NAPOLI (Di Anna Calì) – In un’epoca che corre veloce, in cui tutto sembra consumarsi nel giro di pochi istanti, fermarsi ad ascoltare ciò che accade dentro di noi diventa un atto quasi rivoluzionario.
Tra identità in trasformazione, relazioni fragili e una società sempre più orientata alla superficie, torna urgente interrogarsi su cosa significhi davvero sentire, ricordare, esistere.
È in questo spazio sospeso tra interiorità e mondo esterno che si muove la riflessione del giornalista e scrittore Antonio Porcelli: una ricerca che attraversa emozioni, contraddizioni e nascondigli dell’animo umano, e che trova nella scrittura uno strumento per provare a dare forma a ciò che, spesso, sfugge alle parole.
A partire dal suo libro Blu Oltremare, abbiamo dialogato con lui sul rapporto tra emozione e pensiero.
Come nasce Blu Oltremare?
“Come scrivo nella premessa, il libro nasce dall’esigenza di annotare quello che chiamo “materiale emotivo”: le emozioni che si presentano con forza dentro di noi.
Nel mio caso, sono emerse durante l’inizio di una frequentazione con un’altra persona, ma non erano rivolte solo all’altro: parlavano anche a me stesso.
Ho sentito il bisogno di fermare ciò che accadeva dentro di me: il dolore, la felicità, le contraddizioni. È un tentativo difficile, quasi impossibile, perché si tratta di scrivere le emozioni mentre accadono, cercando di non farle contaminare troppo dalla ragione.
L’emozione, a differenza del sentimento, è un dato naturale: arriva e basta, non la controlli. Il sentimento invece è culturale, si costruisce.
Blu Oltremare è quindi un vero e proprio diario delle emozioni, con un intento fenomenologico: osservare e annotare con precisione ciò che accade dentro di noi per comprenderlo meglio.
Nel libro unisce poesia, filosofia e giornalismo culturale. Come si muove tra queste forme?
“In realtà non mi sento né poeta, né filosofo, né giornalista. Ho sempre scritto fin da bambino, per rispondere a un bisogno interiore.
Mi muovo tra questi ambiti in modo spontaneo, quasi dilettantistico: cambio registro, ma alla fine cerco sempre di far emergere ciò che sono.
Il giornalismo culturale ha una pratica diversa, ma è legato al libro: nelle interviste cerco sempre di indagare le emozioni. Una domanda che faccio spesso nel mio podcast è: “Che cosa ti emoziona?”.
La scrittura filosofica invece ha il compito di stimolare il pensiero, non di dare risposte. Chi scrive filosofia non deve risolvere, ma smuovere la coscienza. Io spero che chi legge il libro non si limiti a essere d’accordo o meno, ma che venga spinto a pensare.
La poesia, infine, è un esercizio. Alcuni testi funzionano meglio, altri meno. Ma il libro nasce proprio come tentativo di fermare qualcosa”.
Quant’è importante oggi il giornalismo culturale, in una società così veloce e superficiale?
“È fondamentale, anche se sembra poco apprezzato nell’immediato. Col tempo, però, viene riconosciuto.
Il giornalismo culturale non deve solo informare, ma far riflettere. Il problema oggi è il tempo: viviamo in una società che ci costringe a correre per sopravvivere, dentro una logica capitalistica che spesso annulla la nostra umanità.
Io provo a fare una comunicazione che, anche usando strumenti veloci come Instagram, dica: “Fermati un attimo, ritrova la tua umanità”.
La velocità appiattisce il pensiero. E un pensiero appiattito porta a conseguenze gravi: non capiamo più cosa vogliamo, non partecipiamo, non scegliamo davvero.
Siamo diventati dipendenti dalla tecnica. Non è un male in sé, ma il rischio è perdere il senso dell’umano.
Il giornalismo culturale deve allora ricollegare l’uomo a sé stesso e agli altri, in una dimensione autenticamente umana: emotiva, fragile, condivisa”.
Perché oggi è così difficile confrontarsi con le proprie zone d’ombra e i propri “nascondigli”?
“Perché non vogliamo fermarci. E soprattutto perché abbiamo paura.
Abbiamo paura di scoprire che qualcosa nella nostra vita non funziona: traumi, abitudini sbagliate, fragilità mai affrontate.
Per questo preferiamo restare nella comfort zone. Una vita superficiale e comoda sembra più facile di un’immersione dentro di sé, che può essere dolorosa e destabilizzante.
Io penso che tutti dovrebbero fare terapia, non solo quando stanno male. Io stesso l’ho fatta per anni e continuo a farla, perché ho ancora cose da capire.
I “nascondigli” hanno senso solo se li conosciamo. Dobbiamo sapere cosa c’è dentro di noi: paure, desideri, ferite. Non possiamo eliminarli tutti, ma possiamo imparare a conviverci.
Il problema è che questo lavoro costa fatica, solitudine, e a volte richiede cambiamenti radicali. E molti non sono disposti a farlo”.
Nei suoi testi emergono molto i temi dell’amore e delle emozioni. Cosa ha provato nello scriverli?
“Alcune poesie, come Sé, rappresentano molto bene la contraddizione umana: noi non siamo lineari: siamo fatti di opposti, di amore e istinto, di luce e ombra. La vita non è cristallina, è torbida. E bisogna accettarlo.
Altrove invece è legata all’inconscio: mentre viviamo, c’è sempre qualcosa dentro di noi che si muove e ci orienta senza che ce ne accorgiamo.
È una visione esistenzialista: non esistono manuali per vivere, conta l’esperienza.
Quando scrivo “la vita è un secondo che non si domanda”, intendo che l’emozione non si spiega: accade, e ci trasforma. È ciò che ci fa uscire dall’anonimato e diventare davvero persone”.
Ha intenzione di scrivere altro dopo Blu Oltremare?
“Sì, vorrei scrivere un secondo libro, ma senza fretta. Deve nascere da un’esigenza reale.
Sto lavorando a qualcosa che potrebbe far parte di una “trilogia dei colori”. Però non so se riuscirò a portarla a termine: non sono uno scrittore di professione, devo sentire qualcosa per scrivere.
Mi piacerebbe anche scrivere racconti, ma non sono un grande lettore di romanzi, quindi potrei avere difficoltà”.
Cos’è che l’emoziona davvero?
“Mi emozionano i momenti in cui sento il bambino che sono stato ancora vivo dentro di me.
Mi emozionano le piccole cose: i gesti quotidiani, l’affetto sincero degli amici, un caffè condiviso.
Mi emozionano i luoghi pieni di memoria: i piccoli paesi, le tradizioni, le storie delle persone.
Soprattutto mi emoziona la memoria. Senza memoria non siamo niente. È ciò che ci permette di dare senso a ciò che viviamo”.



















