Papa Leone XIV al Plebiscito: l’abbraccio finale ai 30mila di Napoli

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Il cuore di Napoli esplode di gioia per l’ultima, attesissima tappa della visita di Papa Leone XIV.

Sono circa 30.000 i fedeli che hanno riempito ogni spazio di Piazza del Plebiscito per ricevere la benedizione del Pontefice.

Un’atmosfera carica di emozione, resa ancora più suggestiva dalle note di “Magnifica gente” (dal celebre film Scugnizzi) che hanno risuonato in piazza al momento dell’ingresso della Papamobile.

Il Santo Padre ha percorso lentamente il perimetro della piazza, fermandosi più volte per baciare bambini e stringere le mani delle migliaia di persone che lo attendevano da ore sotto un cielo plumbeo, che ha però risparmiato la folla dalla pioggia battente.

Prima del bagno di folla, Papa Leone XIV si è recato all’interno della Basilica di San Francesco di Paola per un incontro privato e profondo con la Comunità dei Minimi, custodi del principale tempio della piazza.

La scelta del brano “Magnifica gente” è stata un omaggio diretto alla resilienza e alla dignità del popolo napoletano, un tema che il Papa ha toccato più volte durante i suoi discorsi odierni.

Presente anche Ludovica, una ragazzina di 12 anni di Torre del Greco che ha consegnato i fiori al Santo Padre per ricevere una benedizione dopo aver lottato contro un tumore.

Il Pontefice ha incontrato Patrizia Mercolino, la madre di Domenico Caliendo, il bambino la cui storia ha commosso l’intera città, scomparso prematuramente dopo un trapianto di cuore fallito.

Un incontro non casuale, ma fortemente voluto, che ha testimoniato la sensibilità del Pontefice verso le famiglie colpite da lutti così devastanti.

La cronaca dell’incontro di Papa Leone XIV: una foto e un libro sul cuore

Accompagnata dalla figlia piccola, Patrizia Mercolino si è avvicinata al Santo Padre sotto lo sguardo dell’Arcivescovo Don Mimmo Battaglia, che ha fatto da tramite per questo colloquio privato:

  • Il ricordo del Papa: «Don Mimmo gli ha detto chi ero e lui si è subito ricordato», ha raccontato Patrizia con emozione. Il Pontefice aveva infatti già seguito a distanza le drammatiche fasi della vicenda del piccolo Domenico.

  • I doni della famiglia: La sorellina di Domenico ha consegnato a Leone XIV una fotografia del fratello, mentre mamma Patrizia ha regalato al Papa il libro scritto per raccontare la battaglia e la vita di suo figlio.

  • La promessa di preghiera: Alla richiesta di una preghiera speciale per Domenico, il Papa ha risposto con un rassicurante «Sarà fatto», portando la mano destra sul cuore, un gesto di protezione e memoria che ha profondamente colpito i presenti.

Domenico Caliendo: una storia che unisce Napoli

La vicenda di Domenico è diventata un simbolo della lotta per la vita e delle eccellenze (ma anche delle fragilità) del sistema sanitario. Il suo ricordo oggi vive non solo nelle parole della madre, ma nell’impegno della Chiesa di Napoli, guidata da Don Mimmo Battaglia, che ha voluto che questa testimonianza arrivasse direttamente al Successore di Pietro.

Il valore dei gesti semplici nel magistero di Leone XIV

Questo incontro si inserisce perfettamente nel tema della giornata napoletana del Papa: curare le ferite della città. Dopo aver parlato di disuguaglianze e violenza, il Pontefice si è fermato per ascoltare il dolore individuale, dimostrando che la “carezza del Papa” è rivolta innanzitutto a chi ha perso le proprie ragioni di vita.

Verso il congedo: il ritorno al Vaticano

Conclusa questa ultima tappa, il programma prevede il ritorno del Pontefice alla Rotonda Diaz tramite la Papamobile. Da lì, l’elicottero dell’Aeronautica Militare decollerà per riportare Papa Leone XIV in Vaticano, chiudendo ufficialmente il primo anniversario del suo pontificato vissuto tra la fede di Pompei e il calore di Napoli.

Visita Pastorale di Sua Santità Leone XIV

all’Arcidiocesi e alla Città di Napoli

Indirizzo di saluto di don Mimmo Card. Battaglia

in Piazza del Plebiscito

Santo Padre,

benvenuto nella piazza grande di Napoli. Qui non parla soltanto la Chiesa raccolta nella preghiera. Qui parla la città. E Napoli, quando parla, non lo fa mai con una voce sola.

