Ritorna a Salerno il Quartetto Prometeo, composto da Mirei Yamada e Aldo Campagnali al violino, Danusha Waskiewicz alla viola e Francesco Dillon al violoncello, dopo il concerto del 2022, nell’ambito della stagione da camera del teatro Verdi di Salerno.
Torna grazie alla stagione “Un Mare di Suoni”, che viene in tour in città, promossa dall’Associazione Collegium Philarmonicum con la direzione artistica del Maestro Gennaro Cappabianca, ospite del Santa Apollonia Hub, di Chiara Natella, venerdì 29 ottobre alle ore 19,30, nella incantevole cornice architettonica e, soprattutto, acustica della chiesa di Santa Apollonia. E’ questo un appuntamento di spicco della programmazione culturale campana, ma anche l’inizio di un importante percorso commemorativo: l’avvicinamento al bicentenario della morte di Ludwig van Beethoven, che ricorrerà nel marzo 2027.
“È per me e per l’associazione Collegium Philarmonicum, – ha dichiarato il Maestro Gennaro Cappabianca – motivo di profondo orgoglio ed autentico onore poter accogliere nella nostra programmazione il Quartetto Prometeo, una formazione di straordinaria caratura internazionale, composta dai Maestri Mirei Yamada, Aldo Campagnali, Danusha Waskiewicz e Francesco Dillon, la cui sensibilità interpretativa e il rigoroso magistero esecutivo rappresentano un’eccellenza assoluta nel panorama cameristico contemporaneo.
La loro presenza si inserisce come uno dei vertici artistici più luminosi all’interno della stagione “Un Mare di Suoni”, un progetto che abbiamo fortemente voluto per arricchire e valorizzare l’offerta culturale della Campania attraverso il linguaggio universale della grande musica.
Questo concerto travalica tuttavia il semplice valore di un appuntamento di spicco: esso segna ufficialmente l’avvio di un solenne e virtuoso percorso commemorativo, una traiettoria d’ascolto e di riflessione con cui intendiamo accompagnare il nostro pubblico verso una ricorrenza di fondamentale valore per la storia dell’umanità: il bicentenario della morte di Ludwig van Beethoven, che celebreremo nel marzo del 2027. Affidare l’apertura di questa importante memoria storica all’intensità e al rigore del Quartetto Prometeo significa offrire al territorio un’esperienza d’arte di rara profondità, capace di coniugare memoria, bellezza e sguardo verso il futuro”
“ E’ un dialogo tra tradizioni stilistiche diverse, – ha continuato il cellista Francesco Dillon – scuole d’eccellenza internazionale e il rigore inesauribile del grande repertorio da camera, dove la fusione di background eterogenei ha dato vita a un sodalizio di rara coesione interpretativa.
La formazione nacque in seno all’Orchestra Giovanile Italiana, ne è un esempio emblematico la presenza alla viola di Danusha Waskiewicz, prima viola di prestigiose compagini mitteleuropee, e al primo violino di una raffinata camerista di scuola giapponese, le quali affiancano i fondatori originari in un percorso di costante ricerca timbrica e stilistica.
Questa pluralità di matrici culturali non rappresenta soltanto un incontro di esperienze, ma si è tradotta negli anni in un dialogo vivo e dinamico, capace di spaziare dall’esplorazione radicale degli ultimi quartetti beethoveniani, tra cui il n. 16 in FA maggiore op. 135, monumenti sonori che continuano a sfidare ogni limite interpretativo con la loro modernità disarmante, unitamente al Quartetto in LA minore op. 41 n. 1 di Robert Schumann al quale siamo molto affezionati essendo una delle prime opere eseguite, che riflette l’intenso studio dei modelli classici di Beethoven unito a una spiccata cifra romantica.
L’opera si distingue per una scrittura contrappuntistica raffinata e densa, dove il dialogo tra i quattro strumenti evoca una dimensione lirica e introspettiva tipica del mondo schumanniano. Particolarmente affascinante è il terzo tempo, un Adagio di profonda espressività emotiva che rappresenta il cuore pulsante e spirituale dell’intero lavoro”.
La serata, che verrà introdotta dalla giornalista Olga Chieffi, verrà inaugurata dagli incanti schumanniani del quartetto in La minore op. 41 n. 1, datato 1842 I primi anni quaranta dell’800 sono per Robert Schumann uno dei momenti più sereni della sua vita, prima del manifestarsi della profonda depressione che lo indurrà al tentativo di suicido; in questo periodo trova nuova energia per dedicarsi con piena maturità alle composizioni sinfoniche e cameristiche.
