“La ragazza del Jamaica”: il nuovo romanzo di Vincenzo Mascellaro

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Al centro della vicenda c’è Carlo, un uomo affascinante e disincantato, abituato a mantenere le distanze dalle relazioni e a vivere una vita nomade. Durante uno dei suoi ritorni in Italia incontra Cialla, una giovane donna giamaicana che lo colpisce per la sua bellezza e il suo mistero.

Un anno dopo, la notizia della morte della ragazza sconvolge Carlo e lo spinge a intraprendere una ricerca personale per scoprire cosa si nasconda dietro quella tragica scomparsa. Quella che inizia come un’indagine diventa un viaggio profondo nella memoria e nella coscienza, costringendo il protagonista a confrontarsi con i propri sentimenti e con ciò che ha sempre evitato: il legame con gli altri.

Attraverso una narrazione intensa e coinvolgente, “La ragazza del Jamaica” esplora temi universali come l’identità, la responsabilità morale, il peso dei ricordi e la difficoltà di comprendere davvero le persone che incrociano il nostro cammino.

Il romanzo si inserisce nel panorama della narrativa contemporanea italiana come una storia capace di fondere introspezione e suspense, con un ritmo narrativo che accompagna il lettore verso una verità sempre più complessa e sfuggente.

Com’è nata l’idea di questo progetto narrativo?

“C’è un morto, anzi una ragazza uccisa. Eppure il romanzo non è un “giallo”. L’idea che lo sostiene resta nascosta. Posso solo sfiorarla. Tutto nasce con Cialla, la Ragazza del Jamaica, e il mistero che si porta addosso come una seconda pelle. Carlo, il nostro protagonista, la incontra, la ama per qualche giorno e poi ne prende le distanze. L’anno successivo apprende da un quotidiano locale, in Puglia, della morte violenta della ragazza, insieme a una notizia che lo sconvolgerà a lungo. Il dubbio che i fatti stiano come li raccontano i giornali lo assale e il mistero accompagnerà il lettore fino alle ultime pagine del romanzo”.

Il libro unisce mistero e introspezione psicologica: come ha lavorato per mantenere equilibrio tra tensione narrativa e profondità emotiva dei personaggi?

“Io non parlerei di equilibrio, la storia si compone piuttosto in tre movimenti. Il primo è il dramma di Carlo, dopo che la notizia lo raggiunge. Un colpo così duro da non augurare ciò che legge neppure al suo peggiore nemico.

Il  secondo è un ritorno al passato, un lungo flashback all’anno precedente, alla sua complicata relazione con la ragazza e ai ricordi della Giamaica.

Il terzo è la ricerca solitaria della verità, soprattutto per sciogliere il  dubbio e potersi confrontare prima con la sua vita, le relazioni con la famiglia, le donne e i suoi pregiudizi, poi con magistrati, giornalisti, sue ex e la coinquilina di Cialla. Se la scomposizione è ben equilibrata lo dirà il lettore, unico vero padrone del romanzo una volta pubblicato”.

Il protagonista Carlo affronta un viaggio nella memoria e nella coscienza: quanto c’è di autobiografico o di osservazione personale nella costruzione di questo personaggio?

“Chiunque si avvicini alla scrittura, o ne sia già immerso, non può che esserne coinvolto emotivamente. A Carlo mi lega un rapporto complesso.

A volte mi riconosco in lui, altre volte mi sento molto distante. Una distanza funzionale alla narrazione. Condividiamo le radici, veniamo da due famiglie del sud dove la madre tiene insieme gli equilibri e media tra padre e figli. I rispettivi padri sono fan di Errol Flynn.

E poi sin da bambino ho ricevuto una educazione e propensione al viaggio. Sul piano dei legami siamo agli opposti. Io ho costruito una vita fatta di relazioni, coltivate e mantenute non solo per ragioni professionali.

