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“A capa mia nun è bbona”: viaggio nella comicità e nell’umanità di Paolo Caiazzo

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NAPOLI (Di Anna Calì) – “E che t’aggia dicere, che te pozze dicere e che t’’o dico a ffà! A capa mia nunn’è bbona.”
È stato con questa frase, sparata come una scarica affettuosa di paradossi, che ho iniziato a seguire Paolo Caiazzo. Era il tempo di Made in Sud, di Tonino Cardamone e delle risate che, tra una battuta e un’alzata d’occhi al cielo, dicevano molto più di quel che sembravano.

Ma Paolo Caiazzo non è soltanto Tonino Cardamone. Una carriera alle spalle grande e brillante e, ancora tutt’oggi non si è fermato: continua a scrivere, a portare in scena storie, a osservare la realtà con quell’occhio tutto suo, storto quanto basta, ma che riesce a trovare l’assurdo dove gli altri vedono solo abitudine.

L’intervista che state per leggere è stata proprio così: chiacchiere, risate vere, battute che si mescolano ai pensieri, e un pizzico di napoletano che, come un buon caffè, non guasta mai.
Una conversazione sincera, divertente, a tratti profonda. Perché sì, si ride. Ma senza mai spegnere il cervello.

Ha portato in scena personaggi iconici e spesso sopra le righe, ma profondamente umani. Quanto c’è di Paolo Caiazzo in ogni personaggio?

“In ogni cosa che creo c’è sempre qualcosa di personale: a livello caratteriale o proprio di esperienze che mi sono capitate. Molto spesso nella mia comicità, sia nei monologhi che nella prosa, porto avvenimenti reali dai quali poi prendo spunto e sviluppo una storia. La mia predilezione è cercare sempre un retrogusto amaro. Non sempre ci riesco, perché altrimenti tutto sarebbe molto pesante. Si ride tanto, ma il mio obiettivo è che lo spettatore, alla fine, esca dicendo: “Ho riso su qualcosa su cui magari ci sarebbe poco da ridere, ma che mi ha fatto riflettere”.

Però, attenzione: questa è la seconda missione. Il primo obiettivo, per un comico, deve essere sempre la risata. Se poi riesci anche a far riflettere, hai fatto bingo. Se non ci riesci, per lo meno hai fatto ridere. Su dieci battute, sette-otto sono leggere, “di pancia”, quelle che fanno ridere per un suono, un tempo comico o anche una battuta sempliciotta. Ma quelle servono ad abbassare la scorza, il muro, la difesa dello spettatore.
Perché lo spettatore, soprattutto quando non ti conosce, è scettico. Se non abbatti quel muro, non riesci a colpire nel segno. Ma se riesco a farti ridere, ti disarmi, e allora posso lanciarti dei messaggi. Che tu puoi raccogliere… o meno. ”

Com’è cambiata, secondo lei, la figura del “napoletano medio” che raccontava vent’anni fa rispetto a quello di oggi?

“Il napoletano, sostanzialmente, non cambia da millenni. Ha una filosofia di vita unica, invidiabile. Sa vivere le cose con una grande autoironia, una qualità rara anche in molti altri Paesi.
Far ridere un napoletano è difficilissimo, lo dicono anche i colleghi di altre regioni. Ma nel momento in cui lo conquisti – perché sì, è sempre scettico – allora è una soddisfazione. Perché il napoletano sa ridere delle cose, prende le distanze con una risata”.

Considerando i tempi di oggi – social, precarietà, ansie, cronaca nera – che tipo di monologo si sentirebbe di scrivere?

“(un attimo di silenzio e di esitazione n.d.r). Io continuo a scrivere monologhi, alternandoli alla prosa. Anche d’estate porto in giro il mio “Buon Me Show”. In questi giorni sto rivedendo alcuni monologhi, ma stavolta sto giocando con la tecnologia, facendo una sorta di stand-up comedy tutta mia.
Dico: “Ormai ho una certa età, non posso più fare la stand-up, quindi farò la sit-down comedy!” Mi siedo e proietto cose capitate sui telefonini, notizie curiose o di cronaca.
Oggi tutti noi, in ogni momento libero, scorriamo lo smartphone. Che sia mentre aspetti un autobus o anche mentre parli con qualcuno.
Porto in scena queste video-proiezioni in verticale, perché la vita si è trasformata: siamo passati dal 16:9 (orizzontale) della mia generazione al 9:16 (verticale) di oggi, tipico dello smartphone”.

Qual è stata l’esperienza, umanamente prima ancora che professionalmente, che l’ha arricchito o cambiato come artista?

