolo Domenico era appeso a un filo, la direzione vergava l’ordine d’imperio inviato poi via PEC e inoltrato alle 20:47 direttamente sul telefono del cardiochirurgo Guido Oppido: “Considerata la Sua responsabilità in qualità di curatore del paziente C.D. nonché dovendo assicurare allo stesso la continuità terapeutico-assistenziale, si dispone la revoca immediata delle suddette ferie”.

​Un atto che non lascia spazio a dubbi e che svela la gravità di quanto stava accadendo: c’era bisogno di una disposizione scritta e perentoria dell’ospedale per impedire a un primario di voltare le spalle alla corsia mentre un paziente in condizioni disperate necessitava della sua presenza.

​Mentre il vertice medico cercava la via d’uscita dall’ospedale, nei telefoni sequestrati dai periti informatici si consumava il processo impietoso dei colleghi: chat al vetriolo tra gli anestesisti, con messaggi di una crudezza disarmante come quel “Ora il trapianto non ha più senso” che inchioda i reparti a un clima di totale sfiducia e isolamento operativo.

Il clima che si respirava all’interno dei reparti e nei circuiti di comunicazione tra i professionisti del Monaldi dipinge uno scenario di totale disfacimento operativo e umano.

Nelle chat sequestrate dagli inquirenti, datate a metà febbraio nei giorni più caldi che precedettero il decesso del bimbo, poi morto dopo settimane di agonia, il giudizio dei colleghi anestesisti è di una crudezza disarmante.

​Frasi raccolte dai periti informatici che fotografano lo sgomento di chi assisteva a un percorso clinico ormai compromesso.

Espressioni taglienti, accompagnate da stoccate roventi sul clima di isolamento decisionale e sulle responsabilità di vertice, in un contesto in cui il rapporto tra reparti chiave come la cardiochirurgia e l’anestesia appariva ormai lacerato.

​Il documento informatico allegato agli atti della consulenza tecnica (R.G.N.R. 4653/2026 mod.21) non lascia spazio a interpretazioni di comodo. L’Azienda Ospedaliera dei Colli, per mano della Direzione del Monaldi, intervenne d’imperio per stoppare l’assenza del primario.

​Mentre la magistratura continua a scandagliare le responsabilità individuali, i falsi contestati nelle cartelle cliniche e le pressioni in un ambiente di lavoro descritto da più parti come tossico, la domanda che resta scolpita nelle coscienze dei lettori è una sola: come si poteva pensare di staccare la spina e chiedere ferie mentre un bambino di un anno e mezzo pagava il prezzo più alto di una catena di errori inaccettabili?

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