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Giulio Greco e Gomorra – Le origini: “Napoli è una sola”

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NAPOLI (Di Anna Calì) – C’è molto più di un personaggio criminale dietro Patrick Torre, il marsigliese interpretato da Giulio Greco in Gomorra – Le origini.

Nell’incontro con l’attore emerge un pensiero lucido e profondo che va ben oltre la serie: il valore del silenzio, il senso di appartenenza, il ruolo dell’educazione e la responsabilità dell’arte nel raccontare la realtà.

Un’intervista che attraversa Napoli, il Mediterraneo e il presente, restituendo il ritratto di un artista in continua ricerca, lontano dagli stereotipi e attento al peso delle parole  e, soprattutto, l’importanza dei silenzi.

Il suo personaggio in Gomorra – Le origini è forte, ambizioso, con un ruolo centrale. Come si è approcciato a Patrick Torre e quali aspetti della sua psicologia l’hanno coinvolto maggiormente?

“Patrick Torre è un personaggio complesso. Lui e suo fratello provengono da Marsiglia, una città che già negli anni Settanta e anche prima, aveva un ruolo centrale nel Mediterraneo criminale. Marsiglia era un vero e proprio impero della malavita, riconosciuto a livello europeo e internazionale.

La loro famiglia, come altre famiglie potenti, è alla ricerca di nuove rotte, nuove collaborazioni, nuove “porte” da aprire. Napoli diventa uno snodo fondamentale, soprattutto perché lì è più facile fare leva su persone che cercano un riscatto, una via d’uscita, nuove opportunità – purtroppo spesso sbagliate.

Patrick è ambizioso, ma non nel modo più evidente. Ha un rapporto viscerale e profondissimo con il fratello: si amano davvero. Anche se è il fratello minore, è lui quello protettivo, quello che ci mette il corpo, la faccia, la presenza fisica. È un uomo che parla poco, molto taciturno.

Con Marco D’Amore, il regista, abbiamo riflettuto molto su questo aspetto: non c’è bisogno di parlare troppo. A volte il silenzio dice molto di più delle parole, lascia intuire pensieri più pesanti, più profondi. Patrick è uno di quei personaggi che fanno più paura proprio perché silenziosi, quelli che possono esplodere all’improvviso.

Dal punto di vista linguistico, ho lavorato molto sul francese. Sono madrelingua, mia madre è belga, ma ho voluto inserire una cadenza marsigliese, un francese del sud, più mediterraneo, più “sporco” se vogliamo, lontano dalla perfezione parigina. Marsiglia ha una musicalità più vicina all’italiano, ed era giusto che il personaggio la portasse con sé.

Infine c’è il lavoro fisico ed estetico. Io senza barba sembro un ragazzino, quindi abbiamo lavorato molto su trucco, capelli, baffi e abbigliamento. Nel primo episodio molti amici non mi hanno riconosciuto, e per me è stato un grande complimento: significa che il personaggio arrivava prima ancora delle parole”.

Ha parlato del valore del silenzio. Viviamo in una società in cui le parole sembrano perdere peso. Cosa rappresenta per lei il silenzio oggi?

“Viviamo in una società in cui si parla troppo e spesso senza conoscenza. Basta leggere una notizia sui social, un post su Instagram o un video su TikTok per sentirsi immediatamente esperti di qualsiasi argomento. Siamo diventati tutti dei “tuttologi”, ma senza il tempo, la profondità e l’umiltà dell’approfondimento.

Stare zitti, però, non significa non avere nulla da dire. Al contrario: significa saper ascoltare. E ascoltare non è un atto passivo, è un atto attivo. Vuol dire prestare attenzione non solo alle parole, che rappresentano forse il 7% della comunicazione, ma all’emozione, alla fisicità, all’intenzione di chi abbiamo di fronte.

Oggi siamo circondati da persone che, mentre parli, stanno già pensando a cosa rispondere, non a quello che stai realmente dicendo. Questo ci allontana dal presente. Se siamo sempre e solo emittenti, senza mai ricevere, finiamo per emettere aria fritta.

Il silenzio, invece, è uno spazio. È lì che accadono le cose più profonde. È lì che puoi davvero essere presente, esistere, entrare in relazione con l’altro e con quello che ti circonda. Senza silenzio non c’è ascolto, e senza ascolto non c’è consapevolezza”.

La serie è ambientata tra Napoli e il Mediterraneo criminale degli anni ’70-’80. Che valore ha avuto per lei esplorare le radici di un fenomeno così complesso?

