NAPOLI (Di Anna Calì) – Chi è nato negli anni ’90 porta dentro le melodie di Gianni Fiorellino come colonne sonore della propria crescita. La scusa degli ipocriti, Ricomincerei, Favole, Girasole: canzoni che non erano semplici brani, ma confessioni in musica, capaci di trasformarsi in carezze e ferite, in sogni e in speranze. Erano pagine di diario cantate ad alta voce, che raccontavano i primi amori, le delusioni e la forza di rialzarsi, trasmettendo emozioni autentiche a un’intera generazione.
Oggi, a 43 anni, Fiorellino non smette di raccontare quei sentimenti: alla musica affianca la scrittura, con il libro Solo se c’è amore, portando la sua poetica fuori dalle note e dentro le parole. Un’opera intima e sincera che ribadisce il cuore della sua visione: esistiamo per due sole ragioni, Dio e l’amore. Tutto il resto è vita che scorre.
In questa intervista, l’artista si racconta a cuore aperto, ripercorrendo le tappe della sua carriera, il legame con Napoli e Pippo Baudo, le sfide del presente e i sogni ancora da realizzare.
Pippo Baudo ha creduto tanto in te. A un mese dalla sua dipartita, ci può raccontare un aneddoto su di lui?
“Quando quella sera ho saputo della notizia ero a fare un concerto e, in quella serata ho ricantato Ricomincerei con un’emozione totalmente diversa. Ricordarsi uno dei miei migliori esordi legati a lui è stata una coltellata, perché personaggi come lui sembrano immortali, non ci si aspetta mai la loro fine.
Mi raccontava che, quando era molto giovane e lavorava tanto in giro, una ragazzina gli disse: “Ma tu sei il vero Pippo Baudo? Perché sembri uguale a lui, quindi esisti davvero!”. Ecco, la gente immagina che questi grandi personaggi che hanno fatto la storia resteranno per sempre immortali. Invece purtroppo il tempo consuma anche la verità.
Io, nel mio piccolo, ho avuto le mie più grandi soddisfazioni grazie a lui. Non potrò mai dimenticarle nell’intimo”.
Persone grandi che abbiamo sempre considerato immortali, eppure, negli ultimi giorni ne abbiamo persi tanti. Secondo lei, quanto mancherà a questa società e a questa generazione non avere più punti di riferimento così importanti come li abbiamo avuti noi?
“Ti dico la verità: non credo che ci saranno in futuro grandi punti di riferimento, né in televisione né nella musica o nello spettacolo, che è il mio mondo. Attualmente non mi sembra ci sia un ricambio tale da diventare storico domani.
Non vedo cose che possano fare scuola in futuro, almeno non molte. Il resto è tutto molto consumo e velocità, come succede con gli apparecchi elettronici, e così anche nell’arte in generale”.
Quant’è cambiato il Gianni Fiorellino da “La scusa degli ipocriti” a “Scusame”?
“La musica di La scusa degli ipocriti era diversa, legata al mondo che stavo percorrendo in quel momento. Naturalmente cambiano i linguaggi, ma succede a tutti gli artisti con carriere lunghe. Io ho iniziato quand’ero molto piccolo, oggi ho 43 anni e non sarebbe possibile fare sempre la stessa cosa.
Durante la vita incontri persone, città, situazioni che ti ispirano. Il linguaggio cambia, ma il messaggio resta. Oggi posso parlare a un pubblico molto più vasto rispetto ai tempi de La scusa degli ipocriti e quindi cerco di adattarmi a un linguaggio attuale.
È un lavoro che fanno tutti: chi non lo fa, non resta al passo coi tempi”.
Come gestisce il bilanciamento fra il rispetto per la tradizione partenopea e la necessità di innovazione?
“Io non devo sforzarmi di considerare la tradizione napoletana: la rispecchio naturalmente. Fa parte di me, e i ricordi che porto dentro riaffiorano continuamente nei pezzi che scrivo e produco oggi”.
Come definirebbe oggi la sua identità artistica?
“Sicuramente sono un cantautore romantico. Scrivo ciò che sento nel cuore e che possono sentire i cuori di migliaia di persone. Sto affinando la ricerca sui testi e cercando di fare scelte sempre più consapevoli.
Ho scritto anche il libro Solo se c’è amore, che sto portando nelle librerie e che presto presenterò anche nelle scuole. Voglio trasmettere sentimenti puri: l’amore per la famiglia, per i figli, l’amore universale.
Io dico sempre, anche nei miei spettacoli, che esistiamo per due ragioni: Dio e l’amore. Tutto il resto lo creiamo noi”.
