NAPOLI (Di Anna Calì) – Ci sono titoli che raccontano una storia e altri che, ancora prima di aprire un libro, sembrano rivolgere una domanda direttamente al lettore.
Col senno di poi, il nuovo lavoro editoriale di Stefano Esposito, appartiene a questa seconda categoria.
Perché “col senno di poi” è un’espressione che tutti, almeno una volta, abbiamo pronunciato o pensato: davanti a una scelta sbagliata, a un’occasione mancata, a una strada presa senza sapere dove avrebbe condotto. È lo sguardo che dal presente torna indietro e prova a rileggere ciò che è stato.
Nel nuovo libro, pubblicato da Edizioni MEA, l’autore costruisce una narrazione nella quale le vicende personali diventano occasione per interrogarsi su temi profondamente umani: le scelte, le conseguenze, la responsabilità, la possibilità di cambiare e quel sottile confine che separa ciò che avremmo voluto fare da ciò che, invece, abbiamo realmente fatto.
Un libro breve, appena 106 pagine, ma denso di spunti e di interrogativi, che porta il lettore dentro una storia capace di muoversi tra la dimensione quotidiana e riflessioni più ampie. È proprio questo uno degli elementi che caratterizza la nuova opera di Esposito: il tentativo di far dialogare la dimensione umana con quella scientifica, avvicinando mondi che a prima vista potrebbero sembrare lontani.
E allora il titolo diventa quasi una chiave di lettura. Perché il “senno di poi” appartiene a tutti: è quella particolare forma di consapevolezza che arriva quando gli eventi sono ormai accaduti e ci permette di guardarli con occhi diversi.
Ma è anche una trappola, perché sapere oggi ciò che ieri non sapevamo non significa necessariamente poter cambiare ciò che è stato.
Con lo scrittore napoletano Stefano Esposito abbiamo parlato proprio di Col senno di poi, della genesi del nuovo romanzo e delle suggestioni che lo attraversano.
Partiamo dal titolo: “Col senno di poi”. È un’espressione che utilizziamo spesso quando guardiamo al passato e ci rendiamo conto che avremmo potuto fare scelte diverse. Che significato assume questa frase all’interno del suo romanzo e quanto, secondo lei, il “senno di poi” può davvero cambiare il modo in cui interpretiamo le nostre scelte?
“Col senno di poi” è un’espressione apparentemente semplice, quasi quotidiana, ma nasconde una domanda enorme: se avessimo saputo prima quello che sappiamo oggi, avremmo davvero scelto diversamente?
Il punto è che il senno di poi è un privilegio che abbiamo soltanto quando la storia è già accaduta. Nel momento in cui scegliamo, invece, non possediamo tutte le informazioni, siamo immersi nelle emozioni, nelle circostanze, nelle nostre paure e nei nostri desideri. È facile giudicare una scelta quando ne conosciamo già le conseguenze.
Nel romanzo provo proprio a mettere in crisi questa prospettiva. Noi immaginiamo la nostra vita come una linea: causa, scelta, conseguenza. Ma se cambiassimo punto di osservazione? Se ciò che chiamiamo errore fosse stato necessario per portarci esattamente dove siamo? E, soprattutto, se potessimo tornare indietro, siamo davvero sicuri che cambieremmo qualcosa?
Forse il senno di poi non serve tanto a correggere il passato, che per definizione non possiamo più modificare, quanto a comprendere meglio il presente”.
Da dove nasce l’idea di mettere in relazione le fragilità e le scelte degli esseri umani con temi come lo spazio, il tempo, la gravità e le stelle?
“Nasce dal contrasto che costituisce l’architettura stessa del romanzo: il Macrocosmo e il Microcosmo.
Da una parte abbiamo un Universo sterminato, miliardi di galassie, buchi neri, distanze che facciamo persino fatica a concepire, fenomeni come l’entanglement che mettono in discussione la nostra percezione intuitiva della realtà. Dall’altra ci siamo noi, con le nostre piccolissime vite, i nostri amori, i tradimenti, le occasioni perdute, le paure, le scelte apparentemente insignificanti.
Eppure, per ciascuno di noi, quel minuscolo Microcosmo è tutto.
Mi affascinava far incontrare questi due estremi. Nel romanzo si passa idealmente dall’immensità dell’Universo ai vicoli di Napoli, quasi restringendo progressivamente l’obiettivo di una macchina da presa. Perché forse le stesse domande che poniamo guardando le stelle — dove stiamo andando, da dove veniamo, quanto è già determinato e quanto dipende da noi — sono le domande che, in una forma diversa, ci facciamo ogni giorno”.
Quant’è importante, nella sua narrazione, il concetto di responsabilità? E possiamo davvero parlare di libero arbitrio quando le nostre decisioni sono condizionate dalle circostanze, dalle persone che ci circondano e dal contesto in cui viviamo?
“È probabilmente una delle domande centrali del libro.
Siamo davvero liberi quando scegliamo? Oppure ogni nostra decisione è il risultato di migliaia di variabili precedenti: dove siamo nati, chi abbiamo incontrato, quello che abbiamo vissuto, persino un evento apparentemente insignificante accaduto anni prima?
Il romanzo gioca molto con questa tensione tra determinismo e libero arbitrio. Ma c’è un punto al quale tengo particolarmente: comprendere i condizionamenti non significa cancellare la responsabilità.
