Quarant’anni senza Giancarlo Siani

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NAPOLI (Di Anna Calì) – Non è passato un giorno senza che il ricordo di Giancarlo Siani ci mettesse davanti a una verità che brucia: fare giornalismo, in certi territori, non è raccontare. È resistere.
A Napoli, quarant’anni fa, la camorra decise che un giovane cronista di ventisei anni, per aver scritto la verità, doveva essere eliminato. Non per ciò che aveva già svelato, ma per quello che avrebbe potuto continuare a raccontare.

Da allora, il giornalismo è cambiato. Oggi siamo più connessi, più veloci, ma anche più esposti. Le mafie hanno affinato i loro strumenti: non sempre servono i proiettili, a volte bastano lo spionaggio sistematico, l’isolamento di chi indaga, l’ombra costante della delegittimazione.

Lo abbiamo visto con colleghi intercettati e spiati, come se la loro voce fosse un reato. Lo abbiamo visto, poche ore fa nella giornata del 22 settembre 2025, con una giornalista minacciata con stile e linguaggio di matrice mafiosa: una testa mozzata di un capretto davanti la sua abitazione. Segnali chiari che l’intimidazione non appartiene al passato, ma si è soltanto trasformata, adattata.

E in mezzo a tutto questo, c’è il nostro mestiere.
Ho paura. Non la paura che ti paralizza, ma quella che ti tiene sveglia la notte. Quella che ti fa rivedere nella testa la strada che hai fatto e chiederti se domani la potrai rifare.
Lo dico come giornalista che sente sulla pelle il freddo della minaccia e il calore feroce della responsabilità. Non è retorica: è ogni telefonata non salvata in rubrica che ti fa sobbalzare; è ogni passo nella strada che fai e che rivedi nella testa mille volte; è l’istante in cui guardi la tua famiglia e capisci che il prezzo di una domanda può riverberarsi sulle loro esistenze.

Eppure, sotto questa paura c’è qualcosa di più forte: la sensazione che, adesso, il nostro lavoro conti davvero.

Il cronista non è un eroe per natura: è una scelta quotidiana che comporta rischio. È sapere che, per un titolo o per un’inchiesta, qualcuno potrebbe decidere di far tacere la tua voce. È questa doppia pressione: pubblica e privata che incide come una lama silenziosa.
Ma poi c’è un’altra paura, quella che i cronisti raramente raccontano, perché è fatta di piccoli, quotidiani rigurgiti d’ansia: arriva ogni volta che si prende carta e penna e si sceglie l’argomento da trattare.

Da un lato c’è la voglia, l’adrenalina di scrivere, di raccontare e denunciare; dall’altro la paura di poter diventare, da un giorno all’altro, “uno di loro”: il giornalista con la foto sui giornali per aver toccato argomenti scomodi, quello che si muove con uomini alle spalle, che vive dietro un vetro spesso, che abbassa lo sguardo prima di entrare in un bar.

Il primo pensiero corre subito alla famiglia: agli occhi dei genitori se un giorno dovessero sentirsi dire “Non possiamo vederci in pubblico”. Alle cene che saltano, agli amici che si allontanano per timore di essere coinvolti, al compagno o alla compagna costretti a convivere con un’ombra di incertezza e con la tensione che si porta a casa ogni sera.
È un limbo continuo: da una parte il desiderio di proteggere chi si ama, chiudere il taccuino e scrivere di cose innocue; dall’altra, la spinta quasi fisica ad andare ancora più a fondo, a toccare nervi scoperti, a raccontare ciò che fa male leggere.

Mi chiedo spesso se riuscirò ad imparare a camminare su questo filo sottile, invisibile, che da un momento all’altro potrà spezzarsi e se sarei in grado di camminarci su senza cadere.

Perché non lasci? Perché non decidi di dedicarti ad altro o di lasciare libero spazio alla cultura? Perché senza la cronaca nera sarei il vuoto cosmico e, soprattutto non riesco a immaginarmi in un altro posto, se non qui: con il mio taccuino e la mia penna celeste che mi accompagna in ogni passo.
Nel cuore del rischio, tra le parole che possono pesare come pietre o aprire una breccia di luce.

E per questo, anche con la paura in tasca, non mi fermerò.

Ricordare Giancarlo è un atto dovuto. Non è sufficiente inchinarsi davanti a una lapide o accendere un cero una volta l’anno: il ricordo vero è una pratica professionale. È controllare una pista, verificare una fonte, pubblicare quel documento che qualcuno avrebbe voluto sotterrare. È non lasciar passare inerzia e omertà per comodità. È non permettere che la memoria diventi vuota celebrazione quando invece deve essere motore di responsabilità.

Chi ha ammazzato Giancarlo aveva un progetto di potere che passava anche dalla paura: intimidire, cancellare, mettere un freno alla parola che scava. Noi che facciamo questo mestiere, abbiamo il dovere di contrapporre a quella strategia la concretezza di una pratica giornalistica rigogliosa e ostinata. Non perché cerchiamo il rischio, ma perché la verità non si consegna a chi la vuole soppressa.

In questi quarant’anni la camorra ha cambiato volti, nomi, strategie. Ma la domanda resta: cosa abbiamo fatto, come società, per proteggere chi racconta? La risposta non può essere privatistica: serve uno Stato che garantisca sicurezza, serve un’editoria che non rinneghi i cronisti scomodi e serve una comunità civile che non si rassegni al veto della paura.

Oggi, mentre guardo la foto di Giancarlo, il ragazzo con il taccuino in mano, sento che il mio lavoro è erede di quella stessa testardaggine. Non è orgoglio fine a se stesso: è consapevolezza che ogni parola, ogni inchiesta, può cambiare traiettorie esistenziali. E se cambiare le cose costa, allora costiamo anche noi quell’impegno.

Questo editoriale non è solo memoria. È promessa. Promessa che non lasceremo il campo al silenzio; promessa che non trasformeremo paura in rassegnazione; promessa che continueremo a scavare, anche quando il terreno trema sotto i piedi. Per Giancarlo, per le sue domande, per la sua penna: per tutte quelle voci che sono state zittite e per quelle che ancora tremano.

Perché il cronista, alla fine, ha una sola arma irriducibile: la parola verificata e questo, contro chi nasconde, resta una luce che non si spegne.

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