I quartetti per archi op.41 dimostrano la sicurezza raggiunta dal compositore, certo, ormai, di aver convinto i contemporanei delle sue capacità creative andando ben oltre al pianoforte e al Lied. Schumann, dedito da tempo allo studio dei lavori di Haydn, Mozart, Beethoven e Mendelssohn, compone i tre quartetti tra giugno e luglio 1842, in un momento di vero e proprio furore creativo. Dedicati a Felix Mendelssohn-Bartholdy, i quartetti costituiscono un ciclo unitario imperniato sul rapporto tra le tonalità maggiori e minori di La e Fa. Schumann guarda apertamente al modello beethoveniano dei tardi quartetti, ma lo reinterpreta attraverso una fitta rete di rimandi ciclici e una scrittura contrappuntistica intensamente espressiva, venata di quel dualismo psicologico tra i moti contrastanti di Florestano ed Eusebio.
Il primo movimento, introdotto da un Preludio lento di sapore bachiano, si sviluppa in un Allegro in cui il tema principale viene continuamente frammentato e rielaborato, subordinando la tradizionale dialettica sonatistica all’unità organica del materiale motivico. Lo Scherzo, dal piglio energico e ritmicamente sincopato, si contrappone a un Trio di lirismo sognante, mentre il movimento lento centrale esplora una cantabilità profonda e malinconica, ricca di sfumature armoniche intime.
Il Finale, strutturato come un vivace rondò-sonata, corona l’intero ciclo con un’esuberanza ritmica che riecheggia lo spirito dello Sturm und Drang, suggellando un capolavoro in cui la tradizione classica viene rigenerata dal più autentico fervore romantico.
La seconda parte della serata verrà interamente dedicata all’esecuzione del Quartetto n. 16 in FA maggiore op. 135 di Ludwig van Beethoven, scritto nell’autunno del 1826 e pubblicato postumo come l’ultimo lascito cameristico del titano di Bonn, estremo testamento spirituale e stilistico, un’opera che in occasione del imminente bicentenario della scomparsa del compositore, avvenuta nel marzo del 1827, risuona con la forza di un enigma metafisico risolto nella luce di una suprema pacificazione interiore.
In questa pagina, concepita in un periodo di profonda fragilità fisica ma di ineguagliata lucidità visionaria, Beethoven sembra spogliare il linguaggio musicale di ogni orpello retorico per approdare a una trasparenza quasi mozartiana, venata tuttavia di una malinconia crepuscolare e di un’ironia sottile che trascendono il sinfonismo eroico della maturità per rifugiarsi nell’introspezione più radicale.
Il primo movimento, Allegretto, si apre con un motivo apparentemente frammentario e giocoso, un dialogo tra gli strumenti che procede per interrogativi e allusioni, dove il contrappunto rigoroso si dissolve in una leggerezza cameristica che sorprende per freschezza inventiva, quasi a voler dimostrare come il genio, sull’orlo del silenzio definitivo, sappia ancora guardare al mondo con la fanciullesca meraviglia di un’innocenza ritrovata.
A questo esordio segue il Vivace, un secondo movimento di prorompente energia ritmica e di travolgente audacia timbrica, in cui Beethoven sperimenta soluzioni armoniche estreme e sincopi taglienti che anticipano le inquietudini del Novecento, unendo la violenza espressiva dei grandi scherzi beethoveniani a una grazia spettrale e fugace.
Il cuore pulsante dell’intero lavoro è rappresentato dal Lento assai, cantabile e tradendo una profondità di accento che tocca le corde del sacro e del tragico, un vero e proprio canto funebre e meditativo in cui la linea melodica si libra sospesa nel tempo, evocando un raccoglimento ascetico che sembra annullare la distanza tra la terra e l’infinito.
Infine, il quarto e ultimo movimento, intitolato Der schwer gefasste Entschluss, si apre con una celebre iscrizione autografa sulla partitura che recita Muss es sein? ed Es muss sein!, un interrogativo enigmatico e quasi teatrale a cui il compositore fa seguire la risposta trionfante, sebbene intrisa di un sorriso ironico e distaccato, unendo la gravità di una domanda esistenziale alla leggerezza di un rondò finale che chiude il ciclo delle grandi opere cameristiche con un senso di compiutezza universale e di immota armonia cosmica.
