Ustica, San Benedetto Val di Sambro, la stazione di Bologna, Capaci, Via Fani, via Caetani sono solo alcuni dei luoghi entrati con violenza nella memoria collettiva italiana.
Nomi che segnano, ciascuno, le stazioni di una Via Crucis del dolore che l’Italia ha percorso e che conservano e tramandano, in una sorta di Antologia di Spoon River tutta nazionale, le vite e le storie delle persone che in quei posti sono morte o sono state vittime inconsapevoli, e che ancora ne soffrono gli effetti.
Anche qui sono state scritte pagine importanti della storia d’Italia, almeno quella più recente, compresa tra gli anni Settanta del secolo scorso e il primo decennio del nuovo millennio, la stessa che Fabio Mantovani documenta e tramanda attraverso le pagine del suo nuovo libro fotografico, dal titolo Sotto gli occhi di nessuno (Quodlibet).
Curato da Arianna Rinaldo con testi anche di Cinzia Venturoli e Michelangelo Pivetta, il volume racconta, attraverso quaranta immagini a colori, la stagione degli attentati terroristici di varia matrice di cui moltissimo si è discusso, non tutto accertato, e delle stragi di Mafia e Camorra, che Mantovani ripercorre fotografando i mezzi di trasporto coinvolti, in maniera diretta o indiretta, in queste occasioni.
Sotto gli occhi di nessuno è il frutto di oltre cinque anni di ricerca, di incontri, di attese e di ascolto; centinaia di ore che Fabio Mantovani ha trascorso nel silenzio di un lavoro svolto in solitudine e nella condivisione con chi ricorda, è rimasto, ha sofferto e tuttora soffre.
Come sottolinea Arianna Rinaldo nell’introduzione del volume: “La ricerca di Mantovani parte da vicino: Bologna. Tra le centinaia di stragi che si possono contare, il disastro avvenuto il 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria della città è uno di quelli emotivamente più ricordati e il fotografo, allora ragazzino, lo ha interiorizzato rendendolo fattore scatenante della sua approfondita ricerca. Venti sono gli atti violenti che rievoca visivamente nel libro. Solo uno non comprende il veicolo vero e proprio, quello dell’esplosione del Rapido 904 tra l’Emilia-Romagna e la Toscana nel 1984: solo frammenti di vetro e una sopravvissuta”.
Dal nero dello sfondo di tutte le immagini, che rappresenta l’oblio, emergono illuminate le macchine del sequestro di Aldo Moro, il relitto dell’aereo DC9 precipitato a Ustica, l’autobus 37 che portava all’ospedale le vittime della stazione di Bologna, la bicicletta di Marco Biagi, la Citroën Mehari di Giancarlo Siani – di cui si ricorda il quarantesimo anniversario dell’uccisione, avvenuta il 23 settembre 1985 -, l’Autobianchi A112 su cui viaggiava il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la Fiat Croma che trasportava il giudice Falcone e molto altro ancora.
“In quegli anni ero un bambino – ricorda Fabio Mantovani – e per me era terribile vedere queste immagini di violenza e di morte ma questa cosa che mi ha lasciato un segno profondo, evidentemente, invece di allontanarmi mi ha in qualche modo ha avvicinato a questo dolore, tanto da volerlo poi raccontare con il mio linguaggio da fotografo”.
Con i suoi scatti, Fabio Mantovani mostra, da un lato, la cruda realtà dei resti, colti in una atmosfera notturna che rende lampante il testimone materiale, e, dall’altro, stimola la vicinanza e la confidenza che ciascuno di noi ha con questi mezzi, automobili, velivoli e treni.
Si compone così uno studio sulla violenza, condensata in fotografie che non sono facilmente rimovibili dalla memoria. Come ciò che raccontano.