“Uno dei grandi privilegi di questo lavoro è poter vivere davvero una città. Napoli non la puoi capire in tre giorni da turista. Ci ho vissuto per diverso tempo, lavorando anche a Sorrento, e questo mi ha permesso almeno di conoscere alcune dinamiche profonde.

Spesso ciò che non conosciamo ci spaventa. Marco D’Amore è stato bravissimo a raccontare la vita quotidiana, a scavare nel passato per capire il presente. Gomorra – Le origini si pone domande fondamentali: da dove arrivano questi ragazzi? Chi sono? Perché fanno certe scelte?

Ho conosciuto persone incredibili, una generosità e un’accoglienza rare. Mi hanno portato in quartieri che non avrei mai visto da solo. Napoli è stata una scoperta umana, prima ancora che artistica”.

Napoli viene spesso identificata con “Gomorra”, nonostante i problemi criminali esistessero ben prima della serie. Cosa ne pensa di questa associazione?

“È una domanda delicata. Da una parte credo che l’intento delle produzioni sia informativo: mostrare che dietro questi fenomeni ci sono esseri umani, spesso cresciuti in condizioni difficili. Questo non giustifica nulla, ma aiuta a comprendere.

Dall’altra parte, il rischio è soprattutto all’estero: quello di ridurre l’Italia e Napoli in particolare a un solo immaginario. L’Italia è un Paese incredibile, pieno di bellezza, arte, creatività, storie straordinarie.

Va benissimo raccontare il lato oscuro, ma accanto a questo dobbiamo ricordarci di raccontare anche il bello. Non possiamo parlare solo di dolore, morte e criminalità. Serve equilibrio tra le due cose”.

Ha detto che questa esperienza l’ha fatto conoscere Napoli in modo autentico. Cosa porterà sempre con lei di questa città?

“C’è una frase della serie che mi ha profondamente colpito: “Napoli è una sola. Se manca anche una sola persona, Napoli non esiste più.”

Questo senso di appartenenza è qualcosa di potentissimo. Napoli ce l’ha nel DNA. È una cosa che mi emoziona profondamente e che manca molto altrove. Se riuscissimo ad avere questo senso di comunità in tutto il Paese, vivremmo in un posto migliore”.

Qual è oggi il ruolo di serie come Gomorra – Le origini nel raccontare identità locali e dinamiche globali?

“Le società sono diverse per lingua, storia, geografia, ma gli esseri umani sono gli stessi ovunque. Le dinamiche di potere, di sopraffazione, di criminalità esistono in tutto il mondo. Raccontare una storia locale significa parlare di qualcosa di universale.

Il punto è: queste storie devono spingerci a farci delle domande. Sono modelli da seguire o da rifiutare?

Qui entra in gioco l’istruzione. L’istruzione è ciò che rende liberi, è ciò che fornisce gli strumenti per discernere, per scegliere, per capire cosa seguire e cosa rifiutare. Senza istruzione, senza educazione, è molto più facile cadere in dinamiche sbagliate, soprattutto quando si cresce in contesti difficili.

Oggi viviamo in un’epoca in cui vengono spesso celebrati falsi modelli: anti-eroi, personaggi che non hanno alcuna funzione sociale, ma che diventano punti di riferimento solo perché hanno visibilità. È un corto circuito pericoloso.

L’arte, un tempo, aveva una funzione sociale chiarissima. Gli artisti erano strumenti di lettura della realtà: osservavano, rielaboravano e restituivano alla comunità un senso, una direzione. Oggi questo ruolo si sta perdendo, e credo che anche il cinema, la televisione e i media abbiano una responsabilità enorme.

Quando vado nelle scuole e parlo con ragazzi tra i 12 e i 18 anni, mi rendo conto di quanto abbiano bisogno di confronto. Spesso non sanno con chi parlare: i genitori sono genitori, i coetanei vivono le stesse fragilità. Serve qualcuno che abbia un po’ più di esperienza ma che sia ancora vicino a loro.

Se investissimo davvero sull’istruzione, sull’educazione emotiva e culturale, sulla consapevolezza, sono convinto che la criminalità e certe derive sociali non potrebbero che diminuire. Serve un cambio di paradigma, una presa di coscienza collettiva”.

Progetti futuri?

“Ho due film in arrivo, entrambi italiani ma con un respiro internazionale, anche se per ora non posso dire altro.

Negli ultimi mesi sono usciti tre singoli e sto lavorando a un album in inglese, Believe, un progetto musicale a cui tengo moltissimo e che mi ha cambiato profondamente come persona.

Ho anche scritto uno spettacolo teatrale, Tra due fiamme, che parla di confini, identità e umanità, e che spero presto di portare anche a Napoli”.

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