Peppino di Capri, l’eleganza di trasformare il tormento in melodia

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NAPOLI (Di Stefano Esposito) – Certe persone, quando se ne vanno, lasciano un vuoto. Altre lasciano una melodia. Peppino di Capri ci lascia un’intera antologia di sentimenti.

È morto Peppino di Capri. Ed è una di quelle notizie che sembrano stonare con la natura stessa dell’uomo che annunciano, perché alcune voci appartengono talmente tanto al nostro immaginario da apparire sottratte al tempo.

Peppino di Capri non è stato soltanto un cantante. È stato uno stile.

L’eleganza senza ostentazione. La malinconia senza retorica. Il dolore d’amore raccontato senza mai perdere la misura. Nelle sue canzoni il tormento non diventava disperazione, ma musica. La nostalgia non gridava: si sedeva al pianoforte. L’amore finito non chiedeva vendetta: diventava una melodia da ricordare.

Questa è stata forse la sua grandezza più autentica: aver saputo trasformare ciò che fa male in qualcosa di bello.

Con Peppino se ne va un simbolo di Capri e, insieme, di una tradizione italiana e napoletana capace di attraversare le epoche senza diventare mai vecchia. La sua isola non era soltanto un luogo geografico. Era un modo di stare al mondo. Una certa luce. Una certa notte. Il mare visto da lontano. Un bicchiere rimasto sul tavolo. Un amore che non c’è più e che, proprio per questo, continua a esserci.

Il Maestro ha cantato l’amore nelle sue molte forme, ma soprattutto in quella che conosciamo tutti e che nessuno riesce davvero a spiegare: l’amore quando manca.

Ha dato una voce alla solitudine degli innamorati, ai ritorni impossibili, alle stanze troppo grandi quando qualcuno se ne va. E lo ha fatto con quel tratto inconfondibile che non aveva bisogno di eccessi. Bastavano poche note, una parola pronunciata nel modo giusto, un pianoforte e quella voce capace di sembrare, nello stesso momento, elegante e ferita.

Ci sono artisti che appartengono a una stagione. Peppino di Capri appartiene alla memoria.

Le sue canzoni continueranno a risuonare nelle feste, nelle notti d’estate, nelle radio, nei pianoforti, nei ricordi di chi ha amato e di chi, almeno una volta, ha avuto paura di perdere qualcuno.

Perché i grandi artisti hanno questo privilegio misterioso: a un certo punto smettono di invecchiare. Restano dentro una canzone.

E allora forse stanotte, da qualche parte, qualcuno ascolterà ancora la sua voce e sentirà quelle parole arrivare più lontano del solito:

«Pecché stanotte sunnà senza ‘e te me fa paura».

Adesso quella frase sembra avere un suono diverso.

Maestro, sei stato il volto elegante di un’isola, la voce di una tradizione, il pianoforte di generazioni intere. Hai trasformato i tormenti d’amore in capolavori e hai dimostrato che perfino una ferita, quando incontra la musica, può diventare eterna.

Certe persone, quando se ne vanno, lasciano il silenzio.
Tu ci lasci una melodia.

Buonanotte e buon viaggio, caro Peppino.

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