NAPOLI (Di Stefano Esposito) – A Napoli la linea scelta dalla Procura per fronteggiare la crescente emergenza della criminalità minorile cambia approccio e linguaggio. Non più soltanto interventi repressivi successivi ai reati, ma una strategia che punta ad anticipare il fenomeno, entrando nelle pieghe sociali e familiari da cui troppo spesso nasce il disagio.
Il principio di fondo è chiaro: la giovane età non può trasformarsi in una zona franca. Anche per i minori non imputabili, cioè al di sotto dei 14 anni, scatteranno attività investigative e misure amministrative finalizzate a monitorare comportamenti violenti, atti intimidatori, episodi di baby gang e segnali di devianza sempre più frequenti nei quartieri cittadini.
Non si tratta di processi penali in senso stretto, perché la legge continua a considerare non imputabili i giovanissimi sotto quella soglia anagrafica. Ma l’obiettivo della Procura partenopea è evitare che determinati comportamenti restino senza alcuna conseguenza concreta, creando un senso di impunità destinato poi a consolidarsi nel tempo.
Dietro il fenomeno delle baby gang, infatti, si nasconde anche un meccanismo criminale ben preciso. In alcuni ambienti della microcriminalità organizzata, l’età minorile viene percepita quasi come una sorta di “tirocinio criminale”: chi osa di più, chi si mette maggiormente in mostra o chi dimostra spregiudicatezza conquista spazio, credibilità e spesso prospettive di futura ascesa all’interno delle dinamiche delinquenziali.
È una spirale pericolosa alimentata anche dalla percezione, diffusa tra molti giovanissimi, di rischiare relativamente poco. Sanzioni considerate leggere, misure difficili da applicare concretamente e, nella peggiore delle ipotesi, l’idea di un carcere minorile vissuto quasi come una versione più “soft” di quello per adulti. Un immaginario che negli ultimi anni è stato inevitabilmente influenzato anche dal successo mediatico di Mare Fuori, la serie Rai ambientata nell’IPM di Napoli, capace di raccontare il disagio giovanile ma che, secondo alcuni osservatori, rischia talvolta di rendere quel mondo meno distante e più “normalizzato” agli occhi di determinati adolescenti fragili.
Al centro della nuova impostazione ci sono anche le famiglie. I genitori dei minori coinvolti vengono convocati per verificare il contesto educativo e le eventuali responsabilità legate alla mancata vigilanza. Nei casi ritenuti più gravi, laddove emergano totale assenza di controllo o incapacità educativa persistente, si potrà arrivare perfino all’avvio di procedimenti che incidono sulla responsabilità genitoriale.
Accanto all’aspetto sanzionatorio, però, la Procura punta molto anche sul recupero sociale. Per i minori considerati a rischio sono previsti percorsi specifici con il coinvolgimento dei servizi sociali, delle strutture territoriali e, quando necessario, il trasferimento in comunità educative. L’intento dichiarato è interrompere quel circuito che spesso lega dispersione scolastica, contesti familiari fragili e progressivo avvicinamento alla criminalità organizzata.
Il piano prevede inoltre un rafforzamento della presenza dello Stato nelle aree considerate più delicate della città. Zone come Porta Capuana e piazza Municipio saranno interessate da controlli più frequenti, pattugliamenti mirati e un incremento dei sistemi di videosorveglianza, con l’obiettivo di presidiare i luoghi maggiormente esposti agli episodi di microcriminalità giovanile.
Una scelta che inevitabilmente divide. Da una parte c’è chi considera necessario intervenire con fermezza davanti a fenomeni sempre più violenti e precoci; dall’altra chi teme che il rischio sia quello di trasformare il disagio sociale in una questione esclusivamente securitaria. In mezzo resta una città che da anni convive con il problema delle baby gang e con storie di adolescenti cresciuti troppo in fretta tra strada, violenza e assenza di riferimenti educativi.
La sensazione, però, è che Napoli abbia deciso di cambiare passo, tentando di colpire il fenomeno prima che diventi irreversibile.

















