NAPOLI – La domenica delle Palme saluterà una prima esecuzione cittadina, nella chiesa della SS.ma Annunziata alle ore 20,30, quella della messa da Requiem op.48 di Gabriel Fauré. E’ questo un progetto nato dalla sinergia del violoncellista e direttore d’orchestra Francesco D’Arcangelo, direttore artistico dell’Associazione Gestione Musica e di Salerno Classica, con il Coro Estro Armonico diretto Silvana Noschese, le Voci bianche “Il Calicanto” preparate da Milva Coralluzzo e il Coro polifonico Casella guidato da Caterina Squillace, unitamente all’ Ensemble Lirico Italiano, composto da Alessandro Zerella, Giuseppina Niglio, Mattia Cuccillato, Francesca Scognamiglio, alla viola Cristiana Tortora, Ludovica Ventre, al violoncello, Luigi Lamberti al contrabbasso, Fabio Marone e Marco Alfano al fagotto, Vincenzo di Lieto e Diana Gargano al corno, Benito Albano alla tromba, Giuseppina Papaccio all’arpa, e Marianna Meroni all’organo, con alla testa lo stesso D’Arcangelo. Il baritono solista sarà, invece, Antonio Cappetta.

“La pandemia ha messo a dura prova – ha commentato Silvana Noschese – la vita corale italiana. Per alcuni cori è stato davvero necessario, per sopravvivere, riprendere e ricontattare il progetto associativo iniziale: personale prima e culturale poi. L’importanza cioè del canto innanzitutto per se stessi e del rilancio di obiettivi ancora più significativi, dopo la caduta verticale di eventi e manifestazioni. Ed è proprio dal silenzio, da silenzio e isolamento, che la progettualità corale salernitana ne sta uscendo sempre più fortificata. “Al gioco della musica vince chi arriva insieme” e, ancor di più,” al gioco prezioso di un canto condiviso “. Ed è stata proprio questa la nuova forza emergente. L’idea di mettere insieme risorse, idee e competenze di due gruppi che a Salerno hanno fatto la storia della coralità: l’Estro armonico che esiste da più di vent’anni diretto da Silvana Noschese (che quest’anno festeggia il 34º anno di direzione) e il coro Casella nato trent’anni fa. Cori di tradizione dunque, ma anche cori che hanno scelto di investire sulla proposta di pagine di musica colta spesso non ancora esplorate e non ancora diventate “comuni” al nostro pubblico. Rilanciare la cultura corale nella nostra città presentando l’esecuzione di pagine sempre più nuove e poco conosciute e coltivare, consolidare e rilanciare questi “incontri sempre più ravvicinati”, a cominciare da questa prima esecuzione cittadina del Requiem di Gabriel Faurè, per ri-lanciare i cori non solo come coreografia, spesso edulcorata, ma come proto-agonisti (primi lottatori) della musica. E allora il “ma come senza musica?” potrebbe finalmente diventare una domanda da mettere agli atti”.

“La versione del Requiem che andremo ad eseguire – ha dichiarato il direttore Francesco D’Arcangelo – segue l’orchestrazione del 1893 ossia quella intermedia ancora considerata versione “D’Eglise” ma arricchita di diversi nuovi strumenti rispetto alla prima versione. Dalle ricostruzioni di questo manoscritto risultano alcuni strumenti d’obbligo e alcuni opzionali. Nello specifico useremo 4 viole (2 viole prime e 2 viole seconde), 2 violoncelli con parti I e II, un contrabbasso, 2 fagotti, 2 corni, una tromba, arpa e organo ed il violino solista per il Sanctus che compare per l’ultima volta nelle orchestrazioni del Requiem prima di essere sostituito dall’aggiunta delle sezioni dei violini nell’ultima e definitiva versione del ‘900. Il Pie Jesu verrà eseguito come originariamente pensato da Faurè dalle voci bianche per conservare l’originaria purezza eterea della composizione. Si sa che Faurè nella versione finale preferì il soprano solista a confronto di una orchestrazione “piena”.

Andando a recuperare l’orchestrazione originale del 1893 (che non prevede le sezioni dei violini), il direttore D’arcangelo lavorerà a fondo sul controllo delle escursioni dinamiche e delle tensioni armoniche, a volte solo accennate, ottenendo una limpida trasparenza dell’ordito strumentale (in cui l’organo ricopre un ruolo principale), ma in modo particolare una sorprendente qualità e purezza dell’impianto vocale, contrappuntato dagli interventi delle voci bianche e del baritono. L’intero Requiem ci trasporta in un’atmosfera di raccoglimento in grado di restituire intatta l’immediatezza espressiva, la delicatezza, la dolcezza di una poesia musicale che rende questa pagina uno dei capolavori assoluti della letteratura sacra ottocentesca. Quest’intenzione appare pienamente confermata dai tagli operati sul testo rituale; con le omissioni del Dies irae, il brano di cui invece Verdi, nello stesso periodo, fa il centro di un vero e proprio dramma religioso, una scelta che si giustifica solo in parte con l’adesione formale alla liturgia di rito parigino, del Rex tremendae, del Lacrymosa, con cui la minaccia terrificante del giudizio finale scompare quasi del tutto, lasciando tracce soltanto nel Libera me (scritto nel 1877 come brano autonomo e poi recuperato), che si distingue dalle altre parti per la sua intensità chiaroscurale e per la sua scrittura vocale ad ampie volute. Il resto della partitura sembra invece guardare alla polifonia rinascimentale, in particolare a Josquin Desprez, e al canto gregoriano: lo spirito del cantus planus si ritrova nella costante tendenza a muovere le linee melodiche per curve di limitatissima ampiezza e nell’elusione di qualsiasi forma di “sviluppo” nel senso classico del termine. Retaggio ne è il Pie Jesu, che occupa la posizione centrale e che può essere considerato il vero cuore del Requiem: questo intervento delle voci bianche, affidato a Giorgia Mauro, Sabrina Pisapia e Giulia Nastri, nella purezza della sua linea, nella raffinata tornitura modale dell’accompagnamento, incarna alla perfezione la concezione di Fauré, fatta di tenerezza e di indicibile, quasi sovrumana dolcezza, specchio della personale concezione della morte dell’autore. La composizione fu eseguita per la prima volta il 16 gennaio 1888 nell’Eglise de la Madeleine a Parigi, in seguito lo stesso Fauré confidò a un giornalista: «È stato detto che il mio Requiem non esprime il terrore della morte, qualcuno l’ha definito una ninna nanna. Ma è così che io sento la morte: come una liberazione, un’aspirazione alla felicità dell’aldilà, piuttosto che un passaggio doloroso […]. Può darsi che d’istinto abbia anche cercato di uscire dalle convenzioni; da tanto tempo accompagno all’organo servizi funebri. Ne ho fin sopra i capelli. Ho voluto fare un’altra cosa».

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