Possiamo essere il risultato di tutto ciò che ci è accaduto, ma arriva comunque un momento in cui siamo noi a dover scegliere cosa fare di ciò che ci è accaduto.
Forse la libertà assoluta non esiste. Forse nessuno di noi parte da una pagina bianca. Però credo che esistano degli istanti nei quali, anche all’interno di un percorso già fortemente condizionato, possiamo imprimere una deviazione. Ed è proprio in quello spazio, magari piccolissimo, che nasce la responsabilità”.
È stato più difficile raccontare la complessità dell’Universo oppure entrare nella psicologia dei suoi personaggi? E che tipo di ricerca ha richiesto la costruzione di questa particolare struttura narrativa?
“Paradossalmente, entrare nella psicologia dei personaggi.
L’Universo è immensamente complesso, naturalmente, e ho dovuto documentarmi molto per evitare di trasformare concetti scientifici affascinanti in semplici slogan. Ma la fisica, almeno, ha formule, teorie, modelli.
L’essere umano no.
Una persona può desiderare contemporaneamente due cose opposte, amare qualcuno e ferirlo, sapere perfettamente quale sarebbe la scelta giusta e fare comunque quella sbagliata. È questa contraddizione che mi interessa.
La difficoltà maggiore è stata poi far convivere i due livelli senza trasformare il romanzo né in un trattato scientifico né in una lezione filosofica. I concetti legati allo spazio, al tempo, all’entanglement, ai buchi neri o alle possibilità alternative dovevano accompagnare la storia, non sovrastarla.
La scienza, nel libro, non deve fornire risposte. Deve rendere ancora più interessanti le domande”.
Nel romanzo emerge l’idea che, anche quando sembra di essere ormai “a un passo dal baratro”, possa esistere ancora un’ultima possibilità di scelta. È un messaggio di speranza, una riflessione sulla capacità dell’essere umano di cambiare oppure una domanda che lascia volutamente al lettore?
“Direi tutte e tre le cose, ma soprattutto l’ultima.
Non volevo scrivere un romanzo che dicesse al lettore cosa deve pensare. Preferisco accompagnarlo fino a una domanda e poi lasciarlo solo davanti alla risposta.
Però certamente c’è una forma di speranza. Mi interessa molto quell’istante che precede una scelta irreversibile. Puoi aver sbagliato dieci, cento volte; puoi aver costruito con le tue stesse decisioni la strada che ti conduce verso il baratro. Ma finché non hai compiuto l’ultimo passo, esiste ancora una possibilità.
Magari piccolissima.
Ed è interessante perché ritorniamo al problema del libero arbitrio: forse non possiamo modificare tutto ciò che ci ha portato fin lì, ma possiamo ancora decidere se compiere quell’ultimo passo.
Il passato spiega moltissimo di noi. Ma non necessariamente ci condanna”.
Col senno di poi arriva dopo altri lavori, tra cui La matematica del metafisico e Verità, Giustizia e Libertà. Guardando al suo percorso letterario, sente che questo nuovo romanzo rappresenti un’evoluzione del suo modo di scrivere?
“Sì, credo di sì. Non tanto perché consideri ciò che viene dopo necessariamente migliore di ciò che è venuto prima, quanto perché ogni libro lascia qualcosa nello scrittore che affronta quello successivo.
In Col senno di poi sento di aver trovato una maggiore libertà nel mescolare registri diversi: narrativa, introspezione, scienza, filosofia, ironia, quotidianità.
C’è una cosa che mi rappresenta molto: possiamo passare da un buco nero a un vicolo di Napoli, dall’Universo a una conversazione apparentemente banale, senza che per me esista una vera frattura tra questi mondi.
Anzi, forse è proprio questo il punto di arrivo del mio percorso: cercare le grandi domande nelle piccole cose.
Perché possiamo interrogarci sull’origine dell’Universo, sul tempo o sul destino, ma poi la nostra esistenza concreta si decide attraverso incontri, telefonate, silenzi, parole dette nel momento giusto o in quello sbagliato.
Il Macrocosmo è immenso. Ma noi viviamo nel Microcosmo”.
Dopo aver raccontato il rapporto tra destino, scelte individuali e Universo in Col senno di poi, c’è già una nuova storia, un nuovo tema o magari un nuovo genere letterario che vorrebbe esplorare?
“Le idee ci sono sempre, forse anche troppe. Ma credo che continuerò a essere attratto soprattutto da ciò che apparentemente non riusciamo a spiegare dell’essere umano.
Mi interessa sempre di più la psicologia: capire perché ricordiamo alcune cose e ne rimuoviamo altre, perché ripetiamo determinati comportamenti, perché costruiamo un’immagine di noi stessi che non sempre coincide con ciò che siamo realmente.
Probabilmente il prossimo passo sarà andare ancora più in profondità nel Microcosmo. Dopo aver guardato molto lontano, verso lo spazio, il tempo e l’Universo, mi affascina l’idea di compiere il viaggio opposto: dentro la mente.
In fondo potrebbe sembrare un cambio radicale di prospettiva, ma forse la domanda rimane sempre la stessa.
Guardando una galassia lontanissima oppure guardando dentro noi stessi, continuiamo ostinatamente a cercare di capire chi siamo.
E non sono affatto sicuro che il secondo viaggio sia meno difficile del primo”.


