Parla con il mare, che le insegna da sempre l’apertura. Parla con i vicoli, che custodiscono storie, nomi, legami.

Parla con i balconi, con le mani operose, con le botteghe, con le scuole, con le università, con gli ospedali, con le parrocchie, con le famiglie, con i giovani, con i poveri, con tutti coloro che ogni giorno tengono accesa una piccola luce. Napoli oggi non Le consegna una cartolina.

Le consegna un volto. Un volto antico e giovane insieme. Un volto segnato, certo, ma capace ancora di stupor. Un volto che conosce la fatica, ma non ha dimenticato la festa. Che conosce il dolore, ma non ha smesso di cantare. Che conosce le prove della vita, ma continua a generare fraternità.

Santo Padre,

questa città ha un’anima grande.

Un’anima fatta di accoglienza, di intelligenza, di creatività, di fede popolare, di bellezza che resiste anche quando tutto sembra difficile.

Napoli sa trasformare poco in molto. Sa fare casa anche dove lo spazio è stretto. Sa condividere il pane anche quando il pane non abbonda. Sa riconoscere il forestiero, perché da sempre è città di approdi, di incontri, di lingue diverse, di popoli che si sono guardati negli occhi. Napoli è una città che non chiude facilmente il cuore. E questa è una grazia. Ma è anche una responsabilità.

Perché una città così, una città con una tale capacità di amare, non può accontentarsi di sopravvivere.

È chiamata a fiorire. È chiamata a far diventare la sua bellezza giustizia quotidiana. È chiamata a trasformare la sua generosità in futuro condiviso.

Se poco fa, davanti alle reliquie del nostro Santo, abbiamo invocato la pace, qui, in questa piazza, quella invocazione scende nella vita concreta della città e diventa domanda più esigente: pace e giustizia.

Perché la pace ha bisogno di giustizia per non restare parola fragile. E la giustizia ha bisogno di pace per non perdere il volto della fraternità. Noi oggi Le chiediamo questo, Santo Padre: ci aiuti a custodire insieme pace e giustizia. Non come due parole da pronunciare, ma come due strade da percorrere.

Pace e giustizia per i giovani, perché possano restare, scegliere, costruire, sognare qui.

Pace e giustizia per i bambini, perché ogni bambino abbia diritto alla scuola, al gioco, alla bellezza, alla tenerezza. Pace e giustizia per le famiglie, che sono il primo luogo in cui la città impara a non essere sola.

Pace e giustizia per gli anziani, memoria viva di Napoli, radici da custodire e non da lasciare indietro. Pace e giustizia per i poveri, che non sono il margine della città, ma il punto da cui misurare la verità del nostro amore.

Pace e giustizia contro la camorra, che non è solo criminalità, ma menzogna educativa, falsa promessa, religione del denaro, furto di futuro. Perché la camorra non uccide soltanto quando spara. Uccide quando convince un ragazzo che valere significa comandare.

Quando fa credere che il rispetto si compra con la paura. Quando occupa il vuoto lasciato dalla solitudine, dalla mancanza di adulti credibili, dalla fragilità delle comunità.

E allora Napoli oggi deve dirlo con una chiarezza nuova: nessun ragazzo nasce perduto. Nessun quartiere nasce condannato. Nessuna famiglia deve essere lasciata sola a combattere contro ciò che è più grande di lei.

Pace e giustizia per chi arriva dal mare, per chi cerca casa, per chi cerca lavoro, per chi cerca semplicemente qualcuno che dica: tu sei mio fratello, tu sei mia sorella.

Santo Padre,

questa piazza oggi è una promessa. Dentro questa piazza ci sono energie straordinarie. Ci sono educatori che ogni giorno aprono strade. Ci sono insegnanti che salvano vite senza fare rumore. Ci sono medici, infermieri, operatori sociali che si prendono cura delle fragilità. Ci sono volontari che abitano le periferie come luoghi di speranza. Ci sono artigiani, lavoratori, imprenditori, artisti, studenti, madri e padre che non si arrendono al lamento e continuano a costruire.

