NAPOLI (Di Anna Calì) – Lo scrittore napoletano Marcello Scarienzo approda nel mondo letterario con il suo romanzo d’esordio: “Il quarto d’ora di Amedeo” edito Kimerik.
Ci sono romanzi che sembrano scritti per raccontare un’epoca. Quello di cui vi parliamo oggi è uno di questi. La storia di Amedeo Pacella, protagonista del libro si muove tra le promesse non mantenute di una Milano che luccica e la nostalgia di una Napoli che pulsa sotto pelle.
Tutto comincia, come spesso accade, da un cuore spezzato. Dopo una delusione amorosa, Amedeo fa la valigia e lascia la sua città per trasferirsi a Milano, inseguendo il miraggio di una nuova vita: lavoro, successo, donne da copertina, una felicità patinata che oggi Instagram e TikTok ci vendono quotidianamente.
Ma la realtà, si sa, ha sempre altri piani. Ad accoglierlo non è una città delle meraviglie, bensì una metropoli frenetica e spersonalizzante. Il suo migliore amico Mike, che lo osserva con occhi già disillusi, diventa la prima spia di quella quotidianità fatta di turni alienanti, contratti precari e solitudine mascherata da vita mondana.
In questo scenario, lo smartphone diventa compagno di viaggio e di dipendenza. Messaggi, foto, chat senza fine: un’illusione di connessione che in realtà amplifica la solitudine. Poi, come se non bastasse, arriva la pandemia di COVID-19. E con essa il vero isolamento. La spirale si stringe: tra gesti inaspettati, pericolosi, e un senso di smarrimento crescente, Amedeo tocca il fondo.
Eppure non tutto è perduto. Dopo una notizia tremenda e una conversazione decisiva con Mike, un incontro inaspettato gli offrirà l’occasione di risalire la china. Ritrovare se stesso significa anche fare pace con quella parte di sé che ha inseguito per troppo tempo i famosi quindici minuti di fama evocati da Andy Warhol, dimenticando che dietro lo schermo resta, sempre, la vita vera.
Con una scrittura diretta e sincera, l’autore ci consegna un romanzo che parla non solo di Amedeo, ma di tutti noi: di chi ha sognato di andare altrove, di chi ha vissuto la pandemia come frattura interiore, di chi fatica a distinguere tra realtà e rappresentazione digitale. Un libro che mette a nudo i miti della modernità e ci ricorda, pagina dopo pagina, che la vera riconquista parte sempre da dentro.
E al tal proposito, lo scrittore Scarienzo in questa intervista ci racconta qualcosa di più.
Napoli è punto di partenza ma anche assenza costante nel romanzo. Che ruolo ha per lei: è una città da cui si scappa, a cui si appartiene o entrambe le cose?
“Direi entrambe le cose. Il protagonista del romanzo (Amedeo) decide di scappare via, sperando di dimenticare immagini e persone che lo hanno segnato e deluso profondamente.
Napoli è raffigurata anche nel personaggio della madre, la sua àncora, la certezza. Una presenza costante, un eco lontano non ascoltato prima, un germoglio di tulipano alimentato da fuoco lento che pian piano cresce e ritorna ad essere un vigoroso fiore nel cuore del protagonista”.
Amedeo parte per Milano con sogni di successo e bellezza, ma incontra precarietà, alienazione e routine. È una parabola individuale o la storia di tanti trentenni di oggi?
“La storia di Amedeo è la storia della stragrande maggioranza dei trentenni di oggi, sia uomini che donne. Una generazione rassegnata al vuoto, annichilita dalla vita virtuale, una generazione che senza rendersene conto, vive di precarietà professionale e sentimentale”.
In che momento ha capito che questa storia doveva diventare un romanzo? C’è stata una scintilla, una frase, un’immagine che ha dato inizio alla scrittura?
“Ragionando sulla mia vita, su quanto avessi costruito per me stesso e ovviamente per il mio futuro. La lampadina si è accesa quando parlando con amici di vecchia data, ho notato che questo sentimento di insoddisfazione misto a rabbia era come se appartenesse un po’ a tutti. Ricordo in particolare che uno dei miei migliori amici mi disse: “Marce’ ma visto che ti piace scrivere, vomita il nostro malessere su di un foglio. Parla di noi!”. È stato stupendo. Mi ha illuminato. Lo ringrazierò per sempre. Grazie Marco!”