“Non ce n’è una in particolare, perché questo mestiere non è un lavoro da cartellino, non inizi alle 8 e finisci alle 17. È un lavoro a tempo pieno. I rapporti umani, le amicizie, i contatti artistici si fondono spesso con quelli personali.
I miei amici più stretti sono fuori dall’ambiente lavorativo, proprio per spezzare e parlare di altro. Però nel tempo… ricordo un’esperienza con un collega di scena – ai tempi facevamo la coppia di cabaret “Paolo e Paolo” – in cui riportammo in scena un monologo scritto trent’anni fa, poi cannibalizzato da tanti altri comici. Io dissi al pubblico: “Stasera assisterete all’originale”. È stato molto bello”.

Ha toccato teatro, televisione e cinema. Quali emozioni ha provato in questi ambiti?

“Col cinema ho fatto poco, nessun produttore o regista ha mai creduto davvero in me – forse avevano anche ragione.
Ma tra TV e teatro, se chiedi a dieci artisti, nove diranno teatro. E io sono tra quei nove. Perché l’emozione e il feedback sono immediati.
Ho fatto TV, anche senza pubblico, dove i tuoi spettatori sono i cameraman. Testi le battute su di loro, ma poi in registrazione non funzionano più. Quando i registi mi chiedevano di provare il monologo, io dicevo: “No. Lo sentirete direttamente in registrazione, anche i cameraman devono ascoltarlo dal vivo per la prima volta”.

C’è un progetto a cui è particolarmente legato, nonostante il tempo passato?

“Sono tutti figli, i progetti. Ogni lavoro è una piccola creatura che metti in campo. L’ultimo nato è sempre il più coccolato, quello da far crescere e maturare, portandoti dietro l’esperienza dei precedenti.
Ogni commedia per me è importante, ricordo quando l’ho scritta, ideata, da quale pensiero è nata.
Esperienze forti e divertenti? “Fatti Unici”, in Rai. È stato bello portare la nostra specialità – il teatro – in televisione. Non la televisione del teatro”.

C’è un attore o una persona con cui vorrebbe lavorare e non ha ancora avuto occasione?

“Ce ne sono tanti. Ma il sogno più grande l’ho già realizzato: condividere il palco con i compagni del mio idolo, Massimo Troisi.
L’ho visto da spettatore, quando ancora non avevo cominciato. Poi mi sono ritrovato con Lello e con Ezio a condividere momenti di scena. È stato molto emozionante.
Massimo manca. Era una figura capace di un’analisi cinica che faceva ridere tanto… ma poi ti chiedevi: “Aspetta, che mi ha detto?”. È da lì che nasce la mia voglia di far ridere ma anche stimolare un pensiero.
Il comico è una persona normale, ma con l’angolazione ribaltata. Vede le cose come gli altri… ma al contrario”.

Facendo riferimento alla sua frase celebre di Made in Sud “’A capa mia nun è bbona”, oggi è più difficile restare sani di mente o restare se stessi?

La mia frase – “A capa mia nun è bbona” – è un alibi. È un modo per dire: “Scusate, sono fatto così”.
È più difficile restare se stessi. È più facile nascondersi.
Nonostante siano passati sei-sette anni da Tonino Cardamone, ancora oggi, quando dimentico qualcosa, dico: “Scusate, ma voi lo sapete… a capa mia nun è bbona”. E scatta la risata. Sono salvo.

A cosa sta lavorando in questo momento?

“Abbiamo appena finito i provini per Un ponte per due. Con Antonello Costa ci siamo ritrovati dopo 30 anni. Eravamo colleghi di cabaret, giovani, ci incrociavamo nei festival. Poi ci siamo rivisti a una conferenza stampa al Teatro Troisi, siamo andati a mangiare una pizza e ci siamo detti: “Facciamo qualcosa insieme, per sfizio”.
Così è nato questo spettacolo. Lui è siciliano trapiantato a Roma, io napoletano. Non potevamo ambientarlo né a Napoli né a Roma, altrimenti uno dei due avrebbe avuto la meglio. Allora abbiamo deciso di espatriare: lo spettacolo è ambientato sul Tower Bridge di Londra. Parliamo di due connazionali in difficoltà, che osservano l’Italia da lontano tramite social e TV, commentando l’italianità.
È un’esperienza diversa, interessante. In genere siamo un po’ “da acquario”, ognuno nel suo mondo, convinto che sia tutto lì.
Con questa operazione – e grazie ad Antonello – abbiamo programmato una tournée nazionale. Io, più che in passato, voglio cimentarmi col modo di ridere di altre regioni. Gioco in casa, ormai, ma adesso è il momento di andare anche “fuori casa” e vedere come ridono gli altri.A quasi 60 anni, ho ancora voglia di rimettermi in discussione. Sarebbe più semplice restare nella mia comfort zone… ma io devo avere sempre una sfida. Anche perché gli “esami non finiscono mai”, citando il grande maestro De Filippo. E poi da dicembre tornerò con “Promessi suoceri”, inizieremo dal teatro Troisi a Fuorigrotta e poi gireremo.

Inoltre, mi dedico molto ai social creando dei format sui miei profili e sul canale Youtube dove ripropongo scene di teatro e lo faccio soprattutto per chi è lontano dalla regione”.

 

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