NAPOLI (Di Anna Calì) – Un sistema sanitario sotto pressione, un pronto soccorso senza barelle e, nel mezzo, cittadini costretti a pagare per restare su una barella.
È quanto emerge dalla denuncia rilanciata da Nessuno tocchi Ippocrate e dai controlli dei NAS presso l’Ospedale del Mare, dove la carenza di barelle avrebbe generato una situazione tanto grave quanto inaccettabile.
Secondo quanto raccontato da Manuel Ruggiero, rappresentante dell’associazione, tutto nasce dalla segnalazione di una cittadina, Ornella, giunta al pronto soccorso con la suocera in condizioni critiche, deceduta il giorno dopo.
La donna, trasportata da un’ambulanza privata, si è trovata davanti a una scelta drammatica: pagare 40 euro l’ora per la sosta sulla barella dell’ambulanza o attendere senza assistenza adeguata.
“Siamo stati i primi a ricevere questa segnalazione. La signora era arrivata con la suocera in condizioni gravi, poi purtroppo deceduta. Non c’erano barelle disponibili e le è stata imposta una tariffa oraria per restare sulla barella dell’ambulanza privata. Già questo è anomalo”, racconta Ruggiero.
Il problema, però, non è isolato. La carenza di barelle all’interno del pronto soccorso sarebbe cronica, tanto da coinvolgere anche le ambulanze del 118, spesso costrette ad attendere prima di poter “sbarellare” i pazienti.
“È una battaglia che il 118 porta avanti da tempo con la direzione sanitaria. Ma questa carenza non può ricadere sui cittadini, soprattutto su chi già paga un servizio privato”.
Il nodo centrale resta proprio questo: la presenza di ambulanze private all’esterno degli ospedali e la pratica, definita dallo stesso Ruggiero “non etica”, di far pagare la sosta in barella.
“Non esiste una voce ‘sosta barella’. Le ambulanze devono far pagare il trasporto, non la permanenza. Chiedere 40 euro l’ora è una speculazione sulle disgrazie altrui.”
Il caso solleva interrogativi ancora più inquietanti. Secondo quanto riferito, mentre alcune ambulanze private restavano ferme con pazienti a bordo, quelle del 118 riuscivano a liberare le barelle con maggiore rapidità.
“A questo punto viene da chiedersi se ci sia un interesse dietro. Non voglio usare termini pesanti, ma la situazione lascia spazio a dubbi seri”, afferma Ruggiero.
Un sospetto che, se confermato, aprirebbe scenari gravissimi sulla gestione degli accessi e delle priorità nei pronto soccorso.
Non è la prima volta che emergono criticità simili. Lo stesso Ruggiero ricorda come, in passato, l’Ospedale Cardarelli abbia adottato una misura drastica: vietare l’ingresso alle ambulanze private nell’area del pronto soccorso, proprio per evitare situazioni di questo tipo.
Una scelta che, ad oggi, non risulta essere stata replicata all’Ospedale del Mare.
Nel mirino non ci sono solo le società private, ma anche la gestione interna dell’ospedale.
“C’è una responsabilità condivisa: delle ambulanze private, ma anche del pronto soccorso. Il direttore sanitario dovrebbe vigilare su queste situazioni”, accusa Ruggiero.
E poi c’è il livello politico. Secondo l’associazione, la Regione Campania deve intervenire, anche per garantire le risorse necessarie.
“I fondi per le barelle sono regionali. Chi guida la sanità deve approfondire e intervenire. Non si può lasciare tutto così.”
Al di là delle responsabilità amministrative, resta una questione umana. Persone fragili, in condizioni critiche, trasformate in “clienti” costretti a pagare per un diritto fondamentale: l’assistenza sanitaria.
“Non si va al pronto soccorso per scelta, ma per necessità. E quello che sta accadendo è una speculazione a tutti gli effetti.”
L’inchiesta dei NAS e l’attenzione mediatica potrebbero rappresentare l’inizio di un’indagine più ampia. Ma per molti cittadini, il danno è già stato fatto.
Com’è possibile che, nel 2026, in un ospedale pubblico, si debba pagare per restare su una barella?
















