NAPOLI (Di Anna Calì) – Certe voci restano addosso. Come certi sguardi, che da bambini ci sembravano grandi, perché sapevano già dire il dolore senza gridarlo. Gianluca Di Gennaro non ha mai avuto bisogno di fare rumore per farsi notare. Gli bastava restare in silenzio, in piedi, fermo davanti alla macchina da presa, per farsi ricordare.
Napoli ce l’ha nel timbro e nei modi, nella grazia antica che oggi fa quasi rumore. Da Certi bambini a Gomorra, passando per il teatro e l’autorialità del corto Un bacio di troppo, Di Gennaro è uno di quegli attori che non cerca la luce perché la lascia arrivare.
L’ho incontrato in un giorno di luglio, tra una risata sincera e una riflessione tagliente. Di maschere ne indossa poche, di parole ne pesa molte. E in questa intervista ci racconta il mestiere d’attore, i sogni, i no detti sottovoce e l’amore per quei ruoli dove la fragilità diventa finalmente racconto.
Com’è nata la sua passione per il cinema? Ricorda il suo esordio e l’emozione provata sul primo set?
“Adesso, a posteriori, me ne rendo conto con più consapevolezza. Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia d’arte, con mio zio Gianfranco e Massimiliano. È stato un innamoramento inconsapevole, qualcosa che ho assorbito naturalmente, quasi senza accorgermene. Era qualcosa che faceva parte della mia vita da sempre.
Il mio primo esordio è stato sicuramente a teatro, in uno spettacolo in cui avevo un ruolo molto piccolo accanto a mio zio Gianfranco. E da lì, mi hanno notato. Non ricordo quanti ragazzi provarono quel ruolo, ma alla fine feci il provino e ottenni la parte da protagonista per Certi bambini, dove interpretavo Rosario.
Da lì è partito tutto. È stata un’esperienza che sicuramente mi ha segnato. Può sembrare banale, essendo l’esordio, ma è davvero stato il momento che ha dato il via a tutto. Sono stato fortunato perché sul set c’erano due registi, i fratelli Frazzi, che avevano un approccio molto stimolante, soprattutto nel lavorare con i bambini. Non era semplice, anche per via degli orari e della concentrazione che si richiedeva, ma loro mi hanno aiutato ad innamorarmi ancora di più di questo mestiere.
Essere parte di una famiglia d’arte — con nomi come Gianfranco, Massimiliano e Nunzio Gallo cosa significa davvero? Quando siete insieme, com’è il vostro rapporto fuori dal palco? Può raccontarci un aneddoto?
“Essere parte di una famiglia d’arte significa essere immersi in un ambiente fatto di consigli continui, di un certo rigore. C’è un’impostazione molto precisa. Vedo che l’approccio alla professione, in casa nostra, non è mai stato superficiale. Da mio nonno in poi, c’è stata sempre una forte educazione artistica, un rispetto profondo per il teatro, per la scrittura, per la recitazione.
Tutte cose che oggi spesso mancano. Quella era una generazione diversa, e chi ne fa parte — anche chi come me l’ha ereditata — ha dentro una mentalità che a volte fa fatica a trasmettere. Perché oggi tutto è più rapido, più semplice, troppo semplice”.
Oggi la professione dell’attore sembra sempre più legata ai social, al numero di follower, alla visibilità. Quanto è cambiato l’approccio rispetto al passato? E quanto le pesa, nel quotidiano?
“È un tema complicato. I social, per chi è ancora adolescente o in formazione, possono sembrare una possibilità in più, ma spesso non durano nel tempo. Non so quanto siano positivi. Se servono per dare luce a talenti che altrimenti non emergerebbero, allora ben vengano. Ma se servono solo per creare visibilità vuota, allora diventano destabilizzanti.
Soprattutto se non accompagnati da una stabilità personale. Siamo in un mondo che brucia tutto velocemente”.
Nei ruoli maschili — da Gomorra passando per Certi bambini — sembra che l’uomo debba essere sempre violento o dominante. Secondo lei il cinema italiano riesce davvero a raccontare l’identità maschile in modo autentico?
“Forse l’80% dei ruoli che ho interpretato andavano in quella direzione: il violento, il dominante, il cattivo. Però credo che stiamo superando quella fase. Lo vedo al cinema, ma anche nella musica. Pensa alla canzone vincitrice di Sanremo, o anche solo a certi progetti più recenti, dove finalmente si raccontano le fragilità.
