NAPOLI (Di Anna Calì) – C’è un tipo di cattivo che non dimentichi. Non perché sia semplicemente crudele, ma perché, sotto la superficie dura e apparentemente impenetrabile, nasconde ferite, fantasmi, dolori. È quel tipo di cattivo che ti fa arrabbiare, ti confonde, e poi inaspettatamente, ti conquista. Ecco, Gennaro Gagliotti è uno di questi.
Chi guarda Un posto al sole lo sa. Chi uscirebbe mai con una persona come Gennaro? Non è certo il personaggio di cui potersi fidare ad occhi chiusi. È scomodo, a volte inquietante ed enigmatico. Ma c’è qualcosa in lui che attira, che incuriosisce. Forse è il suo sguardo sempre sul filo del rasoio, o quella rabbia trattenuta che a tratti esplode. Forse è il modo in cui si relaziona con le donne, sempre ambiguo, mai prevedibile. E forse, ed è qui che sta il colpo di scena. E tutto il merito bisogna darlo all’attore che veste i panni di Gagliotti: Carlo Caracciolo.
Da appassionata della soap, ho sentito il bisogno di capire di più. Di andare oltre il copione. Per questo ho voluto intervistare Caracciolo, per conoscere la mente dietro il volto di Gennaro. Ne è venuta fuori una chiacchierata intensa, sorprendente, e a tratti persino emozionante.
Nel suo percorso artistico, ha interpretato diversi ruoli, ma quello di Gennaro Gagliotti nella soap opera Un posto al sole ha colpito per la sua oscurità: quant’è difficile entrare nella mente di un personaggio considerato ‘cattivo’?
“È molto difficile, e a volte faccio davvero fatica a entrare nella perfidia di Gennaro. È un personaggio duro, spietato. Ma proprio per questo è una sfida stimolante. Per interpretarlo cerco di non pensare in termini di ‘bene’ o ‘male’, ma di entrare nella sua logica, per quanto distorta. Ogni azione che compie ha una motivazione, e il mio compito è cercare di comprenderla, anche se non la condivido”.
Come si prepara psicologicamente e tecnicamente per interpretare un ruolo negativo senza cadere negli stereotipi? C’è qualcosa di Gennaro Gagliotti che ha compreso o persino giustificato?
“Per evitare gli stereotipi, lavoro sulla costruzione interiore del personaggio, cercando di capire le sue motivazioni, i suoi desideri, le sue paure. In Gennaro ho trovato una persona profondamente segnata dalla solitudine e dal fallimento, un personaggio che agisce per difendersi dal dolore. Non lo giustifico, ma cerco di comprenderlo”.
Recitare in una soap così longeva come Un posto al sole comporta una continuità che non sempre si trova in altri set: com’è l’esperienza quotidiana sul set e che valore ha per lei far parte di questo progetto?
“Il set di Un posto al sole è una vera palestra. La continuità ti costringe a tenere il personaggio sempre vivo, in evoluzione, e ti permette di crescere con lui. C’è un grande spirito di squadra, professionalità e rispetto. Farne parte è un privilegio: è una realtà che entra ogni sera nelle case degli italiani, con storie attuali e radicate nel presente”.
Ha lavorato sia al cinema che in televisione: quali sono, secondo lei, le principali differenze nell’approccio attoriale tra questi due mondi? E dove si sente più a casa?
“Il cinema ti concede tempi più dilatati, più introspezione. La televisione, invece, richiede prontezza, sintesi, capacità di adattamento. Sono due linguaggi diversi ma ugualmente affascinanti. Mi sento a casa dove c’è una buona storia da raccontare, che sia davanti a una macchina da presa o su un palcoscenico. Il teatro, in particolare, rimane una forma espressiva potentissima: il contatto diretto con il pubblico è qualcosa di unico”.
Ha mai pensato di passare anche dietro la macchina da presa, magari come regista o sceneggiatore? C’è una storia che le piacerebbe raccontare in prima persona?
“Sì, ci penso spesso. Mi affascina l’idea di dirigere o raccontare una storia. Ci sono alcune idee che vorrei esplorare: storie di redenzione, di confine, di scelte morali. Chissà, magari un giorno prenderanno forma”.
Oggi si parla sempre più spesso di Intelligenza Artificiale nel cinema, dagli effetti visivi alla ricostruzione digitale degli attori: come vive questa trasformazione? È un’opportunità o un rischio per chi fa il suo mestiere?
“Credo sia un tema delicato. L’IA è un’opportunità straordinaria se usata per ampliare le possibilità creative, ma diventa un rischio se sostituisce l’essenza umana dell’attore. Il nostro lavoro vive di emozioni, istinto, presenza. Nulla potrà replicare davvero l’imperfezione viva di uno sguardo o di un silenzio”.
Se potesse lavorare con un regista italiano o internazionale, chi sceglierebbe e perché? C’è un genere che non ha ancora affrontato e che la incuriosisce?
“Mi piacerebbe molto lavorare con Gabriele Mainetti. Amo il suo stile, la capacità di unire epica, ironia e sentimento, sempre con uno sguardo originale. Mi incuriosisce il fantasy o il genere storico: mondi in cui puoi reinventarti completamente, anche fisicamente”.
Può anticiparci qualcosa sui progetti futuri? La rivedremo presto al cinema o in nuovi ruoli in teatro?
“Ci sono alcuni progetti in fase di sviluppo, sia per il cinema che per il teatro, ma non posso ancora svelare troppo. Quello che posso dire è che cerco sempre ruoli che mi mettano alla prova, che mi portino fuori dalla comfort zone”.














