Trapianto al Monaldi, l’équipe non coincide con quella indicata nei documenti

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NAPOLI (Di Anna Calì) – Nel delicato sistema dei trapianti ogni dettaglio conta: protocolli, catena delle responsabilità e composizione delle équipe chirurgiche. È proprio su quest’ultimo punto che si apre un nuovo fronte di interrogativi nel caso del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di poco più di due anni sottoposto a trapianto di cuore il 23 dicembre scorso presso l’Ospedale Monaldi.

Secondo la documentazione relativa al programma trapianti, facilmente reperibile sul sito dell’azienda Azienda Ospedaliera dei Colli e datata 26 giugno 2024, l’équipe chirurgica incaricata degli interventi risultava composta da tre specialisti: il dottor Fabrizio Gandolfo, il dottor Guido Oppido e il dottor Andrea Serrao. Tuttavia, al momento dell’intervento sul piccolo paziente, in sala operatoria sarebbe risultato presente soltanto Oppido. Gli altri due specialisti, secondo quanto emerso, si sarebbero nel frattempo sollevati dall’incarico già nel corso del 2024/2025.

Una circostanza che apre interrogativi sul piano organizzativo e istituzionale. Se due membri dell’équipe designata avevano lasciato il ruolo, la prima domanda è inevitabile: l’azienda sanitaria ha provveduto a ridefinire formalmente la composizione dell’équipe chirurgica? E, nel caso in cui ciò sia avvenuto, per quale motivo il documento disponibile sul sito istituzionale non risulterebbe aggiornato? Non è inoltre chiaro se tale eventuale modifica sia stata sottoposta alla valutazione della Regione Campania, passaggio che nei programmi trapiantologici ad alta complessità dovrebbe rappresentare un elemento di verifica essenziale.

L’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, afferma di essere a conoscenza del fatto che due medici si fossero sollevati dall’incarico all’interno dell’équipe originaria. “Lo stesso dottor Oppido, riferisce il legale, avrebbe indicato altri professionisti coinvolti nel percorso clinico del bambino: Francesca Blasi, anestesista della cardiochirurgia pediatrica del Monaldi, e le cardiochirurghe Mariangela Addonizio ed Emma Bergonzoni, entrambe specialiste del team di cardiochirurgia pediatrica”.

Ma è proprio su questo punto che il legale solleva ulteriori perplessità. Petruzzi sostiene infatti che Oppido si sarebbe fatto carico anche dell’aspetto anestesiologico, una circostanza che, se confermata, risulterebbe difficilmente conciliabile con la distinzione delle competenze tra le due specializzazioni mediche.

Sempre secondo il legale della famiglia, la situazione organizzativa del centro trapianti cardiaco del Monaldi meriterebbe una profonda revisione. Petruzzi ritiene che il programma trapiantologico pediatrico dovrebbe essere sospeso e affidato alla gestione dell’Ospedale Santobono Pausilipon, struttura che rappresenta il principale polo pediatrico della Campania. A sostegno di questa posizione, il legale afferma: “Alcuni medici del centro trapianti del Monaldi si sarebbero rivolti proprio agli specialisti del Santobono per consulti nella lettura della documentazione clinica”.

Sul clima interno al reparto, inoltre, circolerebbero da tempo indiscrezioni che parlano di tensioni e difficoltà nei rapporti professionali. Secondo quanto riferito dall’avvocato Petruzzi, attorno alla figura di Oppido si sarebbe consolidata la percezione di un ambiente di lavoro non sempre sereno, nel quale il chirurgo preferirebbe collaborare con medici più giovani piuttosto che con colleghi di maggiore esperienza e autonomia professionale.

Elementi che, sebbene destinati a essere verificati nelle sedi opportune, contribuiscono ad alimentare le domande su come fosse organizzato realmente il programma trapianti pediatrico al momento dell’intervento sul piccolo Domenico.

La questione non è solo formale. Nei programmi di trapianto, la composizione delle équipe chirurgiche non è lasciata alla discrezionalità delle singole strutture ma rientra in un sistema di autorizzazioni e requisiti stabiliti a livello nazionale. L’Accordo Stato-Regioni del 2018, che disciplina l’organizzazione delle attività trapiantologiche, prevede infatti requisiti organizzativi stringenti e la presenza di figure chiaramente individuate all’interno del percorso clinico.

Nel modello organizzativo adottato dall’azienda ospedaliera, il responsabile del percorso trapianto di cuore nel paziente pediatrico è lo stesso Guido Oppido, indicato anche come responsabile dell’équipe chirurgica incaricata degli interventi. Accanto a lui figurano la dottoressa Gabriella Farina per la gestione della lista d’attesa, il professor Giuseppe Limongelli per la gestione clinica pre-chirurgica e lo stesso Oppido per il follow-up post-trapianto.

Secondo il modello teorico, l’intero processo dovrebbe essere garantito da una stretta integrazione multidisciplinare, assicurata da un team clinico denominato Heart Team, incaricato di valutare collegialmente i casi e coordinare tutte le fasi del percorso.

Ma se l’équipe chirurgica indicata nei documenti non era più quella effettivamente operativa, il punto diventa un altro: il sistema di controllo si è accorto di questa variazione?

C’è poi un precedente che oggi torna inevitabilmente sotto i riflettori. Durante un audit ispettivo del 2016 condotto dal Centro Nazionale Trapianti, emergerebbe infatti una dichiarazione dello stesso Oppido secondo cui sarebbe stato in grado di eseguire un trapianto cardiaco pediatrico anche da solo.

Una posizione che, riletta alla luce degli eventi odierni, assume un peso diverso. Perché se da un lato testimonia l’esperienza di un chirurgo, dall’altro riapre il dibattito su un principio fondamentale della medicina dei trapianti: questi interventi non sono mai il lavoro di un singolo professionista, ma il risultato di un sistema organizzativo complesso che richiede la presenza di un’équipe strutturata e verificata.

Ed è proprio a questo punto che il caso Domenico rischia di trasformarsi in una questione più ampia.

Per questo motivo, il caso del piccolo Domenico rischia ora di aprire un nuovo capitolo di verifica: non solo sulle condizioni cliniche dell’organo trapiantato, ma anche sulla struttura organizzativa che ha reso possibile quell’intervento.

Perché quando si parla di trapianti cardiaci pediatrici non si tratta solo di tecnica chirurgica. Se uno degli elementi della catena viene meno, come per esempio l’équipe incompleta, una modifica non formalizzata, un controllo mancato: la domanda diventa inevitabile: chi doveva accorgersene prima? E perché hanno fatto finta di non vedere?

Numerosi gli interrogativi che si assommano: non solo cosa sia accaduto in sala operatoria, ma chi avrebbe dovuto accorgersi prima che qualcosa non tornava.

Perché in un programma trapiantologico pediatrico l’organizzazione non è un dettaglio amministrativo: è parte integrante della sicurezza dei pazienti.

 

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