Quella è la parte che più mi interessa delle persone: la fragilità. Credo che siamo in un momento di svolta. Forse quel tipo di maschile era stato sfruttato troppo, aveva un suo fascino mediatico, ma ora le cose stanno cambiando. O almeno, voglio credere che stiano cambiando”.
Nel 2022 arriva il cortometraggio Un bacio di troppo. Com’è stato lavorare con Fernanda Pinto? E che emozione si porta dietro da quell’esperienza?
“È stata una grande occasione per raccontare qualcosa di diverso. Ci siamo un po’ stancati delle solite storie, no? In quel corto avevamo libertà totale: volevamo parlare di sentimenti veri, universali.
Il messaggio era che ci si innamora di un’anima, non necessariamente di un corpo. Sono felice di aver raccontato questo tema, attuale e molto discusso. Ci sono tanti punti di vista, ma è importante aprire un dialogo e scardinare certi pregiudizi che ancora ci portiamo dentro.
Per quanto riguarda Fernanda, ci siamo trovati bene. Anche se i tempi per i cortometraggi sono sempre strettissimi, avevamo solo un paio di giorni, siamo riusciti a lavorare bene, intensamente, e a portare a casa un bel risultato.
Il corto ha avuto molte selezioni, una vita lunga. Forse per il messaggio, forse per la qualità, ma è stato bello vedere che ha avuto un respiro più ampio rispetto ad altri lavori”.
Ha mai rifiutato un ruolo perché lo trovava superficiale? Oggi si può ancora dire di no, senza pagare il prezzo dell’invisibilità?
“Mi è capitato di dire no, ma non è facile. Bisogna essere autosufficienti, riuscire a crearsi una propria identità e autonomia artistica e anche economica.
Il teatro aiuta, o magari progetti web che ti permettono di restare libero.
Però no, non è facile. A volte dici di no una, due, tre volte… alla quarta sei quasi costretto ad accettare, anche se non ti convince del tutto.
Bisogna saper bilanciare. Considerare tutto: la qualità del progetto, certo, ma anche la visibilità. Oggi se stai fermo un anno, rischi di sparire. E allora serve anche avere una figura come un agente solido, qualcuno che ti aiuti a trovare equilibrio e strategia”.
Qual è stato il ruolo che le è piaciuto di più interpretare? E con quale attore sogna di lavorare?
“Il ruolo che mi è rimasto più dentro è sicuramente Rosario in Certi bambini.
È stato un impegno enorme: 40 giorni di riprese, io ero coinvolto in 39. Era tutto su di me, e l’ho vissuto intensamente. Mi ha segnato. Non solo in positivo: iniziare con qualcosa di così importante, a 13 anni, ti crea un’aspettativa difficile da gestire per tutto quello che viene dopo.
Non hai la lucidità per apprezzare altri progetti che, per quanto validi, non hanno lo stesso impatto. Quel personaggio era pieno di tutto: fragilità, spontaneità e forse proprio per questo mi ha lasciato di più.
Poi mi è piaciuto anche il ruolo in Non ti pago di Eduardo De Angelis. È arrivato dal nulla, in un momento in cui mi proponevano ruoli sempre simili.
Con Eduardo abbiamo lavorato benissimo: c’era atmosfera, c’era costruzione. Anche se non ha avuto la risonanza di altri progetti, per me è stato molto importante.
Tra gli attori con cui mi piacerebbe lavorare… beh, ho avuto la fortuna di incrociare Luca Marinelli sul set di Gig Robot, anche solo per 2-3 giorni. È uno degli attori con cui mi piacerebbe tornare a lavorare più a lungo”.
E tra i progetti futuri, cosa ci può anticipare per il 2025-2026?
“C’è un film diretto da Luca Lucini, regista di Tre metri sopra il cielo. Dopo 25 anni torna con una storia d’amore generazionale.
È interessante perché qui si racconta un ragazzo totalmente insicuro, spaesato, figlio della nostra generazione post-pandemica.
Un grande cambiamento rispetto al maschio alfa dei primi 2000. Il film parla proprio di questo scarto.
Poi ho fatto Champagne per Rai, sulla storia di Peppino Di Capri.
E in autunno torniamo a teatro con una commedia molto divertente, già portata in scena da Gianfranco e Massimiliano; il titolo è Ti ho sposato per ignoranza. Inizieremo da Napoli e poi gireremo”.