Cosa l’ha spinto a scrivere Solo se c’è amore? E già immagina un nuovo lavoro editoriale? Come si sta preparando alla presentazione del 4 ottobre a Palazzo Reale?
“Il libro nasce dal mio percorso umano, segnato anche da incidenti personali e avventure musicali. Mi mancava la parte più poetica e dettagliata della mia storia d’amore. Nel film l’avevo solo accennata, nel libro invece l’ho approfondita raccontando gli ultimi dieci anni della mia vita sentimentale.
È una storia vera, non romanzata.
E sì, penso che ci saranno altri volumi, perché scrivere mi è piaciuto molto e sicuramente troverò nuove idee.
Per la presentazione mi sto preparando con grande attenzione, sto cercando anche l’abito giusto. Ma, ovunque io mi trovi; a Palazzo Reale o in una piccola scuola di provincia, sono sempre la stessa persona, con la stessa educazione e lo stesso rispetto.
Sarà un evento importante, non è da tutti entrare lì. Negli ultimi anni sono riuscito a realizzare cose non comuni, come il concerto allo stadio Maradona, e questo mi ha abituato a credere che i sogni si possono avverare. L’importante è portarli avanti con determinazione e rispetto per chi ti dà la possibilità di realizzarli”.
Napoli spesso viene idealizzata o stereotipata dall’esterno. Come artista, cosa pensa che sia cambiato? E quale ruolo credi debba avere un artista come lei in questa città?
“Non è indifferente ciò che accade. Questa amministrazione ha dato tante possibilità, aprendo la città alla gente. Gli eventi in Piazza Plebiscito, allo stadio e in altri luoghi muovono turismo e creano un indotto importante.
Negli ultimi tempi Napoli ha ridotto le brutte notizie di cui era spesso vittima. Ora sta emergendo la parte migliore, che prima era un po’ oscurata. La vedo una città viva, bella, moderna. Ci sono ancora problemi, ma come in ogni metropoli: servono più servizi, più trasporti efficienti, strade e piazze da sistemare.
Però sono fiducioso: piano piano Napoli tornerà a essere la città che merita di essere, e che storicamente non ha mai smesso di rappresentare. Con la sua cultura, la musica, il cibo, la moda, è sempre stata un faro nel mondo. Ora finalmente la parte migliore sta venendo fuori”.
Napoli è anche fonte d’ispirazione. Lei, per scrivere, s’ispira alla città o cerca rifugio altrove?
“Napoli è una città che ispira sempre. Ma attingo anche da ciò che vivo altrove e dalle persone che incontro”.
Nel corso della sua carriera ha dovuto prendere decisioni difficili e dolorose. Quanto è importante per un artista dire “no” e saper gestire i compromessi?
“Un artista non può dire sempre sì a tutto, altrimenti sbaglierebbe molto. La difficoltà sta proprio nella scelta. Dire di no, a volte, significa salvaguardare la propria attività: può trattarsi di scelte musicali sbagliate, concerti in posti non adatti, organizzazioni che non condividi.
Io non faccio fatica a dire no, così come non faccio fatica a dire sì. Certo, a volte sbaglio perché ci metto il cuore più che la mente, ma sono stati errori rimediabili, sempre legati alla musica”.
Che progetti ha per la fine del 2025 e l’inizio del 2026? E guardando ai prossimi 5-10 anni, quali sfide immagina per il suo percorso?
“A fine settembre pubblicherò nuove cose, ma non penso di stravolgere troppo il mio percorso. Forse la vera novità sarà, un giorno, fare come Mina: ritirarmi dalle scene live e dedicarmi solo ai dischi. Vedremo, non è detto. Per i prossimi dieci anni voglio vedere crescere i miei figli, vedere la loro realizzazione scolastica, voglio sentirli parlare in inglese. I miei figli fanno già un sacco di attività e, il mio piccolo suona già la chitarra. Dedico molto tempo a loro, ma anche a mia moglie, Melania D’Agostino (n.d.r) con la quale lavoriamo insieme perché si occupa di produzione e management.”
Come vivete la situazione attuale, lei e Melania con quanto sta accadendo a Gaza e soprattutto come vi sentite nei confronti dei vostri figli?
“Gaza è inspiegabile, ma non solo lì. In ogni angolo del mondo che vive di quello strazio quotidiano, è inaccettabile. Prima ti ho detto che viviamo di due cose nella vita: Dio e l’amore. Ma sembra che in quei paesi non è così, non è vero, perché ci sono ugualmente, il problema è che ci sono degli esseri umani che non hanno questa connessione”.














