Lo scrittore Luca Leone ci parla de: “Il tempo sbagliato”

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Giuseppe è un uomo che vive la sua terza età, non è stato un padre e un marito esemplare, ma se si tratta di fare il nonno, ci sa proprio fare. Attraverso la sua storia, Leone, indaga tutto ciò che concerne, la possibilità di vivere una terza età, fatta di scheletri nell’armadio, di riappacificazioni con sé stessi e il mondo esterno, di ritrovate passioni carnali ed emotive e di radici familiari.

È un racconto autentico, dove l’autore mette al centro la possibilità di essere felici ancora, nonostante l’ingombrante passato, nonostante sia “il tempo sbagliato”.

Leone, utilizza efficacemente la metafora del calcio, e attraverso il primo tempo, l’intervallo, il secondo tempo e il recupero, costruisce in maniera efficace il fulcro di una vita che vuole ancora brillare. Non mancherà il racconto severo ed aspro di quella che è una dipendenza spietata: l’abuso di alcool.

Sullo sfondo la “Voce”. Essa come un narratore super partes, tiene il conto in maniera prepotente di ciò che si è sbagliato e di ciò che non si è fatto nel corso del tempo.

La Voce porta a galla giudizi, paure, fino ad accennare la spaventosa patologia che porta il nome di schizofrenia paranoide.

Sullo scenario la bellissima Roma, con il suo linguaggio dialettale, i meravigliosi monumenti.

La passione calcistica legherà con mano ferma una serie di eventi coinvolgenti ed appassionati, capace di accompagnare il lettore in un romanzo dove è sempre bello vivere, anche se si è “nel tempo sbagliato”.

Cosa l’ha spinto a scegliere un protagonista anziano come Giuseppe per raccontare una storia di rinascita?

“Le persone anziane sono immensi tesori che chi è più giovane spesso tende a sottovalutare. Dovremmo attingere da loro a piene mani per evitare errori ed invece, quasi sempre, o siamo spinti a considerarle fragili.

Mi sono chiesto cosa pensa invece una persona anziana di tutto questo, come vive la consapevolezza del suo presente, specialmente se ha un particolare talento.

Perché è vero che il corpo invecchia ma il talento, quello rimane immutato nel tempo. Tempo fa, per un altro mio libro, ho avuto la fortuna di conoscere un grandissimo portiere del Benfica del passato, José Henrique, noto come Ze’ Gato.

Mi raccontava che a 80 anni suonati, quando guarda le partite capisce immediatamente dove l’attaccante tirerà e lo grida, davanti al televisore o allo stadio, un attimo prima che il portiere si tuffi per tentare la parata”.

Secondo lei esiste davvero un “tempo giusto” per cambiare, o ogni momento può esserlo?

“Il “tempo giusto” è quello che noi definiamo “colpo di fortuna”: una serie di eventi che si allineano come i pianeti in una eclissi e che ci permettono di realizzare un desiderio, un sogno o una vita. I treni che passano e che in quel momento riconosciamo come tali e li afferriamo al volo. Quindi ogni momento della nostra esistenza può essere un tempo giusto, l’importante è non rimanere immobili, ma seguire sempre le proprie idee”.

Quant’è importante il rapporto tra generazioni e perché oggigiorno i giovani lo sottovalutano?

“Prima di tutto bisognerebbe definire meglio il termine “giovani”; ho due figli adolescenti che adorano i loro nonni. Non so se mia moglie ed io siamo stati bravi ad insegnare loro il valore del rispetto o, invece, loro lo hanno in maniera innata, ma devo dire che i miei figli e i miei nipoti sanno riconoscere la fortuna che hanno nel poter confrontarsi con i loro nonni.

Il problema semmai siamo noi adulti, gli “altri” giovani che guardiamo molto di più alle nostre esigenze in maniera egoistica e tendiamo ad essere isole che non voglio nessun tipo di confronto perché non tolleriamo il fatto che ci possa essere ancora detto cosa fare e come farlo, come se fossimo onniscienti.

Invece dovremmo riconoscere i nostri limiti e fidarci di chi è su questo mondo da molto più tempo di noi”.

Nel suo romanzo affronta temi delicati come l’alcolismo e il disagio mentale: quant’è stato complesso trattarli mantenendo equilibrio tra realismo e narrazione?

“Trattare e soprattutto raccontare una qualsiasi forma di malattia è sempre molto complicato.

Immaginare le reazioni, immaginare i sintomi, immaginare di convivere con una malattia è un qualcosa di molto complesso, ma anche la malattia è una parte della nostra vita e nasconderla in una storia di fantasia non mi piace.

Nei miei romanzi c’è sempre una qualche forma di disagio anche per far ricordare al lettore quale immensa fortuna sia essere sani”.

La metafora calcistica è molto forte, com’è nata questa scelta e quanto rispecchia la tua visione della vita?

“Questo romanzo è il terzo che tratta un tema sportivo ed è la chiusura di un cerchio. Più che lo sport volevo trattare il talento, quel super potere che rende facili le cose difficili.

Chi ha talento viene assorbito dallo stesso, sia esso in ambito sportivo che in qualsiasi altro ambito e tralascia quella che è la vita dei comuni mortali, proprio come fanno i supereroi.

Si hanno così due vite: quella di tutti i giorni in cui, quasi sempre, le persone talentuose risultano “sbagliate” e quella dove il talento si esprime dove loro si trasformano in qualcosa che desta stupore.

Come gestire queste due realtà? Come rimanere equilibrati?

Le faccio un esempio extra calcistico.

Albert Einstein era un genio, ma difficile da sopportare come uomo. La sua quotidianità era piena di contraddizioni, atteggiamenti severi e autoritari come fosse una vita di secondo piano rispetto al suo lavoro. Questo è il peso del talento?”

Quanto ha inciso l’ambientazione e il linguaggio dialettale nella costruzione dell’identità del romanzo?

2Roma incide sempre, Roma incide per forza. Roma è una realtà immanente che permea chi ci è nato, chi ci vive e anche chi è lontano. Una realtà storica troppo grande per poter risultare indifferente.

Adoro la mia città con tutti suoi limiti e tutte le sue contraddizioni, ma, come il mio protagonista, ho vissuto lontano da lei e non desideravo altro che tornarci”.

Dopo questo nuovo lavoro, ha già in mente altri progetti editoriali? Continuerà a esplorare storie così intime e realistiche oppure pensa di sperimentare nuovi generi o strutture narrative?

“Come detto in precedenza questo è l’ultimo romanzo sul tema del talento, ho concluso il mio viaggio.

Ne sto iniziando un altro molto più avventuroso ma con il tema dell’amicizia come fulcro.

Una caccia al tesoro intorno al mondo dove il tesoro in ballo è molto più importante dei gioielli e dei dobloni dei pirati”.

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