NAPOLI (Di Anna Calì) – Venti Festival vissuti da protagonista, una carriera costruita tra sacrifici e palchi prestigiosi e l’orgoglio delle proprie radici.
Il Festival di Sanremo si è appena concluso, ma tra musica, polemiche e simboli rimasti impressi sul palco dell’Ariston, c’è chi continua a far parlare di sé anche a riflettori spenti. Direttore d’orchestra, musicista e volto storico di tante edizioni della kermesse, Enzo Campagnoli è stato tra i protagonisti più riconoscibili di quest’anno.
Tra la vittoria di Sal Da Vinci, le critiche spesso accese, l’evoluzione del Festival negli ultimi decenni e il legame indissolubile con Napoli, musicale e calcistico, il Maestro Campagnoli ripercorre emozioni, retroscena e riflessioni maturate in oltre quarant’anni di carriera.
Un viaggio che parte dai primi passi in orchestra e arriva fino al presente, tra nuove generazioni, social, classifiche che dividono e un’identità che non ha mai smesso di rivendicare con forza.
Com’è andato questo Sanremo e cosa l’ha lasciato, rispetto alle scorse edizioni?
“Sanremo è sempre Sanremo, come si dice, e ogni edizione lascia emozioni particolari.
L’anno scorso ho vissuto momenti intensi con Giorgia, Tony Effe, Rocco Hunt e altri artisti; quest’anno invece ho lavorato con Elettra Lamborghini e con un ragazzo giovanissimo, Samurai Jay, che oggi è primo in classifica su Spotify e sta andando fortissimo. Sono davvero felice per lui.
Le classifiche del Festival di Sanremo non le ho mai guardate e non le guarderò mai. Sinceramente, dopo quello che è successo l’anno scorso con Giorgia, che per me meritava la vittoria a mani basse, ho deciso di non guardarle più.
La storia del Festival insegna che un artista come Vasco Rossi è arrivato ultimo e poi ha venduto più dischi di tutti nel mondo. Per le major e per il mercato musicale, la classifica di Sanremo conta fino a un certo punto”.
La sua carriera musicale è lunga e variegata: guardando indietro, quale momento l’ha segnato di più?
“La mia vita artistica parte da molto lontano: avevo solo otto anni quando suonai il mio primo matrimonio come batterista nella band di mio padre.
Da quel giorno ho sempre guardato avanti con l’intenzione di alzare l’asticella artistica.
Ma per alzare l’asticella bisogna affrontare rinunce, perché il successo nasce dalle rinunce. È facile dire sì, è molto più difficile dire no. Ci sono stati momenti in cui ho rinunciato anche a certezze pur di crescere artisticamente e puntare più in alto.
Continuo a farlo ancora oggi: ho compiuto 59 anni a gennaio e investo ancora sull’aspetto professionale, con sacrificio, rispetto per l’arte e amore per quello che faccio. Raggiungere un obiettivo può capitare anche per fortuna, ma mantenerlo è la vera sfida, perché ogni volta devi confermarti. E quella conferma costa fatica”.
Qual è il suo primo ricordo legato al Festival?
“Ho fatto i Festival dell’epoca di Pippo Baudo, negli anni ’90. Quello di quest’anno è stato il mio ventesimo Festival. Ne ho fatti undici come musicista Rai, percussionista nell’Orchestra Sinfonica del Festival.
Ricordo ancora la prima volta: ero dietro ai miei strumenti quando partì la sigla dell’Eurovisione. Mi batteva fortissimo il cuore. Ero giovane e trovarmi lì, nell’orchestra del Festival di Sanremo, era già un grande traguardo”.
Cosa pensa dell’evoluzione di Sanremo negli ultimi decenni e cosa l’ha colpito di più dell’edizione appena conclusa?
“Le edizioni di Baudo erano caratterizzate dalla presenza di grandi super ospiti internazionali. All’Ariston sono passati nomi incredibili. Con il tempo questa ricerca si è un po’ ridimensionata, ma bisogna dire che l’Italia ha tantissimi super ospiti nella propria storia musicale.
Spesso pensiamo che l’erba del vicino sia sempre più verde, ma nel nostro Paese abbiamo artisti che hanno fatto la storia della musica anche a livello internazionale”.
Il gesto del numero 4, come omaggio e simbolo, l’anno prossimo riusciamo a riempire la mano e cosa ne pensa dell’aspetto calcistico di quest’anno?
“Napoli è spesso bistrattata a tutti i livelli. Lo stiamo vedendo anche con le polemiche sulla vittoria di Sal Da Vinci. Con Sal siamo amici da oltre 40 anni. Purtroppo Napoli dà fastidio perché è una città di talento, e dove c’è talento spesso si crea fastidio.
L’ho detto anche in televisione: dove c’è un successo c’è sempre un merito. Se arriva un successo, un motivo c’è. Che piaccia o no, bisogna accettarlo. Se non ti piace, cambi canale, ma non puoi negare una realtà.
