“Il casalese di Dio”, Antonio Mattone ci presenta il suo ultimo lavoro editoriale

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NAPOLI (DI Anna Calì) – Trent’anni dopo l’omicidio di Don Peppe Diana, il rischio più grande è forse quello di ricordarlo senza conoscerlo davvero. Simbolo della lotta alla camorra, sacerdote coraggioso, figura entrata ormai nell’immaginario collettivo del Paese, Don Peppe continua ancora oggi a interrogare coscienze e territori. Ma chi era realmente l’uomo dietro quell’immagine diventata negli anni quasi iconica?

Nel suo ultimo lavoro editoriale, Antonio Mattone prova a ricostruire la figura del parroco di Casal di Principe partendo dalle persone che lo hanno conosciuto, frequentato e vissuto quotidianamente, raccogliendo testimonianze spesso inedite e affrontando anche le zone d’ombra che ancora accompagnano quella vicenda giudiziaria e umana.

Con il giornalista e scrittore abbiamo parlato del difficile lavoro di ricerca delle fonti, delle trasformazioni della camorra dagli anni Novanta a oggi, delle recenti stese che stanno nuovamente preoccupando Napoli e dell’eredità che Don Peppe Diana continua a lasciare alle nuove generazioni.

È stato difficile reperire le fonti e, dopo trent’anni, tornare a lavorare sul caso di Don Peppe Diana?

«È stata sicuramente una sfida. Di Don Peppe si è parlato tantissimo nel corso degli anni: è stato raccontato come prete anticamorra, come simbolo, come eroe civile. Trent’anni dopo era necessario orientarsi tra tutte queste definizioni e provare a tornare alla persona prima ancora che al personaggio.

Ho scelto innanzitutto di parlare con chi lo aveva conosciuto direttamente, soprattutto con i suoi ragazzi. Mi sono accorto che, nonostante tutti parlassero del suo rapporto con i giovani, esistevano pochissime testimonianze dirette di chi aveva condiviso con lui quella stagione.

All’inizio non è stato semplice: dopo trent’anni c’era anche un certo scetticismo sul tornare ancora a parlare di Don Peppe. Poi, però, è emerso un forte desiderio di raccontare. Molti di quei ragazzi, oggi uomini adulti, mi hanno confidato episodi che non avevano mai raccontato prima, momenti della quotidianità di Don Peppe, ma anche scontri avuti con personaggi vicini alla criminalità organizzata.

Ho cercato inoltre di ricostruire gli ultimi giorni della sua vita, un periodo sul quale ancora oggi esistono molti interrogativi. Per quanto possibile ho provato a ricostruire incontri, appuntamenti e circostanze che hanno preceduto il delitto.

Poi c’è stato il lavoro sulle fonti processuali e qui ho incontrato una difficoltà enorme: alcuni atti processuali risultano introvabili nell’archivio del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. In particolare mancano gli atti del processo d’appello e quelli relativi al procedimento nei confronti del presunto mandante, Nunzio De Falco.

Infine ho voluto incontrare gli investigatori che seguirono le indagini nelle fasi immediatamente successive all’omicidio e anche alcuni sacerdoti che avevano conosciuto Don Peppe. Quasi tutti hanno accettato di parlare e anche questi colloqui hanno restituito un’immagine del sacerdote che raramente era emersa fino a oggi.»

Prima di essere scrittore è giornalista. Qual è stata la maggiore difficoltà nel raccontare una vicenda segnata da depistaggi e tentativi di screditare la figura di Don Peppe Diana?

«La difficoltà maggiore è stata orientarmi tra le tantissime versioni e le tante voci che nel corso degli anni si sono accumulate attorno alla sua figura.

Ho ascoltato molto, confrontato testimonianze e cercato di distinguere ciò che appariva credibile da ciò che invece sembrava frutto di ricostruzioni poco attendibili o addirittura strumentali. Molte verità sono emerse proprio attraverso il confronto tra racconti diversi e persone differenti.

L’obiettivo era provare a restituire, per quanto possibile, una verità storica fondata sui fatti.»

La camorra di oggi è molto diversa rispetto a quella degli anni Novanta oppure esistono ancora gli stessi meccanismi?

«La camorra esiste ancora ed è importante partire da questo presupposto.

Parlando in particolare della realtà casalese, siamo di fronte a un’organizzazione profondamente diversa rispetto agli anni Novanta: oggi è molto più finanziaria e imprenditoriale. Ha capito che le guerre interne non convengono più e che gli affari funzionano meglio senza conflitti aperti.

