Una domenica col sangue: l’ennesima vita spezzata sulla spiaggia di Varcaturo

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NAPOLI (Di Anna Calì) – Non esiste più il posto sicuro. Non la strada, non un pub, non il mare. Nemmeno la sabbia di una spiaggia assolata, dove un ragazzo di diciott’anni è stato ucciso ieri a coltellate come un animale sgozzato sotto gli occhi dei bagnanti.

A Varcaturo non è stato il mare a portarsi via Nicola Mirti. Sono stati l’odio, la violenza, e soprattutto quell’assurda consuetudine per cui a diciotto, diciannove anni, si esce di casa con un coltello in tasca come fosse uno smartphone o le chiavi della macchina.

Per cosa? Per nulla. Per un’occhiata di troppo, per una parola fuori posto, per un niente che basta ad armare una mano e a strappare un cuore.

Nicola, oggi, è solo l’ultimo nome inciso su una lista che fa rabbrividire: dopo Santo Romano, dopo Francesco Pio Maimone, dopo Giovanbattista Cutolo, ora tocca a lui. Una scia di sangue che non si arresta. Un rituale macabro che si ripete, sempre uguale, sempre più frequente. E ogni volta ci si chiede: perché?

Perché ogni posto è diventato un potenziale campo di battaglia? Perché ogni occasione di svago si trasforma in un funerale annunciato? Perché mai un giovane dovrebbe andare a divertirsi al mare con un coltello nello zaino? Perché?

Nicola Mirti, 18 anni, è stato colpito da due fendenti al torace, estratti come se fossero semplici strumenti di svago. È spirato un’ora dopo al pronto soccorso di Pozzuoli, tra l’orrore dei soccorritori e la disperazione dei suoi amici.

Il ragazzo fermato, un 19enne, avrebbe agito per un motivo tanto futile da risultare incomprensibile persino a chi ha sferrato quei colpi. Un battibecco. Una scusa qualsiasi. Un gesto forse involontario trasformato in una condanna a morte. E ciò che rimane è la vittima: un ragazzo proiettato verso l’estate, i sogni, la spensieratezza, spazzati via in pochi secondi.

Eppure non è un caso isolato. Lo sappiamo bene. Ogni settimana è una roulette: chi sarà il prossimo? Ogni pretesto diventa arma, ogni luogo teatro di morte.

Non è più tempo di gite al mare con ciabatte e pallone, come ricordano le voci sbigottite della Rete sicurezza Minori: adesso si esce con il coltello nello zaino; roba incredibile, ma purtroppo reale. Perché si cammina caricati, strutturati per difesa o offesa, come se la propria incolumità dipendesse dal portare una lama, la quale potrebbe benissimo trasformarsi in un bisturi crudele nelle mani sbagliate.

La politica alza la voce. “Deponete le armi”, tuona l’europarlamentare Ruotolo; “Non può lasciarci indifferenti”, ammonisce Francesco Emilio Borrelli. Ma dopo l’indignazione di rito, tutto resta uguale. Le spiagge restano senza controlli, le mani continuano a impugnare lame.

È tempo di chiedersi: perché portare armi ovunque? Perché una spiaggia, simbolo di libertà, diventa cassa di risonanza di violenza? Forse, e con una punta d’ironia nera, è giunto il momento di un referendum contro le armi, un’iniziativa popolare che cominci a regolare, davvero e senza ipocrisie, la libera circolazione di coltelli, lame, punte, arnesi da taglio mascherati da “normali” utensili. Perché, se per uscire al mare serve armarsi, allora qualcosa nel tessuto sociale si è ormai rotto per sempre.

Rafforzare la sicurezza, oggi, suona vago e retorico. Occorrono misure reali: sorveglianza costante sulle spiagge, controlli capillari, pene per chi aggiorna la pistola con una lama e per chi la porta fuori casa – cronaca dopo cronaca, omicidio dopo omicidio, si deve cambiare registro. È l’ora di un passo deciso: perché ogni gesto incosciente rischia di riscrivere l’agenda di una tragedia che diventa già cronaca di domani.

In attesa di un futuro più sicuro, resta la rabbia. Il peso di ogni “colpa” ingovernabile, di vite spezzate perché la follia, la prevaricazione, la sciocchezza armata si fan largo anche nella brezza di un’estate in riva al mare. La spiaggia non deve essere teatro di assassini: eppure, oggi, Nicola ci ricorda che la libertà di morire per un litigio scontato è diventata purtroppo una certezza.

E noi, francamente, di leggere ancora queste cronache non ne possiamo più.

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