“La colonna e la catena”: il neurochirurgo Josip Buric ci racconta la schiena

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È possibile spiegare il funzionamento della colonna vertebrale attraverso la catena di una bicicletta? Il neurochirurgo Josip Buric, forte di oltre trent’anni di esperienza nella chirurgia vertebrale, dimostra che sì, è possibile.

Nasce così “La colonna e la catena. Viaggio tra Anatomia e Meccanica. Capire per curare consapevolmente”, pubblicato da Edizioni Jolly Roger, un volume divulgativo che rende accessibili concetti complessi senza rinunciare al rigore scientifico.

L’autore accompagna il lettore in un percorso che parte da un’immagine semplice e immediata: la catena della bicicletta. Proprio come una catena trasmette il movimento e necessita di manutenzione per funzionare correttamente, anche la colonna vertebrale è un sistema dinamico, formato da vertebre, dischi, muscoli e legamenti che lavorano in perfetta sinergia. Quando questo equilibrio si altera, compaiono dolore, rigidità e limitazioni funzionali.

Il libro nasce dall’esperienza maturata in migliaia di interventi chirurgici e dalla convinzione che la conoscenza rappresenti il primo strumento di prevenzione. Buric invita il lettore a comprendere il proprio corpo prima ancora di curarlo, spiegando in modo chiaro perché nasce il mal di schiena, quando è davvero necessario ricorrere alla chirurgia e quali comportamenti quotidiani possono contribuire a preservare la salute della colonna vertebrale.

Nel libro utilizza una metafora tanto semplice quanto efficace, quella della catena della bicicletta, per spiegare la colonna vertebrale. Com’è nata questa intuizione e perché ha scelto proprio questa immagine?

“L’intuizione è nata dall’esigenza di spiegare la colonna vertebrale in modo immediato, senza ricorrere a termini troppo tecnici. Durante la mia esperienza professionale mi sono reso conto che molti pazienti riuscivano a comprendere meglio il funzionamento del corpo quando veniva associato a immagini semplici e familiari.

La catena della bicicletta mi è sembrata particolarmente efficace perché è composta da tanti elementi collegati tra loro, capaci di muoversi in modo coordinato. Allo stesso modo, la colonna vertebrale non è una struttura rigida e uniforme, ma un sistema formato da vertebre, dischi, articolazioni, legamenti e muscoli che lavorano insieme.

In una catena, ogni singolo anello contribuisce al funzionamento dell’intero meccanismo: se un elemento si blocca, si usura o perde il corretto allineamento, ne risente tutto il sistema. Lo stesso può accadere nella colonna vertebrale, dove un problema localizzato può modificare il movimento, creare compensi e generare disturbi anche in altre zone.

Ho scelto questa metafora perché permette di comprendere due concetti fondamentali: la colonna deve essere allo stesso tempo stabile e mobile, e la sua salute dipende dall’equilibrio e dalla collaborazione di tutte le sue componenti. È un’immagine semplice, ma aiuta a rendere concreto un meccanismo anatomico complesso e, soprattutto, facile da ricordare”.

Quant’è importante oggi, per un medico, saper divulgare e parlare ai pazienti con un linguaggio chiaro?

“È fondamentale. Oggi il medico non deve limitarsi a formulare una diagnosi o a prescrivere una terapia: deve anche mettere il paziente nelle condizioni di comprendere ciò che sta accadendo, il significato delle cure proposte e le possibili alternative.

Usare un linguaggio chiaro non significa semplificare eccessivamente, ma tradurre concetti complessi in parole accessibili, senza perdere precisione. Un paziente ben informato partecipa in modo più consapevole alle decisioni, segue meglio le indicazioni e affronta il percorso di cura con maggiore fiducia”.

Dopo oltre trent’anni di esperienza e migliaia di interventi chirurgici, quali sono gli errori o le convinzioni sbagliate sulla salute della schiena che incontra più frequentemente nei pazienti?

“Uno degli errori più frequenti è pensare che il dolore alla schiena corrisponda sempre a un danno grave o irreversibile. Nella maggior parte dei casi non è così: molti disturbi sono benigni, tendono a migliorare nel tempo e possono essere gestiti con movimento, terapia del dolore e adeguati cambiamenti nelle abitudini quotidiane.

Un’altra convinzione molto diffusa è che il riposo assoluto sia la soluzione migliore. Al contrario, salvo situazioni particolari, l’inattività prolungata può rallentare il recupero, aumentare la rigidità e indebolire la muscolatura. La colonna vertebrale ha bisogno di movimento, naturalmente, adattato alle condizioni del paziente.

