Anfibio – al secolo Guido Fiorenza – si presenta nel panorama discografico con un album dal titolo “Mondi” per l’etichetta SorryMom!, disponibile in formato CD e su tutti gli stores e piattaforme streaming dall’8 MAGGIO 2026.
Dopo anni di attività legata a tribute band e busking, il musicista napoletano decide di intraprendere un progetto personale, prima autoprodotto e successivamente supportato da etichette indipendenti quali Orangle Records ed infine la veneta SorryMom!
L’album è composto da nove tracce, scritte e arrangiate da Anfibio nel corso dei suoi quasi 30 anni di attività, ma registrate solo fra il 2022 e il 2024 nello studio di registrazione Impronte Records. Alcuni singoli risalgono all’adolescenza dell’artista e trattano temi molto personali, legati alla fine di un amore, alla protesta sociale o alla scoperta del mondo. A questi si aggiungono brani di nuova stesura, nei quali si percepisce la crescita personale dell’artista e l’interesse verso le politiche contemporanee.
In questa intervista l’artista ci parla del suo nuovo progetto musicale e tanto altro ancora.
Dopo anni tra tribute band e busking, cosa l’ha spinto a sentire che era il momento giusto per un progetto completamente suo come “Mondi”?
“Avevo diverse canzoni nel cassetto da troppo tempo…e quando dico troppo tempo parlo di oltre 20 anni.
Negli anni il mio vissuto ha generato nuove scritture ma fondamentalmente avevo sempre quel pensiero : l’esigenza di “chiudere” quei pezzi , quel passato anni 90 in una registrazione definitiva. Come quell’esame che non riesci a superare da mesi e mesi e che si trasforma in una ossessione continua, quei pezzi erano rimasti bloccati in quel cassetto a causa dello scioglimento della mia band.
Inizialmente pensavo dovessero restare lì, ma come ogni cosa del passato non risolta, ritornavano ciclicamente nel mio presente.
È stata una necessità, un’operazione che dovevo portare a termine. Dovevo registrare quei 3 pezzi.
Ma la vera miccia di tutto questo credo sia da attribuire al mio primo singolo “Prossima destinazione”.
Dopo una decina di anni viaggiando per l’Europa, suonando per strada, dormendo in ostelli, senza meta e improvvisando ogni percorso mi ritrovai dopo poco questa composizione tra le mani.
Era un brano che sentivo molto più vicino rispetto ai 3 degli anni 90 in cui ero un adolescente. Da lì l’idea folle di registrarla anche senza una band che potesse accompagnarmi.
Su questo percorso ringrazio di cuore i ragazzi di Impronte Records che mi hanno dato la giusta spinta e motivazione.
Doveva essere solo un semplice singolo, ma dopo pochissime ore di sala capii che quella canzone era una porta sul passato, ed io l’avevo appena spalancata.
Dovevo registrare anche i brani di fine millennio. E dopo 4 singoli l’idea di passare all’album è stata immediata”.
Nel disco convivono brani scritti negli anni ’90 e pezzi recenti: che dialogo si crea tra il “te” di allora e quello di oggi?
“Credo lo stesso rapporto che possono avere due fratelli, dove naturalmente io sono quello maggiore e con qualche primavera in più sulla carta d’identità.
Sono molto nostalgico quando guardo indietro al mio passato e sentire, rileggere brani di quegli anni è sempre un’emozione molto particolare.
In pochi istanti riesco a ritrovarmi tra i corridoi del liceo, tra la sala prove della mia band e persone che ormai non vedo più da decenni.
A volte guardo con tenerezza quelle strofe che sono ormai così lontane dal mio modo di essere, ma le rispetto fino in fondo in quanto ricordo perfettamente ogni momento della composizione”.
Nei suoi testi emergono sia dimensioni intime sia temi sociali e politici: quant’è importante per lei mantenere questo equilibrio?
“Direi fondamentale. Credo fermamente che l’artista debba poter esprimere in piena libertà qualunque aspetto e personalmente ho sempre amato le band che hanno preso una posizione su determinati argomenti.
Proprio per questo credo sia importante dire la mia anche attraverso un semplice racconto come in “Clandestino”, o in qualche frase di denuncia di “Trinacria”.
Al tempo stesso sento il bisogno di raccontare qualcosa di mio, della mia vita e di qualcosa che mi ha colpito.
La mia speranza è che qualche ascoltatore possa ritrovarsi nei miei versi e che possa viaggiare con le mie note. Ecco il motivo per cui scrivo in italiano”.