Ho molte amicizie femminili che mi hanno aiutato a conoscere più in profondità la realtà o certi aspetti di essa grazie alla loro differente interpretazione. La diversità in tutte le sue declinazioni è sempre un grande arricchimento”.

Temi come identità, responsabilità morale e difficoltà nelle relazioni emergono con forza: quale di questi sente più vicino e perché ha scelto di metterlo al centro della storia?

“Escluderei il terzo punto. Attribuirei invece ai primi due un ex aequo. Identità e responsabilità morale, per un vecchio signore del sud, si intrecciano nel romanzo così come nella realtà.

Appartengo a quella generazione per la quale una stretta di mano vale più di un contratto firmato: un patto fondato su fiducia e parola data. Una dignità che sembra essersi rarefatta presso una società che premia altri codici.

I valori esplosi oggi massicciamente e dominanti sono ben altri: la forza, il potere, il denaro, la menzogna, il protagonismo. Rimane solo una tentazione, affiancare a ciascuna di queste parole un volto o un nome. Credo di aver risposto anche alla seconda domanda”.

La figura di Cialla resta in parte misteriosa: è stata pensata più come personaggio realistico o simbolico all’interno del percorso del protagonista?

“Ignoro il peso da attribuire ai due personaggi. È però fuori da ogni dubbio che Cialla sia una figura misteriosa e bella. Perché si trova in Puglia? Come mai parla bene l’italiano? È lì da poco più di un anno, perché sostiene di conoscere quasi tutti gli uomini della zona? È questo intreccio di opacità e attrazione a sedurre Carlo. Gli stessi elementi che lo spingono col tempo ad allontanare la ragazza. Cialla fin qui è un personaggio realistico. Tutto si fa più sfumato quando prende avvio la ricerca della verità: Carlo è smosso da un sentimento che non sa riconoscere e Cialla muta natura, si trasforma progressivamente in presenza simbolica”.

Provenendo da una carriera internazionale e manageriale, in che modo queste esperienze hanno influenzato il suo approccio alla scrittura e alla costruzione narrativa?

“Il confronto con altre culture, lingue e paesi, attraversati per piacere o per lavoro, mi ha indubbiamente arricchito. Senza una vacanza in Giamaica, difficilmente sarebbe diventata la terza protagonista del racconto. Forse non ci sarebbe stato nemmeno il racconto.

Più si osserva e si conosce, più cresce la curiosità, più siamo travolti dalle emozioni e più la voglia di scrivere e di raccontare si rafforza.

Devo però riconoscere che una parte del mio percorso nasce da un lavoro dedicato in parte alla scrittura: di relazioni, di documenti o di istanze volte a convincere per ottenere un esito favorevole. Questa esperienza si è rivelata preziosa anche nella scrittura narrativa”.

Dopo questo romanzo, quali sono i suoi prossimi obiettivi letterari? Sta già lavorando a nuovi progetti o pensa di esplorare altri generi o forme narrative?

“Intanto avrei piacere che Carlo, Cialla e la Giamaica avessero successo anche presso un pubblico non fatto solo di amici, parenti e conoscenti. Ma so bene come funziona il mondo dell’editoria. Alla sua domanda rispondo che nel pc ho già un inedito lavorato negli ultimi tredici mesi.

È un prodotto a quattro mani scritto insieme a un’amica, alla sua prima esperienza letteraria, rivelatasi una bella penna.

Ma non avevo dubbi. Racconta la quotidianità di sette anni di una giovane coppia dai rispettivi e differenti osservatori: di Lui e di Lei.

L’idea del romanzo ruota attorno a un equivoco, un mistero insinuatosi, quasi senza rumore, nella loro vita: una bugia, o forse soltanto un’omissione taciuta protratta nel tempo, giustificata dall’illusione di aver agito a fin di bene e che li accompagnerà, invece, alla separazione. Aggiungo che l’ispirazione viene da Nick Hornby e “Alta Fedeltà”. Ma questo  nuovo lavoro è dedicato al cinema e in particolare agli sceneggiatori”.

 

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