Scrivere un primo romanzo è spesso un atto di coraggio (e un po’ di incoscienza). Com’è stato per lei mettersi a nudo tra le righe, sapendo che altri l’avrebbero letto?
“Sinceramente la cosa mi eccita tanto. Scrivo da quando ero un mocciosetto e salvo pochi casi, non ho mai dato modo di leggere i miei pensieri e i miei versi a terzi. Sono tranquillo perché le costanti del romanzo sono il sesso e la crisi esistenziali, elementi che accomunano un’intera nazione”.
Durante la pandemia, Amedeo tocca il fondo. Era difficile raccontare un evento così vicino e doloroso senza scivolare nella cronaca o nell’autocommiserazione?
“È stato complicato. È un argomento che in un modo o nell’altra tocca tutti. Scrivere di quel periodo può essere divisivo e doloroso, ho cercato di raccontare le routine e soprattutto il cambiamento epocale avvenuto in quei momenti. Perché forse lo abbiamo dimenticato ma prima del 2020 il mondo era diverso”.
Quanto c’è di autobiografico in Amedeo, e quanto invece ha creato per prendere le distanze? Si riconosce più nel suo smarrimento o nella sua rinascita?
“In realtà c’è un po’ di me in ogni personaggio e in Amedeo un po’ di più. Ho estremizzato alcune fasi, vicende e storie vissute per rimarcare quanto può essere facile e pericoloso perdersi. Sì, mi riconosco nel suo smarrimento e credo che tantissimi lettori e lettrici proveranno lo stesso sentimento. Mi auguro solo che chi legga possa guardare la luna e non il dito”.
C’è una voce, un autore, un film o anche solo una canzone che l’ha accompagnato mentre scriveva? Un riferimento segreto che le piacerebbe qualcuno scoprisse?
“Vari artisti e opere mi hanno ispirato per questo romanzo. Giorgio Gaber, che a inizio anni duemila raccontava il mondo che stiamo vivendo oggi. “the Truman show” capolavoro cinematografico non abbastanza celebrato e la colonna sonora di tutto il viaggio del protagonista: “1950” di Amedeo mingi. Sì, un segreto c’è. Ad un certo punto del racconto accenno la descrizione dei figli illegittimi dell’attore napoletano più influente del secolo scorso, forse il più importante ed iconico di sempre. Siccome questa storia è vera e appartiene alla mia famiglia, mi divertirebbe molto sapere secondo i lettori e le lettrici di chi si stia parlando. Forse ne parlerò nel prossimo libro…”
Com’è cambiato il suo rapporto con la scrittura durante e dopo questo libro? Ha già in mente nuovi progetti o idee che le piacerebbe esplorare?
“Mi sono reso conto che scrivere un romanzo è cosa ardua ma stupenda. Tolgo ogni freno e parto spedito. Terapeutico. Sì, ho una mezza idea ma prima di cominciare a scrivere devo ben avere chiaro il messaggio da condividere”.
Cosa ha significato per lei la vittoria dello Scudetto?
“Per me la vittoria dello scudetto, anzi degli scudetti significa solo due cose: 1 condividere una gioia del genere con le persone che più amo. 2 mi ricorda che vale sempre la pena lottare per il bene comune affinché tutti, ovunque possano vivere queste emozioni.
Pasolini in uno dei suoi articoli divideva il calcio in “calcio di prosa” e “calcio di poesia”, lo scudetto del 2023 è stato senza dubbio “calcio di poesia” mentre quest’ultimo è stato “di prosa”. Vittorie pasoliniane”.
Nel romanzo Amedeo cerca un riscatto personale, mentre Napoli ha vissuto un riscatto collettivo. Crede che i successi sportivi possano ancora avere un valore simbolico profondo, o sono solo un’illusione temporanea?
” I successi sportivi sono motivo d’orgoglio per ogni tifoso o sportivo, ci ricordano che con il duro lavoro, soprattutto collettivo si può arrivare lontano. Lo sport è metafora della vita: uniti si vince”.