Questa è la Napoli che vogliamo consegnarLe. Non una città perfetta. Ma una città viva. Una città capace di cominciare di nuovo. Una città che ha dentro di sé risorse immense: la cultura, la fede, la solidarietà, il genio, la musica, la cura, la passione civile, la capacità di rialzarsi.

Napoli sa che il futuro non si aspetta soltanto. Si prepara. Si prepara educando. Si prepara lavorando. Si prepara includendo. Si prepara tendendo la mano. Si prepara scegliendo ogni giorno il bene possibile.

E allora, Santo Padre, da questa piazza sale un desiderio grande: che Napoli diventi sempre più città dell’incontro. Città dove nessuno sia invisibile. Città dove la bellezza non sia privilegio di pochi, ma respiro di tutti.

Città dove il lavoro sia dignità. Città dove la scuola sia porta aperta. Città dove la cura raggiunga chi è più fragile. Città dove i giovani non debbano andare via per credere nel domani. Città dove la pace non sia soltanto invocata, ma costruita nelle relazioni, nei quartieri, nelle famiglie, nelle scelte pubbliche e private.

Napoli è città di mare. E il mare, Santo Padre, ci ricorda che ogni confine può diventare ponte.

Il Mediterraneo non deve essere luogo di paura. Deve tornare a essere spazio di incontro, di dialogo, di fraternità. Da questa città affacciata sul mare, noi vogliamo dire che la pace comincia quando l’altro non è più una minaccia, ma un volto. Quando il povero non è un problema, ma un fratello. Quando il giovane non è un rischio, ma una promessa. Quando la diversità non è distanza, ma ricchezza.

Santo Padre,

Napoli oggi La accoglie con il suo cuore largo. Con la sua fede antica. Con la sua intelligenza viva. Con la sua allegria profonda.

Con la sua capacità di restare umana anche dentro le fatiche della storia. E Le chiede una parola che incoraggi, che confermi, che spinga questa città a credere ancora di più nella propria vocazione. Perché Napoli non è solo una città da aiutare. È una città che può aiutare. Può aiutare il mondo a ricordare che la vita è relazione.

Che nessuno si salva da solo. Che la bellezza senza fraternità è incompleta. Che la fede senza giustizia resta muta. Che la pace senza cura dei poveri non ha radici.

E allora accolga, Santo Padre, il nostro saluto e il nostro impegno.

Da questa piazza, dopo aver invocato la pace davanti al nostro Santo, noi chiediamo e promettiamo: pace che diventi giustizia, giustizia che generi speranza, speranza che diventi futuro per tutti. Perché Napoli, quando ama, non ama a metà.

E oggi vuole amare così: con le mani aperte, con il cuore sveglio, con il passo coraggioso di chi sa che il bene, quando è condiviso, può davvero cambiare la storia.

Visita Pastorale di Sua Santità Leone XIV
all’Arcidiocesi e alla Città di Napoli
Indirizzo di saluto del Prof. Gaetano Manfredi
Sindaco di Napoli

Santo Padre, Napoli La accoglie con il suo calore, in un grande abbraccio fisico e ideale.
Lo fa qui, in Piazza del Plebiscito, sotto lo sguardo solenne della Basilica di San Francesco di Paola, in un momento carico di significato, segnato anche dal primo anniversario del Suo Pontificato, con un’emozione che appartiene all’intera comunità e che difficilmente può essere contenuta.

Per noi accoglierLa è motivo di profondo orgoglio. La Sua visita rappresenta un passaggio di straordinario valore spirituale e simbolico: un dono che Napoli riceve con gratitudine sincera. E per questo desidero ringraziarLa, così come rivolgo un pensiero riconoscente al nostro Arcivescovo, Don Mimmo Battaglia, che certamente Le ha raccontato la verità più autentica della nostra città: le sue ferite e, insieme, la sua inesauribile capacità di rinascere.

Viviamo un tempo attraversato da tensioni globali, da conflitti che generano inquietudine e interrogano profondamente le coscienze. È un tempo che ci impone uno sforzo nuovo, collettivo, responsabile. Ed è proprio dalle città, da luoghi vivi come Napoli, che può nascere una risposta capace di restituire speranza.

Le città sono laboratori quotidiani di pace: nella convivenza, nel rispetto reciproco, nella riduzione delle disuguaglianze, nella cura delle fragilità, nell’educazione alla prossimità.