Il mio “4” voleva dire: state calmi, siamo ancora noi i campioni d’Italia. Sembrava che ci avessero già scucito lo scudetto dalla maglia. Ho approfittato della mondovisione per ricordarlo. Poi a fine stagione si vedrà, ma non abbiamo ancora detto l’ultima parola”.
Come convivono la passione per la musica e quella per il Napoli?
“Sono sempre state le mie due passioni parallele. A 12 anni dovetti scegliere: o il campo da calcio o il conservatorio. Scelsi il conservatorio, anche perché vengo da una famiglia di musicisti: mio padre suonava, mia madre cantava, mio zio era timpanista al Teatro San Carlo.
Ma se avessi fatto il calciatore, credo che avrei potuto fare una bella carriera. Ero brevilineo, scattante, imprendibile, con il fiuto del gol. Un tormento per i difensori.
Il calcio però è rimasto la mia grande passione. Guardavo le partite del Napoli anche durante Sanremo: mettevo il computer sotto le percussioni e seguivo la partita. Avevo l’abbonamento Sky anche quando il Napoli era in Serie C.
Ho avuto la fortuna di vivere l’epoca di Diego Armando Maradona. Ho avuto l’abbonamento per otto anni allo stadio San Paolo. Andavo con il panino preparato da mia madre, con la carne alla pizzaiola dentro. Erano momenti meravigliosi.
Maradona non era un calciatore: era il calcio. Come dire di qualcuno quello è musica: significa che incarna l’essenza stessa di ciò che fa”.
La vittoria di Sal Da Vinci ha acceso entusiasmo ma anche molte polemiche: che idea si è fatto di questo clima e cosa pensa delle critiche?
“Napoli farà sempre parlare, nel bene o nel male. Quando Napoli arriva, mette in luce i limiti degli altri. Abbiamo nel DNA la capacità di risolvere i problemi con una parola, con una risata, con ironia. E questo dà fastidio.
Sal Da Vinci è un amico fraterno da oltre 45 anni. Ha fatto tantissimo nella sua carriera: cantante, attore, showman. Gli mancava forse quel guizzo definitivo, arrivato con “Rossetto e Caffè”, scritto da Vincenzo D’Agostino. Il brano è diventato virale e da lì è partito tutto.
La nuova canzone ha un testo semplice, diretto, accessibile. È proprio questa semplicità che arriva subito alle persone. Se fosse stata in inglese, forse non si sarebbe sollevato tutto questo clamore. Ma racconta l’amore in modo chiaro, e oggi non è scontato”.
Cosa accade davvero lontano dalle telecamere?
“Dietro le quinte può accadere davvero di tutto, fino all’ultimo secondo prima di entrare in scena. Il Festival, nella sua storia, ci ha abituati a colpi di scena, tensioni improvvise, cambiamenti dell’ultimo minuto. È un evento in diretta, e la diretta è viva, imprevedibile.
Quest’anno, però, devo dire che è andato tutto liscio. C’è stata grande organizzazione e una gestione molto solida. Carlo Conti ha fatto un lavoro incredibile: ha portato a casa un Festival elegante, ben strutturato, con ritmo e misura. Non è semplice coordinare una macchina così complessa, e quando tutto sembra scorrere con naturalezza significa che dietro c’è un grande lavoro”.
L’anno prossimo al timone di Sanremo avremo un altro napoletano, Stefano De Martino. Cosa ne pensa?
“Conosco Stefano De Martino da quando ha iniziato il suo percorso ad Amici. In quegli anni io ero già in orchestra con Peppe Vessicchio e l’ho visto crescere artisticamente e professionalmente.
È sempre stato un ragazzo curioso, uno che studia, che si informa, che non lascia nulla al caso. Questa è una qualità fondamentale. Piace a più generazioni, ha una presenza naturale e una capacità di comunicazione molto forte.
So che ha detto di aver comprato tutti i libri sul Festival per arrivare preparato: questo dimostra rispetto per la storia e consapevolezza dell’eredità che si andrebbe a raccogliere. Parliamo di un percorso che va da Pippo Baudo ad Amadeus fino allo stesso Conti. È un compito impegnativo, ma nessuno fa tutto da solo: c’è sempre un team che sostiene la direzione artistica. E lui ha l’intelligenza per farsi affiancare dalle persone giuste”.
Dopo Sanremo, quali sono i suoi progetti?
“I progetti non si fermano mai.
Il 28 sarò a Sanremo per dirigere l’Orchestra Sinfonica in occasione del Premio Roberto Murolo: sarà una serata importante, con artisti come Peppe Barra, Enzo Gragnaniello e Raiz degli Almamegretta, che renderanno omaggio alla grande tradizione musicale napoletana.
Poi partiranno altri concerti e nuovi impegni. E la prossima settimana sarò a Napoli per il conferimento a Sal Da Vinci. La musica continua, sempre”.

















