Antonio Carotenuto, dove la lava diventa memoria: l’arte che nasce dal Vesuvio

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NAPOLI (Di Anna Calì) – C’è un punto, alle pendici del Vesuvio, in cui la materia smette di essere solo natura e diventa racconto.

È lì che la pietra lavica, segnata dal tempo e dalla forza del magma, si trasforma in linguaggio artistico, capace di attraversare epoche e significati.

In questo equilibrio sottile tra energia primordiale e visione contemporanea si inserisce la ricerca di Antonio Carotenuto, che restituisce alla materia vulcanica una voce nuova, sospesa tra identità territoriale e riflessione universale.

Un dialogo che prende forma oggi, in un contesto in cui il paesaggio vesuviano continua a essere non solo scenario, ma origine viva di ispirazione e pensiero.

Di questo percorso, e della sua visione artistica, parliamo nell’intervista che segue.

La mostra “Pietra Viva” nasce da un’idea molto forte: trasformare la materia del Vesuvio in espressione artistica. Quando ha capito che la pietra lavica poteva diventare il linguaggio principale della sua ricerca?

“Non c’è stato un momento preciso, una sorta di illuminazione. È stato un percorso lento, naturale. La pietra lavica l’ho sempre avuta davanti agli occhi, come presenza quotidiana. A un certo punto ho capito che non era semplicemente un materiale, ma un linguaggio già carico di senso. Dentro quella pietra c’è il tempo, c’è il fuoco, c’è la trasformazione.

Io ho iniziato ad ascoltarla, più che a lavorarla. Da lì è diventata la mia voce”.

Nelle sue opere la pietra sembra quasi “respirare”, diventando memoria e identità. Che rapporto personale ha con il territorio vesuviano e quanto ha influenzato il suo percorso artistico?

“Il mio rapporto con il territorio vesuviano è profondo, quasi fisico. Non è solo un luogo in cui vivo, è una condizione che ti entra dentro. Qui la natura è presenza forte, non è mai neutra.

Ti insegna il limite, ma anche la resistenza. La pietra lavica porta dentro di sé tutto questo: è memoria, è identità, è storia. Il mio lavoro nasce da questa appartenenza, da questa relazione continua con il territorio e con la sua energia”.

Le sei sezioni della mostra raccontano temi universali come migrazione, fragilità e responsabilità. Quale di queste sente più vicina alla sua esperienza umana e creativa?

“La migrazione è il tema che sento più vicino, ma non solo nel senso dello spostamento fisico. Mi interessa la migrazione come condizione dell’uomo, come continuo passaggio, perdita e ricerca di equilibrio.

Anche la materia migra: cambia forma, cambia stato. Le mie opere cercano di raccontare proprio questo movimento, questa trasformazione che riguarda tutti noi”.

Esporre in un luogo come Villa Campolieto crea un dialogo tra arte contemporanea e architettura storica. In che modo questo spazio ha influenzato l’allestimento e la percezione delle opere?

“Villa Campolieto ha una sua identità fortissima, non è uno spazio neutro. L’allestimento è nato dal rispetto di questo luogo e dal dialogo con la sua architettura.

D’accordo con il curatore Paolo Chiariello non abbiamo voluto imporre le opere, ma costruire una relazione. La pietra lavica, con la sua forza primordiale, entra in tensione con l’eleganza della villa.

Questo contrasto crea un equilibrio e aiuta lo spettatore a entrare più profondamente nel senso del lavoro.

In questo percorso è stato fondamentale anche il lavoro condiviso con il curatore e con tutte le realtà che hanno sostenuto il progetto.

I patrocini e le collaborazioni con l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, la Fondazione Ente Ville Vesuviane, la Città Metropolitana e il Comune di Boscoreale non sono solo formali: rappresentano momenti preziosi di collaborazione tra arte, istituzioni e territorio”.

La sua è una scultura che parte dalla materia ma arriva a interrogare il presente. Quanto è importante oggi, secondo lei, che l’arte abbia anche una dimensione sociale e civile?

“Credo sia essenziale. L’arte non deve per forza dare risposte, ma deve porre domande.

E queste domande riguardano sempre il presente. Lavorare sulla materia significa anche interrogarsi sul rapporto tra uomo e ambiente, sulle responsabilità che abbiamo. Non è un discorso astratto, è qualcosa che riguarda la vita quotidiana.

In questo senso, progetti come “Pietra Viva” nascono anche grazie a realtà che credono profondamente nel valore civile della bellezza.

L’associazione forense In Oltre e la sua presidente Anna Brancaccio hanno avuto un ruolo propositivo e ideale fondamentale: hanno creduto fin dall’inizio che l’arte potesse essere uno strumento di cura, capace di restituire senso e dignità a territori complessi, ma ricchi di storia e di futuro.

Questa visione ha reso possibile un progetto che non è solo artistico, ma anche sociale”.

Ha mai pensato di includere all’interno della sua mostra anche un passaggio inerente ai Campi Flegrei?

“I Campi Flegrei fanno parte dello stesso sistema, della stessa energia profonda di questo territorio.

Non li ho affrontati in modo diretto nella mostra, ma sono presenti come orizzonte. Sono luoghi che raccontano la stessa tensione tra bellezza e fragilità. È un tema che mi interessa e che potrebbe diventare oggetto di un lavoro futuro”.

La passione per l’arte spesso nasce da un momento preciso. Ricorda quando ha capito che la scultura sarebbe stata la sua strada?

“Più che un momento preciso, è stata una necessità. A un certo punto ho capito che lavorare con le mani, dare forma alla materia, era il modo più diretto per esprimermi. La scultura è sicuramente uno dei linguaggi espressivi che prediligo, ma l’arte non si può imbrigliare dentro un solo linguaggio.

Ho sempre lavorato anche con la pittura, ho molti dipinti a olio su tela, e continuo a sperimentare materiali diversi. Il disegno, poi, è una passione che mi accompagna da sempre, fin da quando ero ragazzo e studiavo all’Accademia di Belle Arti di Napoli. È lì che si è formata la mia visione, ed è da lì che nasce questa esigenza continua di ricerca”.

Dopo “Pietra Viva”, quali sono i suoi progetti futuri? Continuerà a lavorare sulla pietra lavica o immagina nuove sperimentazioni e materiali?

“Pietra Viva” non è un punto di arrivo, è un progetto destinato ad avere un suo percorso e una sua vita anche fuori dal territorio vesuviano. È un lavoro che può dialogare con altri contesti, mantenendo però la sua identità forte.

Ci sono diversi progetti in fase di valutazione, anche grazie al lavoro del curatore Paolo Chiariello, che ha pianificato e costruito questa mostra coinvolgendo risorse di grande livello: dallo storico e critico d’arte Massimo Bignardi, allo scrittore Maurizio de Giovanni, fino a una realtà editoriale come Ebone Edizioni, che crede nel valore sociale dell’arte.

Accanto a questo, c’è stato il contributo di professionisti dell’allestimento e della comunicazione, e soprattutto un rapporto positivo con le istituzioni, senza il quale tutto questo non sarebbe stato possibile.

Per quanto mi riguarda, continuerò a lavorare sulla pietra lavica, perché è parte della mia identità, ma allo stesso tempo porterò avanti la ricerca su altri materiali e linguaggi.

L’importante è non fermarsi mai: la materia cambia, e con essa deve cambiare anche lo sguardo”.

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