NAPOLI (Di Anna Calì) – Si sono conclusi al Teatro San Carluccio i tre giorni di sold out dello spettacolo “Anagramma di madre” di Betta Cianchini con la regia di Giuseppe Miale di Mauro.
Ad interpretare lo spettacolo Antonio Guerriero e Luana Pantaleo.
Un teatro gremito, partecipe, attraversato da risate improvvise e silenzi carichi di consapevolezza: segnali inequivocabili di uno spettacolo che arriva dritto fino al cuore, scavando anche sotto la pelle e sotto le fragilità.
La forza della messinscena risiede nella sua capacità di affrontare una tematica complessa come la maternità, e in particolare il periodo del post partum, con un equilibrio raro tra ironia e drammaturgia.
Si ride, sì, ma si ride per riconoscersi, per difendersi e per comprendere.
E proprio quando la leggerezza sembra prendere il sopravvento, ecco che arriva una battuta, uno sguardo, un silenzio a riportare tutto su un piano più intimo, quasi spiazzante.
Ma cosa significa davvero “post partum”? Spesso il tutto è ridotto soltanto a una definizione medica o temporale; il periodo successivo al parto, in realtà rappresenta una fase profondamente delicata nella vita di una donna.
È un tempo di transizione, in cui il corpo cambia, gli equilibri emotivi si ridefiniscono e l’identità stessa si trasforma. Non è soltanto l’arrivo di un figlio, ma la nascita di una madre.
E in questo processo possono emergere fragilità, senso di inadeguatezza, stanchezza, solitudine, ma anche un amore nuovo, potente e a tratti disorientante.
Parlare di post partum significa quindi riconoscere una complessità che troppo spesso resta invisibile o viene semplificata.
Straordinaria, in questo senso, la prova di Luana Pantaleo, che non interpreta semplicemente una madre: la vive.
Pantaleo prende per mano lo spettatore, madre o no, e lo accompagna dentro un vortice emotivo fatto di amore, smarrimento, aspettative e fragilità. È impossibile restare distanti: ci si ritrova coinvolti, quasi chiamati in causa.
Magistrale anche l’interpretazione di Antonio Guerriero che offre un’interpretazione intensa e sfaccettata: da un lato la nascita della figlia segna per lui un momento di pienezza, quasi di rinascita, in cui tutto sembra trovare un nuovo senso; dall’altro, però, questa luce si incrina di fronte alla sofferenza della compagna.
Il suo personaggio si muove allora in equilibrio fragile tra la gioia e la disperazione, tra il desiderio profondo di essere presente e la difficoltà concreta di comprendere fino in fondo ciò che sta accadendo.
Ne emerge un padre che non si tira indietro, che prova a sostenere, ad aiutare, a restare, anche quando si sente impotente davanti alla depressione post partum della madre.

Lo spettacolo non si limita a raccontare la maternità, ma allarga lo sguardo alla trasformazione della vita di coppia.
L’arrivo di un figlio cambia tutto: equilibri, priorità e perfino i silenzi.
E spesso, come suggerisce la narrazione, ci si lascia travolgere dall’entusiasmo del momento senza essere davvero pronti a ciò che verrà dopo.
A sottolineare i passaggi più intensi, anche la presenza musicale: la canzone “Per sempre sì” di Sal Da Vinci diventa un filo emotivo che lega scena e pubblico, amplificando il coinvolgimento e lasciando una traccia profonda.
E poi c’è il titolo: Anagramma di Madre, un gioco linguistico che diventa chiave di lettura: essere madre è una continua ricomposizione, un rimescolare identità, desideri e paure.
Nulla resta uguale, tutto si trasforma.
La madre non è solo colei che dà la vita, ma anche chi, in qualche modo, deve imparare a rinascere.
Il pubblico ha risposto con entusiasmo autentico: applausi lunghi, sentiti, quasi liberatori. Non una semplice approvazione, ma una condivisione collettiva di ciò che si è appena vissuto.
Sul nel finale, uno dei momenti più toccanti: sul palco salgono anche le figlie degli attori, rompendo definitivamente il confine tra finzione e realtà.
Un’immagine semplice ma potentissima, che restituisce al pubblico il senso più profondo di tutto ciò che è stato raccontato fino a quel momento.

E allora, uscendo dal teatro, resta una riflessione che va oltre la scena, una domanda sospesa che continua a risuonare: cosa significa davvero essere madre ed essere genitori?
Il post partum, con le sue ombre, le sue fatiche e le sue fragilità, è una verità che merita di essere riconosciuta e raccontata senza filtri.
Ma accanto a tutto questo esiste anche una luce: quella dei figli, della loro presenza, della capacità, spesso silenziosa, di dare un nuovo senso alle cose.
Forse è proprio qui che si nasconde l’equilibrio più autentico: nella convivenza tra la difficoltà e la bellezza, tra ciò che cambia e ciò che, sorprendentemente, trova un nuovo modo di restare.
Forse non esiste una risposta univoca.
Forse, come suggerisce lo spettacolo, è proprio nell’imperfezione, nel dubbio e nella trasformazione continua che si nasconde la verità più profonda.
E, in fondo, un po’ tutti, in modi diversi, siamo figli di quel cambiamento.


