Il sound dell’album mescola rock italiano e influenze americane, con un approccio molto “analogico”: è una scelta estetica o anche una presa di posizione contro certe produzioni contemporanee?
“Beh come dicevo prima sono un nostalgico ed essendo un figlio degli anni 90 mi sento piuttosto incompatibile con le sonorità moderne.
Certo, esistono bellissime alternative internazionali anche ma mi sento come un pesce fuor d’acqua vicino alla trap, alle canzoni con l’autotune, alla scomparsa degli assoli, alle batterie finte.
È una direzione che non mi piace e volutamente ho detto di no quando mi hanno consigliato di avere un risultare interessante.
L’album MONDI è così, semplice e diretto e senza mezze misure. Non vuole piacere a tutti i costi ma ci tiene ad essere sincero.
Ogni singolo strumento è stato registrato, perfino il marranzano siciliano in “Trinacria”.
Quindi confermo: una scelta estetica perché mi ritrovo in quel sound ma anche una presa di posizione perché voglio “suonare vecchio”.
Anche perché in tutta onestà ho una grande ammirazione per il sound delle decadi in cui dovevo ancora nascere.
Come dice il Liga “c’è musica vecchia che non ci ha stancato…sarà che il passato ce l’hanno prestato”.
Ha collaborato con musicisti provenienti da diverse parti d’Italia e background differenti: in che modo questa varietà ha arricchito il risultato finale?
“È stata un’esperienza incredibile. Mescolare il blues delle chitarre di Vins con le chitarre Hard Rock di Jack e Gianmarco, ai bassi Funky di Pier, al suono folk di Claudio, fino alle percussioni dell’immensa Africa del favoloso Abramo.
Ognuno di loro è stato un tassello fondamentale di questo puzzle. Chi ha partecipato ad un brano, chi due; l’unica costante è stata la batteria di Walter, presente in tutti i brani ad eccezione di “Controvento”. Ringrazio ognuno di loro per l’impegno e la dedizione, sono stati l’ingrediente speciale per la mia prima creatura discografica”.
Il videoclip di “Ombre” gioca sul doppio e sull’identità: quanto questo tema dell’“io diviso” rispecchia il suo percorso artistico e personale?
“Sono un indeciso, dannatamente indeciso.
Nella produzione artistica credo che la più grande frattura sia legata al linguaggio scelto per le mie canzoni.
Ascolto moltissima musica internazionale, dal Grunge americano, al Brit Pop, all’Irish tradizionale fino al Country USA.
Al tempo stesso ascolto anche tanto buon rock italiano, specialmente quello degli anni 90 come i Negrita e Litfiba.
Credo che il sound, la pronuncia americana e anglosassone siano molto musicali a differenza dell’italiano.
Ho avuto più volte dubbi a riguardo ma alla fine la voglia di raggiungere nel modo più immediato possibile i miei ascoltatori mi ha portato sulla lingua madre.
Un’altra frattura che porto in questa produzione artistica è sicuramente lo spazio temporale che dividono i diversi brani di “MONDI”.
In questo caso la voragine creata dal passato e dal presente è ben collegata e collaudata dai brani composti negli ultimi 10 anni che fanno da ponte.
Per il resto non sento altre grosse divisioni o incoerenze con quello che ero. Dal di dentro mi sento piuttosto costante anche se lo specchio afferma il contrario”.
Guardando oltre l’uscita dell’album, quale direzione immagina per il futuro di Anfibio: continuerà a esplorare nuovi “mondi” o sente il bisogno di cambiare ancora pelle?
“Credo che i due mondi temporali racchiusi nella copertina dell’album siano una storia che ormai ho chiuso e sigillato nel migliore dei modi.
Sono riuscito a trovare un ambiente che potesse fare da ponte, uno “stato cuscinetto” per far dialogare le profondità del passato con la terra presente alla luce del sole.
Le mie strade future potranno intraprendere nuove sonorità e nuovi ritmi ma se dovessi scegliere se guardare oltre gli anni 90, probabilmente preferirò guardare ancora più indietro verso suoni più grezzi e ancora più veri.
Oggi sento la necessità di scrivere canzoni che abbiano un collegamento, un filo anche invisibile tra loro. Non per forza un concept ma una linea d’onda comune. Quindi un album che possa avere una sonorità comune e delle tematiche ad incastro.
Non assicuro nulla, d’altronde sono un ANFIBIO per cui mi piace saltare tra i miei MONDI terracquei”.
