Incontro spesso anche persone convinte che ogni alterazione visibile in una radiografia o in una risonanza magnetica sia necessariamente la causa del dolore e deve essere riparata. Le immagini sono importanti, ma devono sempre essere interpretate insieme ai sintomi e alla valutazione clinica, perché molti segni di usura sono comuni anche in persone che non avvertono alcun disturbo.

Infine, esistono due atteggiamenti opposti ma ugualmente sbagliati nei confronti della chirurgia: considerarla una soluzione miracolosa oppure temerla a prescindere. La chirurgia vertebrale è uno strumento prezioso, ma deve essere utilizzata solo quando esiste una chiara indicazione. Non è la prima risposta a ogni mal di schiena, ma in alcuni casi può diventare il trattamento più appropriato”.

Quanto possono incidere davvero le abitudini quotidiane nel prevenire problemi alla colonna vertebrale?

“Le abitudini quotidiane incidono moltissimo, perché la salute della colonna vertebrale non dipende soltanto da fattori anatomici o dall’età, ma anche e soprattutto, da come ci muoviamo, lavoriamo, dormiamo e utilizziamo il nostro corpo ogni giorno.

Non esiste un gesto singolo capace di prevenire ogni problema, ma la somma di comportamenti corretti può ridurre sensibilmente il rischio di dolore e limitazioni. Mantenersi attivi, evitare la sedentarietà prolungata, controllare il peso, rafforzare la muscolatura, cambiare spesso posizione, imparare a rilassarsi sia fisicamente sia mentalmente sono accorgimenti semplici, ma molto efficaci.

È importante anche superare l’idea che esista una postura perfetta da mantenere rigidamente. Più che restare immobili nella posizione “giusta”, conta variare spesso postura e distribuire meglio gli sforzi durante la giornata.

La prevenzione, quindi, non si costruisce con regole rigide, ma con continuità e consapevolezza. Piccole scelte ripetute ogni giorno possono proteggere la colonna, migliorare la capacità di movimento e ridurre la probabilità che un disturbo occasionale diventi un problema persistente”.

Quand’è realmente necessario ricorrere alla chirurgia e quando invece è possibile seguire altre strade terapeutiche. Come si può aiutare il paziente a orientarsi tra paure e informazioni spesso contrastanti?

“La chirurgia diventa realmente necessaria quando esiste una chiara indicazione clinica: per esempio in presenza di deficit neurologici progressivi, compressioni importanti delle strutture nervose, instabilità della colonna o dolore persistente e invalidante che non risponde a un percorso conservativo ben condotto.

Nella maggior parte dei casi, però, è possibile iniziare da altre strade terapeutiche. Farmaci, fisioterapia, esercizio mirato, terapia del dolore, modifiche delle abitudini quotidiane e, in alcuni casi, procedure infiltrative possono offrire risultati significativi senza ricorrere subito a un intervento.

Il punto centrale è evitare sia l’eccesso di fiducia nella chirurgia sia il timore assoluto nei suoi confronti. Non è una soluzione miracolosa, ma neppure qualcosa da escludere per principio. È uno strumento che va utilizzato nel momento giusto, sul paziente giusto e per la patologia giusta.

Per aiutare il paziente a orientarsi servono informazioni chiare, una diagnosi ben spiegata e un confronto trasparente su benefici, rischi e alternative. Il paziente deve sapere che cosa ci si può realisticamente aspettare da ogni trattamento e deve avere il tempo di porre domande e comprendere le ragioni delle scelte proposte.

In questo percorso il ruolo del medico è fondamentale: non decidere al posto del paziente, ma accompagnarlo verso una scelta consapevole, fondata sulle informazioni e spiegazioni vere e realistiche e non sulla paura, sulle esperienze altrui o sulle informazioni frammentarie trovate online”.

Che rapporto ha con la scrittura?

“Il mio rapporto con la scrittura è un po’ ambiguo. Leggo moltissimo e di tutto, e quando si tratta di referti o articoli scientifici, me la cavo bene: lì ci sono regole, struttura e soprattutto nessuno pretende colpi di scena. Scrivere un libro, però, è tutta un’altra faccenda.

Ogni tanto, però, capita che un’idea inizi a girarti in testa e non ti lasci più in pace, come se dicesse: “Questa la devi scrivere”. A quel punto tanto vale arrendersi. E, curiosamente, sono spesso proprio quelle idee nate quasi per ostinazione a riuscire meglio”.

Ha già altri progetti futuri editoriali?

“Ho ancora qualche idea che mi frulla in testa e, prima o poi, troverò il momento di metterla nero su bianco. Per adesso, però, resta lì: un’idea con buone intenzioni, ma senza ancora una pagina scritta”.

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