NAPOLI (Di Anna Calì) – C’è un modo di fare teatro che non si impara solo sui libri, ma vivendo il palco giorno dopo giorno, tra prove, tournée e incontri che segnano un percorso umano prima ancora che artistico.
Vincenzo Borrino è uno di quegli attori che portano in scena un’esperienza costruita nel tempo, attraversando compagnie storiche, grandi maestri e linguaggi diversi, fino ad arrivare a una visione personale del teatro, profondamente legata al presente.
Il suo è un percorso che affonda le radici nella tradizione, ma che non smette di interrogarsi sul cambiamento. Dalla formazione iniziale agli incontri determinanti con figure centrali del teatro italiano, fino all’esperienza più recente, il lavoro di Vincenzo Borrino si muove tra continuità e trasformazione.
In questa intervista, Vincenzo Borrino ripercorre le tappe principali della sua carriera, soffermandosi sugli incontri che lo hanno formato, sul lavoro con registi e attori di riferimento e sul modo in cui il teatro continua a evolversi.
Un racconto diretto, senza filtri, che restituisce il punto di vista di chi il palcoscenico lo vive ogni giorno.
Ha lavorato molto con Vincenzo Salemme: come si è evoluto nel tempo il vostro rapporto artistico e cosa significa lavorare con lui?
“È una domanda complessa, difficile da riassumere. Posso dire che sono entrato nella compagnia di Vincenzo quasi per caso: inizialmente dovevo dare una mano come aiuto regia.
La mia storia teatrale però parte da molto lontano, molto prima di lui.
Quando sono entrato in compagnia, circa dieci anni fa, lui ha intuito qualcosa e ha deciso di tenermi. All’inizio mi ha affidato piccoli ruoli, molto caratterizzati, spesso grotteschi.
Poi, dopo una pausa di un anno in cui non abbiamo lavorato insieme, mi ha richiamato per un personaggio secondario, “l’indiano”, una figura ai margini della storia, quasi una macchia di colore. Eppure quel personaggio è cresciuto tantissimo, è stato molto apprezzato dal pubblico.
Con Salemme non si parte mai da un punto per arrivare allo stesso punto: è sempre un’evoluzione continua, un vero work in progress.
Il suo modo di lavorare richiama molto la Commedia dell’Arte: il personaggio vive, cresce, cambia, a volte regredisce, insieme al testo. È come se spettacolo e personaggi avessero una vita propria.
Questa è la sua grande peculiarità: non è mai un lavoro rigido.
Anche se sembra improvvisato, in realtà ci sono regole precise. Devi avere delle qualità per stargli dietro, perché lui mette tutto continuamente in discussione.
Ci dice spesso: “lo spettacolo di domani sarà un’altra cosa”.
A me ha dato tantissimo. Oggi affronto i testi in maniera meno rigida.
È una scuola diversa rispetto ad altri registi, magari più “definiti”, ma ogni regista ha la sua visione e ti forma in modo diverso.
Ogni attore, poi, è unico: siamo il risultato della nostra storia, degli incontri, della fortuna o sfortuna delle occasioni. Io oggi porto dentro ciò che ho imparato con lui e lo restituisco anche nel mio lavoro, nei laboratori teatrali e nella regia. Dopo dieci anni, affronto tutto in modo completamente diverso rispetto a prima”.

In che momento ha deciso di fare l’attore?
“Da sempre, fin da ragazzo.
Ho debuttato a 19 anni in una grande compagnia con Carlo Giuffrè, nel Miseria e Nobiltà, con attori straordinari come Angela Pagano. Per me erano tutti giganti.
Prima ancora avevo fatto formazione alla Bottega di Ernesto Calindri e poi con Michele Monetta, un grande maestro di mimo e teatro fisico.
Con lui ho approfondito il lavoro sul corpo, sulla maschera, sulla Commedia dell’Arte, fino ad arrivare a lavorare anche a Parigi.
Dopo il militare sono tornato alla formazione, perché non basta un’esperienza per diventare attore: è un lavoro quotidiano. Non si “arriva” mai davvero.
Ho lavorato con grandi nomi come Luigi De Filippo, Carlo Croccolo, Sebastiano Lo Monaco.
Con De Filippo ho avuto anche ruoli più importanti, che mi hanno responsabilizzato molto.
Ho fatto anche assistenza alla regia, suggeritore, ho alternato palco e dietro le quinte. Poi è arrivato Salemme, con cui ho lavorato per dieci anni.
Oggi sento il bisogno di fare nuove esperienze e portare avanti progetti personali”.
Ha citato grandi maestri come Giuffrè e De Filippo: quale insegnamento si porta dietro?
“Con Carlo Giuffrè porto dentro un amore totale per il teatro. Era qualcosa di totalizzante. Con lui ho avuto quasi un rapporto filiale.
Abbiamo fatto tournée lunghissime, da settembre a maggio, girando tutta Italia.
Non c’era teatro in cui non volesse andare e poi c’era tutta la vita del “dopoteatro”: cene, incontri, musica, momenti di condivisione.
Era un modo di vivere il teatro che oggi non esiste più.
Si incontravano altre compagnie, altri attori, si creavano scambi continui. Era una vera comunità.
Con Luigi De Filippo, invece, ho imparato l’osservazione. Era un uomo silenzioso, ma capiva subito chi aveva davanti. Diceva che durante i provini la cosa più importante non erano le battute, ma la persona.
Entrambi avevano un forte senso della compagnia: lavoravano tanto anche per garantire uno stipendio a tutti.
Oggi questo spirito si è un po’ perso”.
Secondo lei cosa rende unico il teatro napoletano?
“Non credo che il teatro napoletano sia “unico” nel senso assoluto.
Diventa unico quando non si sforza di esserlo. Napoli ha prodotto grandi artisti perché ha una lingua e un tessuto sociale particolari, che generano storie e modi di raccontare specifici.
L’attore napoletano ha una brillantezza naturale, una presenza scenica forte, spesso non accademica. Ma se ci chiudiamo nell’idea di essere “unici”, rischiamo di limitarci.
Io non parlo di teatro napoletano, ma di teatro nazionale. Anche Pino Daniele o Massimo Troisi non sono “solo napoletani”: sono universali.
Le storie funzionano ovunque. Natale in casa Cupiello potrebbe essere ambientato anche a Milano.
Difendere troppo l’identità come bandiera rischia di indebolirci. La vera grandezza si riconosce, non si ostenta”.
Quali sono i suoi progetti futuri?
“In questo momento mi sto dedicando molto al mio teatro a Pozzuoli, il Teatro San Luca, una sala da 200 posti che ho aperto con mio fratello.
È uno spazio su cui sto investendo molto, soprattutto a livello territoriale. Credo che oggi il teatro debba cambiare: non solo intrattenere, ma creare comunità, socialità, incontro.
La gente non vuole più essere solo spettatrice passiva: vuole partecipare, conoscere, vivere il teatro.
Sto pensando anche a uno spettacolo mio e ho dato disponibilità per altri progetti, ma al momento non c’è nulla di definitivo.
Con Salemme invece lavoreremo a un progetto estivo; ossia uno spettacolo che racconta i suoi 50 anni di teatro.
Cambiare è necessario per crescere”.
















