L’attrice Susy Del Giudice: “Ho dato al teatro la mia infanzia. Al cinema, il mio corpo”

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NAPOLI (Di Anna Calì) – Ci sono attrici che si adeguano. E poi c’è chi, pur sapendo di dover lottare il doppio, sceglie di restare. Di resistere. Di esserci. Susy Del Giudice è una di quelle donne che non si limitano a recitare: vivono ogni ruolo come un atto politico, ogni scena come un territorio da conquistare.

Nata e cresciuta nel ventre del teatro popolare, ha imparato presto che per una donna il talento non basta: serve fatica, serve sacrificio e silenzio.

Nel mondo dello spettacolo, dove le scale per le attrici restano fisse mentre per gli uomini diventano mobili, Del Giudice cammina con passo deciso, anche quando la presentano ancora come “la moglie di Giovanni Esposito”. Ma lei non chiede sconti: preferisce il palco alla vetrina, il lavoro al riconoscimento facile, la verità alla luce riflessa.

Questa non è un’intervista. È il racconto di una professionista che ogni giorno difende il diritto a esistere, in scena e nella vita, con la voce di chi ha imparato a non dover chiedere il permesso.

Come descriverebbe la sua infanzia e come ha scoperto la passione per il teatro?

“La mia infanzia è stata segnata da alti e bassi. Provengo da una famiglia medio-borghese: mio padre era suggeritore teatrale, mia madre sarta, anche se solo saltuariamente. Non vivevamo nell’agiatezza. Mio padre lavorava molto, ma la figura del suggeritore – già negli anni ‘70 e poi sempre meno negli anni ‘80 – era poco valorizzata.

Posso dire che è solo grazie a lui se sono diventata attrice. Quando in uno spettacolo serviva una bambina, e ai tempi le sceneggiate napoletane andavano molto di moda, mio padre proponeva me. Aveva intuito che avevo delle potenzialità artistiche.

Così ho iniziato giovanissima, a sette anni già recitavo in compagnie teatrali. Capirai che, con le tournée, era difficile frequentare la scuola: spesso dormivo con la testa sul banco. Mio padre mi veniva a prendere a mezzogiorno per portarmi subito in teatro. I compiti li facevo con gli attori: c’era chi era ferrato in geografia e mi aiutava in camerino; un’attrice magari mi faceva studiare italiano, i verbi; il capocomico mi insegnava le tabelline. Questa è stata la mia infanzia, per molto tempo”.

Da bambina, ha avuto un’attrice preferita che la ispirava, magari recitando davanti allo specchio di casa?

“Sì, Mariangela Melato. Ti sembrerà strano, perché provengo da una tradizione fortemente napoletana, ma lei – assieme a Monica Vitti – mi inchiodava da piccolina al televisore in bianco e nero. Me le ricordo benissimo. La Melato, con quelle interpretazioni splendide, mi affascinava. Forse anche perché, dopo, conobbi Lina Wertmüller e i suoi film mi colpirono ancora di più.
Debuttai con lei in Pasqualino Settebellezze, e mio padre mi fece notare che la regista aveva diretto anche Mariangela Melato. Ebbi la fortuna di conoscere sia lei che la Vitti. Sono state le mie muse ispiratrici, anche inconsapevolmente”.

Qual è stato il momento più emozionante della sua carriera teatrale?

“Ce ne sono tanti, ma uno in particolare lo porto nel cuore. Quando ero in compagnia con Mario Scarpetta, andammo a Roma, e lì seppi che Luigi De Filippo era in tournée con un altro spettacolo. Alcuni di noi andammo a vederlo. Dopo, lui mi chiese: «Che fai l’anno prossimo?». Gli risposi che probabilmente sarei rimasta con Scarpetta. Lui replicò: «E se ti facessero una proposta?».
Qualche giorno dopo ci incontrammo a Napoli, all’hotel a Santa Lucia. Leggemmo insieme un copione. Lui sorrise e capii che stavo per passare da Scarpetta a De Filippo. Quello è stato un momento decisivo: capii che potevo davvero continuare a fare questo mestiere”.