Napoli, da secoli, è terra di incontro, di dialogo, di contaminazioni culturali. Conosciamo il peso della sofferenza, ma non abbiamo mai smesso di accogliere, senza rinunciare alla nostra identità.

Forse è proprio da qui, Santo Padre, che l’umanità può trovare la forza di ripartire: dalla concretezza di un messaggio di pace che Lei testimonia con instancabile dedizione. Anche dentro le contraddizioni del presente, anche oltre le ombre della quotidianità, Napoli continua a credere nella speranza e a rimettere la persona al centro di ogni azione.
AccoglierLa oggi, in un momento così delicato, è per noi un grande privilegio, ma anche una responsabilità ulteriore.

Il mondo è segnato da guerre, povertà, solitudini diffuse. Eppure, proprio per questo, a tutti noi — credenti e laici, istituzioni e società civile — è affidato un compito comune: costruire percorsi di inclusione, ampliare gli spazi dell’ascolto, rendere universale un messaggio che appartiene all’umanità intera.

Napoli è fatta di contrasti: fragilità e bellezza, difficoltà e straordinarie energie sociali. I nostri quartieri raccontano storie di fatica, ma anche di dignità, resilienza, solidarietà e fede religiosa.

La politica ha il dovere di incidere su queste vite con serietà e visione. Non possiamo permetterci leggerezze: ogni scelta deve essere orientata alla trasformazione giusta e concreta della realtà.

Da sindaco, e da rappresentante delle istituzioni, porto qui la voce di una comunità che ogni giorno resiste e non si arrende. Una città è davvero giusta quando sa stare accanto a chi è ai margini. Napoli conosce le ferite delle periferie, della povertà educativa, del disagio giovanile, della disoccupazione, delle nuove esclusioni. Ma proprio da queste ferite nasce la nostra responsabilità più grande: non lasciare indietro nessuno.

La presenza di Papa Leone XIV ci richiama a questa responsabilità e ci invita a una riflessione profonda. Ci offre l’occasione di pronunciare, con forza, parole come pace e fratellanza, e di farle vivere concretamente, qui, in questa piazza che simbolicamente abbraccia tutte e tutti.

Il Suo magistero spirituale è guida e conforto, ma anche stimolo per l’azione delle istituzioni, affinché si proceda con decisione sulla strada dell’uguaglianza dei diritti e delle opportunità.

Pace, condivisione, rispetto dell’altro non sono principi astratti: sono fondamenti irrinunciabili, sui quali non possono esistere ambiguità. L’auspicio è che questi valori diventino sempre più patrimonio comune, oltre ogni appartenenza, oltre ogni differenza di fede. Napoli, in questo, ha sempre mostrato la sua vocazione: accogliere, includere, far convivere le diversità anche nei momenti più difficili.

Nel tempo frenetico e spesso disorientato che viviamo, Napoli può essere un faro nel Mediterraneo: un laboratorio permanente di pace, equità e solidarietà tra i popoli.

Napoli guarda ai fragili e se ne prende cura.
Napoli parla il linguaggio della fratellanza contro ogni forma di odio.
Napoli non è soltanto una città: è una possibilità. Una possibilità concreta di umanità, per sé e per il mondo intero.

Visita Pastorale di Sua Santità Leone XIV

all’Arcidiocesi e alla Città di Napoli

Testimonianza di Rebecca Rocco

in Piazza del Plebiscito

Mi chiamo Rebecca, ho ventiquattro anni e sono figlia di un quartiere in cui la bellezza ha imparato presto a convivere con il dolore.

Questo ti insegna presto a proteggerti, a trattenere, a custodire quello che senti come se esporlo potesse quasi romperlo. Quella distanza si è radicata in me, dividendo col tempo il mio cuore in due, fino al punto in cui mi sembrava l’unico modo possibile per stare al mondo.

Poi arriva un momento in cui comprendi che quella protezione è diventata per te anche un limite. Cammini tra le strade che ti hanno vista crescere e ti accorgi che non riesci più a sentirle tue fino in fondo, guardi i luoghi e senti che ti manca qualcosa per riconoscerti davvero. Mi son chiesta, nel corso della mia adolescenza, se esistesse davvero un posto in cui potessi sentirmi giusta anch’io.

La risposta non è arrivata tutta insieme, è entrata piano e si è fatta spazio dentro di me. In quel cuore che, per paura, tenevo chiuso.