La stessa vicenda di Don Peppe nasceva all’interno di uno scontro tra fazioni e il rifiuto di celebrare il funerale di uno degli esponenti uccisi potrebbe aver rappresentato uno degli elementi che portarono poi alla sua eliminazione.

Oggi la camorra preferisce fare affari, spartirsi il mercato e operare attraverso sistemi sempre più sofisticati che rendono più difficile risalire ai flussi economici e alle responsabilità.»

Negli ultimi giorni Napoli è tornata a fare i conti con numerose stese. Siamo davanti a semplici segnali di presenza sul territorio oppure esiste il rischio di una nuova guerra di camorra?

«Siamo certamente davanti a un fenomeno molto preoccupante.

Queste nuove leve criminali cercano di imporre il proprio predominio attraverso la violenza e il terrore, sparando in aria nei quartieri o maneggiando armi da guerra con una disinvoltura impressionante.

Se tutto questo possa trasformarsi in una vera e propria guerra tra clan dipenderà anche dalla risposta che sapranno dare magistratura e forze dell’ordine nel disarticolare e disarmare queste nuove formazioni criminali.

Resta però il fatto che non è accettabile assistere a scene del genere nel cuore di Napoli, in luoghi affollati come Montesanto. Serve una maggiore presenza sul territorio, attività investigativa e soprattutto prevenzione, per comprendere le radici di questi fenomeni e i soggetti che li alimentano.»

Don Peppe sosteneva che il silenzio e l’indifferenza fossero i più grandi alleati della camorra. Le istituzioni stanno facendo abbastanza oppure il problema viene sottovalutato?

«È una domanda complessa.

Credo che le forze dell’ordine e la magistratura stiano lavorando e continuino a indagare senza sosta. Quello che invece mi sembra mancare è una vera riflessione collettiva della città.

Penso agli omicidi degli ultimi mesi, da Miano a Ponticelli, spesso con vittime innocenti o giovanissime. Di fronte a questi episodi una comunità dovrebbe fermarsi, interrogarsi, discutere.

Invece prevale l’immagine della città del turismo, dei grandi eventi e delle grandi ambizioni, mentre su questi fatti cala troppo spesso il silenzio. Ed è proprio questo silenzio che dovrebbe preoccuparci maggiormente.»

Alla fine del percorso di scrittura del libro, quale lezione si porta dentro?

«Prima di tutto voglio ricordare che tra le persone che ho intervistato ci sono stati anche alcuni dei condannati per l’omicidio di Don Peppe Diana. Ho ottenuto le autorizzazioni necessarie e sono andato più volte in carcere a incontrarli, ad eccezione di colui che viene indicato come esecutore materiale del delitto, che non ha voluto parlare.

Anche questi incontri sono stati fondamentali per comprendere il clima che si respirava all’interno dei clan in quegli anni.

La cosa più bella che porto con me, però, sono gli incontri con i ragazzi di Don Peppe. Uno di loro mi ha detto: “Quando ti sento parlare nelle interviste, mi sembra che domani debba incontrare ancora Don Peppe”. È una frase che custodisco con grande emozione.

La lezione più importante resta quella che lo stesso Don Peppe ripeteva: la camorra può essere combattuta e sconfitta.

Ma soprattutto bisogna smettere di considerarlo soltanto un prete anticamorra. Don Peppe era un sacerdote a tutto tondo, profondamente radicato nel Vangelo e convinto che proprio la testimonianza concreta del Vangelo fosse il modo più efficace per contrastare il malaffare.

Per questo oggi è necessario liberarlo dall’immagine del santino o dell’icona celebrativa. Era un uomo concreto, operativo, persino scomodo a volte. Restituirgli il suo vero volto significa probabilmente rendergli il miglior servizio possibile, soprattutto in vista del percorso di beatificazione che si spera possa aprirsi presto.»

Ci sono altri progetti editoriali nel suo futuro?

«Per il momento no. Questo libro ha richiesto due anni e mezzo di lavoro ed è stato estremamente impegnativo, sia dal punto di vista umano che professionale.

È stato un percorso faticoso, soprattutto nello sforzo continuo di comprendere, ricostruire e orientarsi tra fatti, testimonianze e verità differenti.

Adesso è il momento di accompagnare il libro nel suo percorso e continuare a raccontare Don Peppe nelle tante presentazioni che stanno accompagnando questa esperienza.»

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