Filippo Dini mette in scena Alcesti al Teatro Grande di Pompei

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Nelle sue note di regia, Filippo Dini dichiara: «Accostarsi ad Alcesti di Euripide fa paura, perché significa accostarsi alla Morte. Ad una morte inaccettabile, forse la più inaccettabile di tutte: la morte di una vittima sacrificale.
Al tempo stesso Alcesti è, per i filosofi, la prima meditazione sulla morte nella storia dell’Occidente, quindi una pratica di valorizzazione di tutto ciò che c’è di prezioso e sacro nell’atto di vivere, proprio perché Alcesti è una “tragedia a lieto fine”. Che di lieto in realtà conserva ben poco.

Come Hitchcock farà un paio di millenni dopo in Psyco, Euripide fa morire la sua protagonista a metà del dramma. Alcesti muore e, in un certo senso, il percorso tragico della nostra storia si conclude. L’arrivo di Eracle, così goffo, così incerto, così grottesco, così fuori luogo e scandaloso, riapre in modo tutto nuovo il racconto destabilizzandoci a tal punto che non siamo nemmeno più sicuri di riconoscerla in quanto “tragedia”.

Alcesti fa paura perché su tutto, fin dal principio, sopra a tutta questa portentosa e irresistibile macchina teatrale, perfetta nella sua struttura, chiarissima e allo stesso tempo sfuggente, incombe l’ombra di Ananke, la divinità che personifica il sistema di pensiero della tragedia antica: il nodo del fato che nessuno può sciogliere, nemmeno gli dei e che lega tutti a tutto.

Alcesti fa paura perché è la storia di una donna che, spinta soltanto dalla furia beata del suo amore per il marito, sceglie di morire al suo posto. E fa paura perché ritorna dall’Ade. Quattro secoli prima di Cristo, una donna straordinaria si sacrifica per amore e ritorna dalla morte. La donna che torna da laggiù non è quella che è partita, ora questa Alcesti ha visto e fatto esperienza dell’orrore e della disperazione oltre ogni limite, quella che si ricongiunge al marito è l’essere più sacro e misterioso che si possa immaginare nella letteratura e nell’arte di tutti i tempi.

Penso alla tragedia di Euripide e non posso non pensare, oggi, al percorso della donna nella storia, dall’inizio dei tempi ad oggi, alla sua evoluzione, alle sue tragiche morti quotidiane, alla sua possibilità di tornare indietro dall’orrore e poter affrontare, finalmente, l’oggetto del suo infinito amore».

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