Targa commemorativa per Antimo Graziano, brigadiere della Penitenziaria ammazzato dalla camorra 40 anni fa (VIDEO)

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    NAPOLI – Era il 14 settembre 1982 quando Antimo Graziano, brigadiere della Polizia Penitenziaria in servizio al carcere di Poggioreale fu assassinato dalla camorra. Graziano fu colpito a morte, davanti agli occhi di sua moglie e di sua figlia, da dei colpi di pistola sparati da due uomini a bordo di una motocicletta.

    Ieri, a 40 anni dalla sua morte, Piscinola, quartiere della periferia nord di Napoli, ha voluto ricordarlo con cerimonia una commemorativa ed una targa in suo onore.

    La figlia di Graziano, Tina, rivolgendosi al Consigliere Regionale di Europa Verde Francesco Emilio Borrelli, ha reso nota l’iniziativa:

    “A Piscinola, in un quartiere dilaniato dalla criminalità, si è tenuta una cerimonia di svelamento di una targa dopo 40 anni dall’uccisione (nel posto in cui fu ucciso) del brigadiere della polizia penitenziaria Antimo Graziano, ucciso dalla criminalità organizzata per essersi opposto alle pressioni che in quegli anni c’ erano a Poggioreale.”

    La stessa donna, lo scorso settembre, volle ricordare così il padre sui social:

    “l 14 Settembre 1982 era il mio primo giorno di scuola, classe 1° elementare.

    Il cuore mi batteva a mille ed al ritorno a casa non vedevo l’ora di potere incontrare mio padre per raccontargli dei nuovi amici, delle maestre, dei giochi e della gioia immensa che solo un bimbo può provare in quel giorno. Nel cortile di casa, alle 16 circa, attendevo fiduciosa che quella FIAT 127 verde spuntasse con a bordo mio padre, il Brigadiere del Corpo di Custodia Penitenziaria Antimo Graziano, Responsabile dell’Ufficio Matricola della Casa Circondariale di Poggioreale.

    Ad un tratto finalmente l’auto comparve e, in pochi attimi, apparve davanti ai miei occhi la scena di un film dell’orrore: colpi di pistola a ripetizione furono sparati da due uomini a bordo di una motocicletta al petto e al cranio di quel brigadiere, sotto la propria casa, e sotto gli occhi increduli di mia madre e dei miei. All’epoca, avevo sei anni.

    La nostra vita cambiò repentinamente, senza che peraltro la giustizia abbia mai assicurato a me, a mia sorella, all’ epoca di due anni, e a mia madre neanche i nomi degli esecutori e dei mandanti di quell’efferato omicidio.

    Una sola certezza si ebbe fin dall’ inizio: che il movente di quella mattanza aveva origini certe in quella Casa Circondariale in cui mio padre, un uomo serio e coscienzioso, servitore dello Stato, non aveva mai ceduto ai tentativi di corruzione da parte della criminalità organizzata, che all’epoca giungevano a tutti quelli che negli “Anni di Piombo” lavoravano per le istituzioni.

    Mio padre lavorava in quella struttura da tanti anni e rappresentava per colleghi e superiori un riferimento, tanto che quella terribile notte del terremoto a Napoli, il 23 novembre 1980, dopo averci portato al riparo, corse a lavoro e lo rividi solo dopo tanti giorni. Con gli anni ho scoperto quello che stava accadendo a Poggioreale quella notte, gli omicidi fra clan rivali, i disordini, le guerriglie interne, la necessità di mettere a riparo tanti detenuti. Quella notte, mio padre era lì e non accanto a sua moglie e le sue due figlie, di 4 anni e 6 mesi.

    Il periodo successivo all’ omicidio vide la mia famiglia stretta in un isolamento istituzionale e sociale senza eguali, lo stesso fenomeno che ha coinvolto la maggioranza delle famiglie vittime della criminalità organizzata degli anni Ottanta. Basti pensare che per anni non abbiamo percepito la cd “pensione di reversibilità” di mio padre, perché mia madre lavorava nel pubblico.

    Una disposizione legislativa dell’epoca ulteriormente punitiva. Per anni dimenticati dalle istituzioni che, neanche pro forma, ci invitavano in qualità di vittime del dovere alla festa del Corpo di Polizia Penitenziaria. Le associazioni di categoria erano praticamente inesistenti!

    Il tempo è passato ed io e mia sorella Rosanna siamo cresciute, abbiamo studiato, ci siamo laureate. Adesso siamo due donne che lavorano per lo Stato, madri di bambini a cui raccontano una storia lontana, che è difficile capire se non l’hai vissuta sulla tua pelle.

    Proprio per questo motivo, ogni anno, il 14 settembre, io, mia sorella Rosanna e mia madre Maria Rosaria Marano ci stringiamo in un dolore tagliente e profondo nel ricordo di un uomo che ha saputo opporsi alla criminalità organizzata senza proclami, sacrificando la sua vita pur di non tradire i suoi ideali.

    La mia famiglia crede nel profondo significato di “Fare Memoria” attraverso testimonianze vere e dirette, accompagnate da gesti concreti. Al Brigadiere Antimo Graziano, infatti, negli anni, è stata intitolata la Casa Circondariale di Avellino, inoltre una strada nella sua città natale, Bellona, in provincia di Caserta, anche un monumento ad Ari, la Città della Memoria in provincia di Chieti, ed infine, proprio nel 2021, il Presidente della Repubblica gli ha riconosciuto la Medaglia d’oro al valore civile alla memoria. Tutte grandi testimonianze che, tuttavia, non hanno avuto eguali manifestazioni nella città dove mio padre è caduto.

    A Napoli infatti, nonostante l’ iter posto in essere da parte della Fondazione Polis, non si è ancora riusciti ad apporre una targa nella giornata di oggi, anniversario della sua morte, nel quartiere in cui è avvenuto l’attentato, in quanto la Commissione Comunale, deputata a fornire l’apposita autorizzazione, ha sospeso la sua attività perché attualmente vive una sorta di “semestre bianco pre elettorale”.

    Dopo 39 anni dalla morte del Brigadiere Antimo Graziano in questa città, ancora non si riesce a fare memoria!

    Tuttavia, io voglio ancora crederci che quella targa si apporrà in un quartiere come Piscinola, in cui i morti ammazzati sono sempre quelli che si trovano dalla parte sbagliata, perché quella testimonianza possa ricordare, a chi passa alla Via del Salvatore, che la vita non ha prezzo, ma neanche la dignità!

    La Figlia di Antimo Graziano, Vittima del Dovere”.

    Le parole di Tina hanno quindi sortito l’effetto desiderato.

    “Ricordare e commemorare le vittime della camorra e gli eroi non è soltanto un dovere istituzionale ma un’esigenza etica a morale che molto spesso viene ignorata e messa a tacere. Persone come il brigadiere Graziano sono esempio di moralità, rettitudine e legalità ma oggigiorno questi sembrano essere per molti dei valori da non prendere in considerazione dato che nel corso degli anni sono venuti su come funghi edicole votive, targhe, murales e tante opere per celebrare boss, delinquenti e rapinatori mentre per le vittime soltanto il silenzio assoluto e l’oblio. Cambiare questa mentalità vorrebbe dire salvare la nostra terra”- le parole di Borrelli.

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