“L’amore non ascolta il tempo”: Chiara Albertini ci parla del suo nuovo lavoro editoriale

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NAPOLI (Di Anna Calì) – C’è un momento, nel nuovo romanzo di Chiara Albertini in cui il tempo sembra sospendersi: Elena, ferma davanti alle acque silenziose del Lago di Como, non sa ancora che il destino sta per tenderle la mano. Un incontro inatteso, quello con Emanuele, giovane pittore sconosciuto, che darà avvio a un viaggio di guarigione, fatto di colore e di coraggio, attraverso i fantasmi del passato.

È un libro che vibra di emozioni profonde e di immagini potenti. Ma non è solo la storia di Elena a incantare: sullo sfondo, tra echi letterari e suggestioni musicali, si dipana anche il delicato ritratto di due fratelli segnati da una perdita precoce — un tema che attraversa l’opera come un filo rosso, toccando corde universali.

Abbiamo incontrato l’autrice per farci raccontare la genesi di questo romanzo così personale, che parla di rinascita, arte e della possibilità, a volte sorprendente, di trovare ancora bellezza quando meno ce lo si aspetta.

Nell’intervista che segue, la scrittrice Albertini ci accompagna dietro le quinte della sua scrittura, tra spunti autobiografici, riflessioni sul dolore e la forza liberatoria della creatività.

Il Lago di Como è un vero e proprio personaggio silenzioso nel romanzo: che ruolo hanno l’ambiente e il paesaggio nella costruzione delle emozioni dei protagonisti?
“Credo fondamentale. Non solo per me – che nel caso delle mie opere diventa quasi un “credo” -, ma anche per la maggior parte delle persone. Siamo da sempre inevitabilmente connessi con l’universo, con l’intero creato, il paesaggio circostante, l’ambiente in sé ogni volta ci nutrono, ci ispirano, ci guidano, ci “parlano”, ci permeano di messaggi, chiari e visibili, sottili e invisibili, ma sempre presenti. È un legame “biunivoco” che dà e riceve, che crea e plasma le nostre emozioni, i nostri pensieri, e il nostro agire. Per cui, un protagonista indiscusso della vita di ciascuno di noi”.
Elena si trova in una fase di “seconda vita”: come ha lavorato sul tema della rinascita personale e della possibilità di ricominciare dopo un trauma?
“È un tema che mi coinvolge e incuriosisce da sempre, una chiave di lettura che mi permette di conoscere e conoscermi a fondo, di esplorare meccanismi interiori già vissuti e metabolizzati, e altri ancora ignoti o meno conosciuti. La rinascita rappresenta un percorso individuale che esercita fascino su di me, esplorarlo mi rende consapevole, “risolta”, diciamo pure, “completa e più forte”. Trattare ogni volta questo argomento mi viene naturale, è un approccio delicato ma sempre spontaneo, mi “rasserena” affrontarlo”.
Nel rapporto tra Elena ed Emanuele, l’arte sembra diventare un ponte tra due anime ferite.  Come ha esplorato il potere terapeutico della creatività e della pittura?
“Ho semplicemente immaginato “quel mondo” specifico, lasciandomi guidare unicamente dalle sensazioni ed emozioni che ne derivavano. In parte, avvalendomi anche di quelle prodotte dalla scrittura in sé, dal potere delle parole, ma comunque cercando di immedesimarmi in modo naturale e sincero nell’universo pittorico e in tutto ciò che avrebbe potuto comunicarmi”.
I fantasmi interiori e il peso del passato sono elementi centrali nella storia. Quanto si è ispirata a esperienze reali, personali o altrui, per tratteggiare questi aspetti psicologici?
“Richiami autobiografici in sé non ci sono, ma sicuramente i riflessi e i richiami appartenenti a vite reali altrui hanno guidato la caratterizzazione dei protagonisti e personaggi. Il tema del legame presente-passato e quello del dolore, della sofferenza sono come “calamite” per me, la loro “voce” mi chiama sempre all’appello, e io rispondo”.
La frase “Mi manchi…” rivolta forse non a una persona, ma a se stessa o alla vita perduta, è molto potente. Come ha lavorato sul linguaggio emotivo e sui sottotesti nella scrittura?
“In realtà, il lettore scoprirà essere rivolta a una persona reale… amo perdermi negli echi e nei labirinti dei messaggi sottesi, nutrono su di me un certo fascino e hanno una potenza evocativa profonda e incisiva. È un po’ come quando ti capita di soffermarti a osservare la tua ombra “allungata” per terra quando hai il sole terso alle spalle…”
Il romanzo intreccia anche la storia di due fratelli orfani di madre: in che modo il tema della famiglia e della perdita si riflette nel percorso dei protagonisti principali?
“I legami famigliari sono un tessuto connettivo dal forte impatto emotivo e psicologico per chiunque credo. Per questo, meritano ogni volta di essere esplorati, compresi e “ridisegnati”. Nei miei protagonisti principali le dinamiche complesse che li coinvolgono lasciano impronte indelebili fin dall’infanzia e tracciano in loro sentieri inediti e inesplorati che determinano nuove consapevolezze e “ridisegnano” i sentimenti. La cornice resta la stessa, ma è la tela a essere ridipinta ogni volta…”
Letteratura e musica fanno da sfondo al racconto: che funzione hanno nel ritmo narrativo e nella costruzione dell’atmosfera? Come ha scelto quali riferimenti inserire?
“La scelta è avvenuta naturalmente. È come essere guidati piacevolmente da un ricordo speciale e indelebile. Entrambe forniscono chiavi di lettura importanti e determinanti, unirle assieme ha creato un universo meraviglioso di potenti suggestioni, echi, messaggi sottesi, un “humus” fertile per ottenere un “buon raccolto”…”
Ha trovato delle sfide particolari nel bilanciare il tono poetico e intimo della narrazione con il bisogno di far avanzare la trama? Come ha gestito questo equilibrio stilistico?
“Direi di no. Mi risulta naturale bilanciare questi due aspetti. Cerco sempre di trovare un equilibrio, di fornire le giuste dosi, di creare un’armonia tra loro, perché entrambi sono fondamentali e impattanti all’interno della struttura narrativa. Amo sia la lentezza, l’”adagio”, quell’effetto di “sospensione”, di indugio sia la dinamicità, il ritmo incalzante, l’effetto suspense, il raggiungimento della “climax” narrativa”.

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