È successo quando ho incontrato persone che con la paura ci camminavano accanto, senza cercare di eliminarla, ma imparando a tenerla per mano. Ed in quel modo diverso di stare dentro le cose, proprio lì, che per la prima volta ho iniziato a riconoscermi.

All’età di diciott’anni, mentre concludevo gli studi al Liceo, ho conosciuto La Cooperativa La Paranza.

Un gruppo di giovani che avevano negli sguardi qualcosa di diverso: una visione, ostinata e luminosa. Una realtà che, da diversi anni, stava provando a raccontare al mondo – con l’apertura al pubblico delle Catacombe di Napoli – una città che non si arrende ma che continua, silenziosamente, a trasformarsi, a crescere, a diventare.

Ed è lì, in quell’incontro inatteso, che ho iniziato a intravedere anche la mia strada.

Da quel momento senza accorgermene, ho iniziato a guardare le stesse strade, quelle in cui sono cresciuta, con occhi nuovi. Non perché fossero cambiate, ma perché era cambiato qualcosa dentro di me. Ho iniziato a vedere una possibilità dove prima non credevo fosse possibile, a capire che quei luoghi non erano solo parte della mia storia, e del mio passato, ma potevano diventare il punto da cui partire per costruire qualcosa, per quel futuro di cui a volte abbiamo immensamente e tremendamente paura.

Mi chiamo Rebecca. Sono nata e cresciuta al Rione Sanità e c’è stato un tempo in cui avevo paura anche solo di dire il mio nome davanti agli altri.

Per anni ho sentito di non avere un posto nel mondo, poi ho incrociato occhi che mi hanno guardata per quella che sono e hanno scelto di credere in me, anche quando io non ne ero capace.

Con loro, con quegli amici che oggi reputo fratelli, ho trovato quel posto che cercavo, e ho capito che in fondo non era poi così lontano, perché era dentro di me. Insieme abbiamo fondato la Cooperativa La Sorte. Un filo del destino che ha messo insieme e unito, con cura e pazienza, le due parti del mio cuore divise a metà.

Lo scorso anno abbiamo accolto circa centomila visitatori allo Jago Museum e preso parte al progetto MuDD – Museo Diocesano Diffuso di Napoli, che nasce da una visione ambiziosa della Chiesa di Napoli, insieme abbiamo creato quaranta opportunità lavorative per i giovani della città.

Una storia che sembra parlare di destino, ma che per noi è diventata una scelta precisa, quotidiana.

La scelta di restare e di prenderci cura dei luoghi in cui siamo cresciuti, trasformando quella cura in qualcosa di concreto, che potesse generare lavoro, dignità e futuro.

Non è una storia individuale, ed è forse questa la cosa più importante. È una storia che esiste perché esiste un gruppo, perché ci sono persone che hanno deciso di credere insieme nella stessa possibilità.

È lì che ho capito davvero cosa significa prendersi cura. Non è solo conservare, non è solo raccontare. È creare le condizioni perché le persone possano sentirsi parte di qualcosa. È lì che quello che sembrava fragile cambia significato, prende consistenza, diventa forza.

Questo cambiamento l’ho visto accadere, e l’ho vissuto.

Dentro di me, prima di tutto, nel modo in cui ho imparato a stare, a espormi, a dare spazio alla mia voce. E poi intorno a me, nei volti di chi condivide questo percorso, nei luoghi che tornano a vivere, nelle persone che entrano e si fermano, anche solo per ascoltare.

A un certo punto ho capito che il cambiamento non arriva quando tutto è chiaro o quando ti senti pronta. Arriva quando inizi, anche senza avere tutte le risposte, anche mentre la paura è ancora lì.

E allora oggi quello che sento di dire, soprattutto ai giovani, è questo.

Ci sono momenti in cui ci si sente fuori posto, in cui si guarda la propria vita e si fa fatica a immaginarla diversa.

È una sensazione reale, attraversa tanti di noi, e a volte sembra definire tutto. Eppure, dentro quella stessa sensazione esiste anche una possibilità, quella di fermarsi e iniziare a guardare davvero, a riconoscere quello che si ha, a scegliere di costruire partendo proprio da lì.

Io sono una ragazza come voi, con le sue paure, con le sue fragilità, con una storia che per tanto tempo è rimasta in silenzio.

Oggi quella storia ha trovato spazio, dentro quello che faccio e dentro le relazioni che costruisco ogni giorno. E se oggi sono qui, è perché qualcuno ha creduto che anche da una storia come la mia potesse nascere qualcosa.

