NAPOLI (Di Anna Calì) – Con Restituzione, Ilaria Palomba firma uno dei lavori più intensi e maturi della sua produzione. Un libro nato dall’immagine del mare e da un’estate inattesa, in cui il corpo è tornato a muoversi e la gioia a riaffiorare. Tra mito, memoria e una scrittura “fluviale”, l’autrice compie un percorso che attraversa rovine interiori e approda a una nuova consapevolezza. In questa intervista, Palomba racconta l’origine del poemetto, il rapporto con la Musa, la presenza degli archetipi femminili e i suoi prossimi progetti.
“Restituzione” è un viaggio poetico che attraversa trauma, dissoluzione e rinascita. Qual è stato il momento o l’immagine originaria da cui questo libro ha iniziato a prendere forma?
“L’immagine principe è stata il mare, era l’estate che non immaginavo di vivere, in cui con gioia scoprivo di essere nuovamente in grado di camminare sulla falesia, scendere nelle calette, seppur con difficoltà, nuotare fino a perdere il fiato. In questa strana estate di due anni fa leggevo Simone Weil, provavo una grande gioia, ero esposta ma, diversamente dal passato, non percepivo la sensibilità come un ostacolo o una forma di sofferenza”.
Le sette sezioni del poemetto disegnano una sorta di rituale iniziatico. Come ha lavorato alla struttura simbolica dell’opera e al dialogo tra mito, corpo e memoria?
“A posteriori. Mi riesce sempre difficile spiegare, c’è stato il momento della scrittura, potente, fluviale, e un secondo momento in cui ho riposizionato e strutturato il libro come un percorso che parte dalle rovine, dai fantasmi, dai reperti psichici, per diventare sempre più impersonale”.
Nella sua scrittura convivono una forte intensità emotiva e una cura formale molto precisa. Qual è oggi il suo rapporto con il verso e con l’atto di scrivere poesia come gesto di conoscenza e guarigione?
“Non sono così convinta che la scrittura sia terapeutica, credo l’ascolto della Musa sia un richiamo al quale non ci si può sottrarre, quando è autentico, inequivocabile, non serve chissà quale studio, lo studio ti aiuta solo a ritrovare una voce, ma non significa che questo curi, guarisca. Al contrario, potrebbe perfino essere dannoso, in un primo momento, quantomeno, più si va incontro alla vertigine, alla bellezza, meno si è ancorati alla vita, alla realtà. Nonostante ciò, la guarigione, credo, in termini spirituali, abbia a che fare con l’abbandono delle sovrastrutture, dell’ego, del giudizio. Allora, di volta in volta, libro dopo libro, raggiungi un altro grado di consapevolezza. Ma devi restare umile, altrimenti tutto il percorso non è servito a nulla”.
In “Restituzione” emergono figure archetipiche femminili: come Iside, Inanna, Sophia, che sembrano accompagnare il percorso della voce poetica. Che ruolo hanno avuto gli archetipi nella sua ricerca spirituale e letteraria?
“È interessante che Gianpaolo Mastropasqua abbia rintracciato tali figure nella mia scrittura, la scrittura – se resta nell’autenticità e non si sporca con il dover essere – ritrova sempre gli archetipi.
Iside è per me la bellezza del femminino sacro, capace di ricomporre, ma anche di accedere all’estasi mediante la dualità, è inoltre la Madre che accoglie, protegge e rigenera. Inanna è legata alla forza guerriera, al coraggio, alla strategia, ma anche alla fertilità, è la Signora del Cielo. Sophia è la personificazione della sapienza divina, ed è talvolta a lei che mi rivolgo con desiderio e devozione, forse proprio perché ho studiato Filosofia, non sono una sapiente, ma un’amante della sapienza, che insegue la conoscenza ovunque, e la sente sfuggire”.
Dopo “Restituzione”, quali direzioni creative senti di voler esplorare? Ha già in mente nuovi progetti o nuove forme espressive?
“A gennaio ci sarà uno spettacolo teatrale ispirato al romanzo Purgatorio (AlterEgo) con la regia di Mariaelena Masetti Zannini.
Per quanto concerne la scrittura, ho molti inediti, alcuni nuovissimi, altri che ho tenuto nel cassetto, e forse continuerò a tenerli lì. O forse no. Preferisco non parlare di ciò che sto scrivendo adesso”.