Oggi come vede il ruolo della donna nel mondo dello spettacolo, soprattutto considerando che condivide la vita privata e professionale con Giovanni Esposito?

“Non è affatto semplice. Il ruolo della donna in questo settore è ancora faticoso: dobbiamo salire scale molto ripide, mentre per gli uomini spesso diventano mobili. È questa la differenza.
Avere accanto un attore molto popolare rende tutto ancora più complicato. Devo sgomitare per ottenere il mio spazio. Ho fatto tante cose belle, come il film Nero, che ha ricevuto molti riconoscimenti e complimenti anche da addetti ai lavori. Ma poi, quando ci presentiamo, la gente dice: «Ah, lei è la moglie di Giovanni Esposito… ma fa anche l’attrice?». Solo dopo aver visto il film mi ringraziano, si scusano e mi fanno i complimenti.
Le donne devono ancora percorrere tanta strada e spesso vengono lasciate sole.

Avendo recitato con Scarpetta e De Filippo, figure di grande esperienza, quali lezioni ha imparato stando a contatto con loro? E come mancano figure del genere oggi?

“Quelle figure sono un patrimonio che oggi i ragazzi possono solo sfiorare attraverso qualche intervista o una chiacchierata. Io, che ho avuto la fortuna di viverli e farmi guidare da loro, mi porto dentro un bagaglio prezioso che spero di poter trasmettere.
Quando mi chiamano per dei workshop e mi dicono: “Vieni a insegnare!”, io rispondo che non ho nulla da insegnare. Posso solo raccontare la mia esperienza, che custodisco con orgoglio.

Luigi De Filippo, quando avevo diciannove anni, mi diceva sempre: “Ascolta, osserva e ruba”. Nel suo napoletano mi diceva di mettermi dietro le quinte e rubare, nel senso più nobile: saper cogliere le cose giuste.

Ancora oggi lo faccio. Anche quando non recito, sto sul set, osservo dal monitor, ascolto. E raccolgo tutto ciò che posso imparare. Perché a volte, l’insegnamento più grande non è detto: si coglie tra le righe”.

Com’è cambiato il mondo dello spettacolo? E secondo lei, quali sono stati i cambiamenti più significativi in quest’arte?

“Vengo dagli anni Settanta e Ottanta… ma mi sembrano secoli fa. È cambiato tutto, troppo. Ti parlavo del televisore in bianco e nero, poi arrivò il colore. I telefonini? Quando iniziai a lavorare, a vent’anni, non ne avevo nemmeno uno.
È cambiata la comunicazione: oggi sembra tutto più facile, più accessibile grazie ai social, ma è solo apparenza. Il vero “vicino” era poter vivere gli artisti, vederli a teatro, nei grandi film.

Ora c’è troppa confusione. I social confondono gli attori con gli influencer: “Lei è famosa, quindi può fare un film”. Questo ha abbassato l’attenzione verso il mestiere.
Molti vogliono fare gli attori solo per apparire, non per passione. E questo lo vedo in tanti ragazzi, in bambini spinti dai genitori per fame di notorietà.

Prima la passione era evidente, sincera. Oggi il sacrificio si è perso: “Basta un video sui social e diventa tutto facile”. Ma l’arte vera richiede studio, dedizione, fatica. E questo è ciò che oggi manca. Il cambiamento c’è stato, sì. Ma, purtroppo, in peggio”.

Quale è stato il film più significativo per lei, quello che porta ancora nel cuore?