E questa possibilità, oggi, esiste.

Napoli mi ha insegnato che tra il mare e il fuoco si può scegliere ogni giorno da che parte stare. Io ho scelto di stare dalla parte della vita, della cura, della bellezza che non resta ferma, ma genera futuro.

Visita Pastorale di Sua Santità Leone XIV
all’Arcidiocesi e alla Città di Napoli
Testimonianza di Fabio Varrella
in Piazza del Plebiscito

Santità,
mi chiamo Fabio Varrella, sono un ingegnere e vengo da Napoli.
Il 29 marzo 2023 mi trovavo in un distributore di benzina. Ero immerso nei miei pensieri: avevo perso mio padre da pochi giorni.

In quel momento di fragilità, due ragazzi mi si avvicinarono. Puntarono una pistola contro di me e mi ordinarono di scendere dal motorino. Io cercai di restare calmo, di non reagire.
Ma quella mano premette il grilletto. Due volte.
In quel momento ho sentito il silenzio.

Un silenzio irreale, come se tutto intorno si fosse fermato. Come se il tempo si fosse spezzato in due.

Santità, in quell’istante la mia vita si è fermata. E oggi, guardandomi indietro, sento che non si è fermata per caso.

Sono qui, vivo, grazie a chi mi ha soccorso, ai medici, ma anche, ne sono profondamente convinto, grazie a qualcosa di più grande: una mano mi ha sostenuto quando stavo per cadere.

I giorni successivi sono stati difficili. Fatti di paura, di domande, di notti lunghe.

Di momenti in cui tutto sembrava fragile. Ma sono stati anche giorni pieni di presenza. Di mani che non mi hanno lasciato solo.

In quei giorni ho conosciuto il dolore, la paura, ma anche l’amore vero.

Quello delle persone che mi sono state accanto, in particolare di mia moglie Emilia. Mia moglie non mi ha mai lasciato. È stata la mia forza quando io non ne avevo.

È stata la presenza che mi ha ricordato, ogni giorno, che valeva la pena restare, lottare, vivere.

E proprio in quel cammino di rinascita ho incontrato una guida spirituale importante, il Cardinale Domenico Battaglia, per tutti noi Don Mimmo. Con la sua vicinanza e la sua fede vissuta, mi ha aiutato a comprendere che anche dentro una ferita può nascere qualcosa di buono.

È stato lui a celebrare il nostro matrimonio. E per me questo ha avuto un significato profondo: è stato come trasformare un’esperienza di morte in una promessa di vita.

Santità, i ragazzi che mi hanno sparato oggi sono stati arrestati. Ma nel mio cuore non c’è odio.

Non ho mai provato odio verso di loro. Ho sentito, fin da subito, che quel gesto non nasceva solo da loro… ma dalla realtà in cui sono cresciuti, dalle condizioni che li hanno formati.

Per questo dentro di me non c’è rabbia, ma una consapevolezza profonda: che nessuno nasce per fare del male.

C’è invece una speranza forte: che nessuno sia perduto per sempre. E dopo aver attraversato la violenza, ho scelto di non restare fermo nel dolore, ma di trasformarlo in responsabilità.

Per questo oggi mi dedico al volontariato con il Lions per stare accanto ai giovani e costruire percorsi contro la violenza e a favore dell’educazione e della crescita.

Guardare negli occhi quei ragazzi, ascoltarli, confrontarmi con loro… mi ha fatto capire che il cambiamento è possibile.

Che anche una storia difficile può prendere una direzione diversa. Non per dimenticare ciò che è accaduto, ma per impedire che accada ancora.

Per questo abbiamo coinvolto ragazzi del nostro territorio in iniziative e percorsi formativi, premiando i loro elaborati con borse di studio dedicate a mio padre. È il nostro modo per dire che il male non ha l’ultima parola.

Santità, io sono qui come testimone: che la vita può rinascere, anche quando sembra spezzata, che il dolore può diventare impegno, che il perdono è più forte della paura.

E se oggi sono qui, è per dirlo non solo con le parole… ma con la mia vita intera, la mia esperienza.

Il bene esiste. Resiste. E quando trova spazio nel cuore dell’uomo… cresce. Si moltiplica. E può diventare più forte di qualsiasi violenza.

Grazie.

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