“Al di là di Nero , che stiamo portando ora in giro per sale, festival e arene e che ci sta dando tante soddisfazioni, posso dire sicuramente I fratelli De Filippo . Grazie a Sergio Rubini, che mi ha dato la possibilità di interpretare un ruolo meraviglioso: una donna straordinaria, Luisa De Filippo, di cui si parla troppo poco, ma che invece è stata il fulcro della famiglia, delle vite dei figli. È stata l’anima. Tanto è vero che loro portano il suo cognome. Lei diceva sempre: “Ma che fate? Voi non vi chiamate Scarpetta, vi chiamate Filippo!”. E grazie a quel nome, che non è stato cambiato, hanno avuto la fortuna che meritavano. Quindi Luisa De Filippo e il film I fratelli De Filippo sono ancora al primo posto, diciamo”.

C’è un attore con il quale vorrebbe recitare e ancora non ci è riuscita?

“Lo dico subito: al momento è Leo Germano. Perché secondo me adesso è uno dei più bravi — non posso dire il più bravo, altrimenti direi una cosa non vera — Francesco Favino è un altro bravissimo. Ce ne sono altri, certo. Ho già lavorato con alcune di queste persone, ma con Elio Germano…sarebbe un’altra cosa”.

Che consigli darebbe alle giovani donne che vogliono intraprendere la sua stessa carriera? 

“Ai giovani che vogliono intraprendere questo cammino dico sempre: pensateci bene. Non è una passeggiata. Tutti dicono: “Fai l’attrice, sei fortunata”. No. C’è tanto lavoro, tanto sacrificio.
Per il film Nero, per esempio, ho compromesso la mia salute: due ernie, e porto ancora il busto. Non faccio lavori pesanti, è vero, ma anche questo mestiere richiede una preparazione fisica e mentale che non va sottovalutata.
Prima di tutto bisogna capire se quella passione può davvero diventare un lavoro. E poi studiare, sempre.
In ogni professione si aggiornano le competenze. Qui, come diceva un grande, “gli esami non finiscono mai”. E davvero non devono finire mai.
Ogni personaggio è una nuova sfida. Anche se hai preso 30 e lode con il precedente, devi ricominciare da capo. Ogni volta. Sempre”.

Ci può raccontare il “dietro” dell’attrice? Perché noi vediamo solo il prodotto finito e non immaginiamo — o immaginiamo solo in parte — la fatica che c’è dietro

“Quando vieni scelta per un ruolo, le prime richieste sono spesso banali: cambiare colore ai capelli, ingrassare o dimagrire. Per Luisa De Filippo, ad esempio, ho dovuto prendere peso perché ero troppo magra. Altre colleghe hanno dovuto aggiungere o perdere anche 14-15 chili. Ma questi sbalzi non sono salutari: alterano l’organismo, fisicamente ti scombussolano.

In Nero, invece, ho scelto consapevolmente di dimagrire. C’era una scena in cui il mio personaggio si lava, rannicchiata sotto la doccia: volevo che si vedesse chiaramente la colonna vertebrale, per rendere visibile la fragilità fisica del personaggio. Interpretavo una donna con un grave ritardo mentale, quindi anche la postura non poteva essere normale.
Abbiamo studiato una posizione innaturale: collo sempre curvo, corpo chiuso su un lato. Ma io soffrivo già di problemi alla schiena, e questa posizione li ha peggiorati. Dopo due settimane di riprese, non riuscivo più ad alzarmi dal letto. Giovanni mi ha dovuto portare in sedia a rotelle, e abbiamo finito di girare così: mi trascinavano tra una scena e l’altra.

A fine riprese, ho fatto ogni tipo di esame. Risultato: bacino ruotato di due centimetri e mezzo, due ernie non più rientrate, sciatica infiammata, quattro mesi a letto. Porto ancora un busto con le stecche.
Eppure rifarei tutto. Perché quel personaggio doveva essere così. Non si può interpretare con il corpo dritto una donna che vive piegata dal dolore.

Chi sogna questo mestiere deve sapere che dietro non c’è solo visibilità: c’è sofferenza, preparazione, empatia. Per avvicinarmi davvero al ruolo, mi sono fatta aiutare dalla dottoressa Alessandra Borghese, esperta nel lavoro con persone autistiche. Mi ha guidata a comprendere un mondo che non conoscevo. Solo così ho potuto restituirgli dignità”.

Come nasce l’idea del film Nero e a casa con Giovanni ne parlavate?

“Avevo davvero bisogno che Giovanni mi parlasse del film anche a casa. Non capita spesso di avere un regista che ti dorme accanto, e io ho sfruttato questa fortuna fino in fondo.
Con personaggi così delicati, ho sempre paura di perderne il senso, di uscire da quella chiave emotiva che magari ho trovato il giorno prima. Per questo, anche a notte fonda, gli dicevo: “Aspetta, non andare a letto. La scena dietro la tenda, io la devo toccare…”.
Poverino, abbiamo sofferto insieme. Lui doveva dirigere tanti attori, non solo me, ma mi è stato accanto. Sapeva che ne avevo bisogno.

L’idea di Nero nasce proprio da una sua esigenza: mostrare un volto diverso da quello comico con cui il pubblico lo identifica. Come dice lui: “Questo film l’ho potuto fare solo perché me lo sono scritto da solo”. Nessuno gli avrebbe mai proposto un ruolo simile.
Il film non è una commedia: è un dramma con venature fantastiche, duro, profondo. Giovanni voleva dimostrare che può fare molto più di ciò che lo ha reso popolare. E io sono la prima a riconoscere il suo talento a 360 gradi.

Ed è nata anche dalle sue infinite telefonate con Francesco Prisco — dico sempre che, se ha un’amante, è sicuramente lui! Parlano per ore, si conoscono da una vita. Da quei racconti è nato prima un cortometraggio, poi questo lungometraggio. E hanno avuto l’intelligenza di affiancarsi alla scrittrice Valentina Farinaccio.
Grazie a lei è emerso un lato più femminile, più emotivo, che ha dato al film quella marcia in più che lo ha reso speciale”.

Dopo Nero, quali sono i suoi progetti futuri?

“Da ottobre riprenderemo la tournée teatrale. È stata fantastica, meravigliosa, inaspettata. Il pubblico ci ha adorato, adorato questo spettacolo — parlo di Benvenuti in Casa Esposito . La produzione ha ritenuto opportuno riprenderlo, e noi partiremo a ottobre per un nuovo tour italiano, spostandoci dal Nord al Sud con Benvenuti in Casa Esposito.

Nel frattempo, tornerò sul set di una serie molto vista e apprezzata su Sky: Piedone , con Salvatore Esposito. Dovremmo tornare a girarla, presumibilmente qui a Napoli, da metà novembre. È una serie diversa, sotto vari aspetti”.

E tra dieci anni, dove si vede come attrice?

“Non mi dispiacerebbe continuare a fare film con personaggi forti, che parlano di donne forti, molto forti. Mi piace parlare di donne che sono state messe un po’ da parte, ma che hanno avuto ruoli fondamentali, che dovrebbero essere ancora viste, sentite, ascoltate. Mi piacerebbe vedermi in una serie televisiva in cui promuovo una donna, mettendola al centro attraverso la mia interpretazione. Questo sì.

E poi non mi dispiacerebbe poter tornare o continuare a lavorare in teatro con Giovanni. Stranamente, in teatro mi trovo benissimo con lui. A volte, sai, le coppie esplodono quando lavorano insieme. Invece, tra noi c’è un equilibrio che possiamo portare avanti in teatro. Tra l’altro, c’è uno spettacolo teatrale scritto da lui con un altro attore. Non è detto che tra dieci anni, anche se ora facciamo fatica a portarlo in giro — perché vogliono ancora vedere Giovanni come attore comico — io non possa vedermi in teatro con lui in uno spettacolo più forte, più serio, meno ridanciano. Quelle robe le vedo”.

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